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La Katana e il Re

Impulso di prendere e andare lontano, lontano da tutto e tutti, dove nessuno mi possa trovare, impulso di chiudermi in me stessa, rintanarmi così in profondità dentro di me che nulla e nessuno possa più raggiungermi, nessun rumore, nessun dolore, nessun fastidio, nessun pensiero.

Galleggiare nel vuoto, perdermi nel nulla dell’oblio senza più limiti di spazio e di tempo, fuggire al dolore della vita, lontana da me, lontana da tutto: dalle aspettative, dai doveri, dalle voci che chiamano e soprattutto dai silenzi di chi ha deciso di non esserci più, fuggire dal vuoto lanciandomi nella sua eco che mi risuona fragorosamente nell’anima.

Impulso di spegnere tutto, di spegnere me, di annullare le perdite, azzerare il punteggio, uscire dal gioco.

Il cervello più antico, il cervello rettiliano, ricordo di quando ero un semplice animale a sangue freddo, ragiona così. Attacco – fuga. Stimolo – impulso. Se puoi combattere resti, attacchi, provi a sopraffare e vincere, se non riesci, valuti di non poter vincere, hai troppa paura del nemico o dell’ostacolo, fuggi. Tutto qui.

Bianco o nero, giusto o sbagliato, vincere o perdere, sopraffare o soccombere, o come dico io, o niente.

Sguaino katana, la mia meravigliosa possente spada giapponese e colpisco rapida e implacabile, o vittoria o morte, pronta all’harakiri sia che fallisca, sia che riesca nel taglio netto di quella parte di me, di vita, di relazione, di amore, speranza, sogno, che mi renderà comunque mutilata.

Istinto di colpire e andare, fuggire da me e dalle conseguenze, dal dolore, dal sangue, dall’assenza, tagliare col silenzio di ciò che non risponde come ho bisogno, tagliare col bisogno, bastare a me stessa, non aver bisogno di nessuno, non soffrire mai, mai più.

Regina delle nevi col cuore congelato e la katana nel fodero, invincibilmente sola.

Istinto di bastare a me stessa, fredda come un rettile, dura e bellissima come il diamante, preziosa e irraggiungibile.

La regina si volta e fra le lacrime grida dalla cima più irraggiungibile della montagna innevata spazzata dal vento gelido: non ho bisogno di voi, non ho bisogno di nessuno! Nessuno, nessuno, nessuno … le fa eco la vita, mentre le lacrime si congelano sul volto ferendo labbra che non sanno più baciare.

La regina piange nella neve, si appallottola su se stessa e piange, le lacrime sciolgono il ghiaccio, la neve, il gelo, il sangue torna caldo, la coltre di neve si ritira e si trasforma in pascolo. La regina sorride a se stessa e sente il calore di una carezza percorrerle il corpo, incontra uno sguardo d’amore, un sorriso, un bacio, permette a quel corpo di stendersi accanto al suo e cullarla in un abbraccio che sa di infinito.

“RESTA” Le dice il suo Re e la regina resta, impara a restare, a rotolarsi nell’erba, a sentire l’energia della terra, del sole, a risvegliare kundalini dentro di sé e scambiarla col Re in un circuito di vita, amore, calore, energia, felicità e tenerezza. La regina ha dimenticato il gelo del vuoto, si abbandona e resta.

Ma un giorno il Re dice alla Regina che ha bisogno, allora la regina sguaina katana e taglia il bisogno, il re soffre la mutilazione, ma la ama e le resta accanto; ma un giorno le dice che ha paura e la regina si alza in tutta la sua possenza, sguaina katana e taglia la paura; un altro giorno il Re piangendo le dice che ha sbagliato e la regina continua a fare ciò che ha sempre fatto, l’unica cosa che sa fare: taglia ad uno ad uno, sbagli, paure, debolezze … le fragilità che il Re avrebbe voluto donarle perché ne avesse cura e le cullasse.

Finché un giorno il re mutilato e triste le dice che deve andare, che non può più amarla.

La regina non capisce: lo ha amato più di se stessa, ha tagliato tutte le sue debolezze, è rimasta e lo ha salvato da se stesso, lo ha reso forte come lei. Gli chiede perché, ma lui non riesce a spiegare. Allora lo implora di restare, piange, si dispera, tornerà fredda come ghiaccio senza di lui, tornerà sola, lei ha bisogno ora: ha bisogno di lui.

L’impulso di amare, di restare, di abbracciare, ascoltare, prendersi cura e proteggere ha prevalso su attacco e fuga: la regina ora vuole solo restare, restare accanto a lui, ora è lei che gli chiede, lo prega di restare.

Lui la guarda con la tenerezza di uno sguardo che è già altrove e sa di non poter tornare, ma mentendole le risponde: resterò. Si addormentano abbracciati, ma nella notte la regina si sveglia attanagliata da un freddo glaciale e scopre che il suo Re è fuggito.

Un lancinante grido ferino scuote le valli, la regina prende la sua katana e si mette a vagare per le montagne in cerca di lui, il suo respiro gelido di rabbia, disperazione e umiliazione riporta l’inverno.

La regina cammina a lungo, neve, vento e ghiaccio turbinano attorno a lei, la tempesta imperversa da lei, colpisce ovunque e chiunque le passi vicino.

Un giorno la regina vede un filo di fumo uscire dal tetto di una capanna sepolta nella neve. Avvicinandosi spia dalla finestra: una bella stanza scaldata da un grande camino e un letto dove sotto ad una morbida coperta rossa dormono intrecciati il suo Re ed una donna bellissima, con la pelle diafana ed un sorriso dolce che accoglie, accetta e consola, un sorriso che lei sa di non avere.

La regina guarda katana, vorrebbe tagliare il punto esatto in cui i due amanti sono uniti, squartarli entrambi a metà, ma poi sente l’impulso di amare, più forte di quello ad attaccare. Subito si affaccia l’impulso di tagliare per sempre con lui, con l’amare, il restare; di fuggire di nuovo sola e invincibile nel suo inverno di ghiaccio. Ma qualcosa è più forte dell’impulso di fuga, lei sente che vuole restare: basta inverno, lei vuole quel calore al di là del vetro di quella finestra, vuole i prati, l’energia, la condivisione, le risate.

La Regina vuole il suo Re, ma soprattutto vuole se stessa, quella se stessa che ha scoperto con lui.

Allora la Regina prende Katana e con le lacrime che le si congelano sulle guance, risale sulla vetta più alta, si rannicchia e piange. Appena compare l’erba, inizia a scavare una buca profonda, si spoglia della sua armatura di guerriera, la ripone nella buca, vi adagia sopra katana e sempre piangendo, seppellisce tutto ciò che fino a quel momento le aveva dato sicurezza e che invece la stava solo appesantendo, impedendole di vivere e amare davvero.

Così, asciugandosi le lacrime, sola, bisognosa e indifesa, la Regina finalmente si avvia verso la sua primavera.

lakatanaeilre

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