m.other: volevamo la corona di Queen ma non certo questa.

Come in ogni guerra c’è chi combatte in trincea (e sta decisamente peggio) e c’è chi sta a casa ad accudire  la prole nell’attesa che i soldati e i pripri cari, tornino dal fronte. Noi m.others possiamo essere in entrambe le categorie : ci sono madri che lavorano negli ospedali, nelle case di riposo, nei supermercati o nelle edicole insomma nei luoghi che un decreto nazionale ha stabilito necessari per l’erogazione di beni di prima necessità. Ci sono le madri in smart working che gestiscono simultaneamente lavoro e figli. E poi ci sono le madri a tempo pieno che fanno prova di sopravvivenza in casa con nenonati, bambini o adolescenti che scalpitano per le più svariate necessità.

Sapevamo che il mestiere di madre necessitava di un premio, di una medaglia al coraggio, di un riconoscimento alla carriera. Ma non era questa la corona che immaginavamo di indossare. 

Faccio la doverosa premessa che ognuno di noi si sta sicuramente chiedendo cosa significhi sopravvivere ai tempi del covid 19, sia umanamente che professionalmente; ma oggi, ancor di più di ieri, vorrei dedicarmi alle nostre care m.others. Forse perché da sempre lavoratrici poco protette, scarsamemte prese in considerazione e non stipendiate se non sporadicamente con i bonus bebè. Premio di produzione si direbbe in azienda. 

Cosa significa essere madri al tempo del covid 19? 

Penso spesso in questi giorni alla mia amica tigre che ha appena messo al mondo la sua creatura. La prima. E penso a quanto sia stata dura attraversare la passione di Cristo, ossia il parto, circondata da ostetriche in mascherina, quelle che io invece ricordo come figure angeliche che mi spronavano verso la vita. E ancora mi chiedo come si possa aggiungere alla delicatezza immensa di un periodo come quello post partum, in cui tutto diventa fragile e tu devi mostrare forza e lucidità per reggere quella piccola nuova vita che è tuo figlio, l’angoscia di un mondo che sta cadendo a pezzi, e sei solo. Nessun nonno, nessuna amica, nessuno zio a festeggiare la vita. Solo tu e il tuo compagno, sempre che ci sia e che l’amore regni sovrano, ad affrontare dubbi, stanchezza e paure. Un’azione così emozionante e semplice come la prima visita dal pediatra, che si trasforma in una corsa ad ostacoli nella desolazione della città e delle mascherine indossate dai camici bianchi. 

Io personalmente, da madre separata, ero già abituata alla solitudine educativa, alla responsabilità da assumere in prima persona per qualsiasi decisione  attorno alla vita dei miei figli, se pur il grande fother sia sempre stato presente e ineccepibile. Ma che dire, viviamo comunque in case separate.

Tuttavia oggi, a tutte le responsabilità solite, se ne sono aggiunte di nuove e importanti come fare la maestra perché le scuole sono chiuse, fare l’insegnante di calcio perché le attività sono sospese, fare la migliore amica per mantenere un minimo si socialità, fare l’animatrice di feste per divertire, fare da psicologa come e più di prima perché lo sconforto appartiene anche ai più piccoli, e tu sai bene che dietro i pianti improvvisi e immotivati e gli abbracci lunghi e inattesi, si cela il disagio dei bambini che non hanno capito bene quanto questa reclusione sia un gioco o la realtà. E soprattutto si scontrano con un tempo procrastinato a data da destinarsi, senza una fine o un obiettivo, perché neanche a noi adulti è stato dato. 

Andiamo avanti. 

Sto sperimentando lo smart working che , causa pandemia globale, è stato esteso con facilità a molte lavoratrici. Dove con facilità si intende dalla sera alla mattina. Senza troppi cartacei, o fotocopie di carta di identità sempre poco leggibili né richieste in marca da bollo da 16 euro. Così, d’un tratto,  abbiamo scoperto di essere importanti ma non necessari, e che quello che facciamo in ufficio possiamo farlo da casa. Solo che adesso la motivazione non è perché devi conciliare la famiglia e il lavoro. Ma perché c’è una pandemia e gioco forza la famiglia è tutta a casa. 

Certo possiamo evitare di prendere la macchina e recarci in ufficio, possiamo aspettare uno stipendio se pur dimezzato, possiamo fare i letti e preparare il pranzo tra una call e l’altra. Tuttavia intorno a te la vita va avanti. E questa vita si chiamano figli. Perché smart working significa lavorare ma, a scuole chiuse, con i figli intorno. Potrebbero avere dei compiti certo, è bellissima l’iniziativa delle lezioni a distanza via web. Finalmente si dà un senso vero a questo mondo virtuale. Peccato però che abbiamo in casa un solo pc che serve contestualmente a me per lavorare; e che c’è da pensare anche ad un bambino di 6 anni che i compiti da solo ovviamente non sa ancora farli. E così la mattina si trasforma in una nuova avventura durante la quale io faccio colloqui al telefono, mimo ad Alpha e Beta quello che devono fare, mi scuso con la persona in linea perché si sente in sottofondo Doraimon e soprattutto devo trovare un modo perché Alpha possa connettersi con la prof per la lezione di matematica delle 10. 

Questo è solo un esempio di come la vita,  il lavoro e la stessa scuola vadano ripensati. Perché noi un computer per altro ce l’abbiamo, abbiamo anche una casa dove ognuno ha la sua stanza e non ci calpestiamo troppo i piedi, abbiamo un poggiolo dove io posso andare a lanciare un urlo quando non ce la faccio più. Ma  in questo tempo tragico, c’è un dato di fatto innegabile: la vita va avanti come prima. E non mi riferisco solo allo sbocciare dei fiori dato che è primavera. Ma ai problemi, alle disuguaglianze, alle violenze ante covit.

Se una persona soffriva di depressione o attacchi di panico, probabilmente in questo tempo i disagi connessi le si sono amplificati. Se un bambino soffriva della sindrome da concentrazione e aveva il supporto di maestre preparate, adesso ha solo quello della madre e del padre. Se una donna era vittima di violenza domestica, lo è ancora oggi e ancora peggio perché a causa dell’isolamento sociale (è di ieri la notizia dell’ennesimo femminicidio per mano del marito convivente), fatica maggiormente a chiedere aiuto. Per lei e i suoi figli ad esempio.

La solitudine come un mese fa, e noi ci abbiamo fatto anche uno spettacolo (bei tempi si!), era già la malattia del secolo. E adesso? 

Siamo fortunati ad essere vivi nelle nostre case, con i nostri cari ancora in salute. Ma certo il mondo va ripensato. Gli stessi diritti per cui abbiamo combattuto vanno ripensati e ottenuti con la stessa facilità dello smart working che fino a qualche tempo fa sembrava impensabile. 

Non credo ci sia qualcosa di buono in questa esperienza tragica di malattia e isolamento. Non credo a chi dice che ci voleva uno stop e una riscoperta. E lo dice una m.other che spesso guarda il bicchiere mezzo vuoto ma che pure sapeva già che bastava invertire il senso di osservazione; non mi serviva tutto questo per capire che mi lamentavo per nulla e che ero stressata. 

Credo più a chi intravede una consapevolezza che questo tempo ci può donare e cioè di prenderci meno sul serio quando torneremo là fuori cogliendo la possibilità che tutto non torni come prima. Abbracci esclusi. 

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