Per provare a comprendere quello che ci sta accadendo

Masha Mottes

Nel 2019 intervistavo la *Dott.ssa Giulia Tomasi, laureata in Psicologia clinica presso l’Università degli Studi di Padova sul fenomeno hikikomori e dipendenza da Internet. La dott.ssa Tomasi ha conseguito un Master come “Esperto nelle nuove dipendenze” nel 2014. E’ inoltre Psicoterapeuta e opera sul territorio della provincia di Trento come libera professionista, effettuando consulenze e colloqui nell’ambito del gioco d’azzardo patologico, della dipendenza da internet e di altre dipendenze.

Alla luce del periodo che tutti noi abbiamo trascorso a causa del coronavirus e che ci ha spinto a vivere un isolamento forzato ho pensato di rivolgerle alcune domande sulle conseguenze che può avere avuto tutto questo ed in particolare sui ragazzi i quali, pare ormai accertato, di fatto non hanno visto e non vedranno un ritorno nelle scuole italiane prima del prossimo Settembre.

1. Ciao Giulia, cominciamo partendo dagli hikikomori, ragazzi per cui la scuola molte volte è il fattore scatenante che porta all’auto-reclusione, non solo come conseguenza ad episodi di bullismo ma anche a causa della pressione che sentono rispetto alle aspettative sociali.

Lo psicoanalista Massimo Recalcati in un articolo pubblicato dal giornale La Repubblica, venerdì 15 maggio 2020 intitolato Diario di uno psicoanalista al tempo del Covid, scrive:

Per provare a comprendere quello che sta accadendo conviene tenere presente una osservazione clinica di Freud: l’apparizione di un tumore può guarire il soggetto da una grave psicosi. È qualcosa che stiamo sperimentando: l’irruzione di un reale orribile – quello del tumore o del Covid 19 e delle sue conseguenze non solo sanitarie ma anche economiche e sociali – si rivelano assai più violente del delirio. Se lo psicotico vive separato dalla realtà, il trauma del tumore o del virus lo riporta bruscamente ad una realtà che non può più essere aggirata, liberandolo paradossalmente dalle sue angosce più deliranti. In parole più semplici la realtà si sarebbe fatta più delirante dello stesso delirio! Non deve allora stupire se quadri soggettivi gravemente compromessi mostrano segni di miglioramento in una condizione come quella che stiamo vivendo. Lo stesso accade, almeno nella mia esperienza, con quei giovani pazienti che da anni vivevano volontariamente tagliati fuori dal mondo, reclusi nella loro camera, separati da ogni forma di relazione sociale che, con le nuove condizioni di vita dettate dalle misure del distanziamento sociale, manifestano invece un inatteso ritorno alla socializzazione, al dialogo coi loro genitori, alla riapertura della loro vita. Leggo in questo cambiamento di posizione un insegnamento: tornano alle relazioni proprio quando le relazioni vengono interdette, ma, soprattutto, quando esse appaiono spogliate di ogni contenuto performativo.

Giulia, ti trovi d’accordo con questa affermazione? Hai potuto, in questo periodo, anche se a distanza, avere notizie di reazioni come queste?

Personalmente ritengo che vada aggiunto un livello di interpretazione alla lettura che Recalcati dà del brano di Freud. E’ vero che una realtà traumatica può in un certo senso guarire, ma non nel senso che le persone stanno meglio, nel senso piuttosto che si guarisce dalla malattia precedente. Una persona con un problema di psicosi, che quindi vive in un proprio mondo immaginario, quando viene riportata da un trauma nel mondo “reale” da un punto di vista esterno può sembrare che stia meglio, poiché sta vivendo una sorta di miglioramento della propria situazione: magari c’è un calo nella sintomatologia clinica, alcuni deliri o allucinazioni possono svanire. Se però dovessimo chiedere alla persona se si sente meglio nel suo mondo irreale fatto di allucinazioni, che sono protettive rispetto alla persona stessa, oppure se sta meglio senza allucinazioni, però consapevole del fatto che vive in un mondo traumatico e traumatizzante, non sono sicura che la risposta andrebbe nella direzione del brano sopra citato.

Esplicito questa mia interpretazione perché ritengo che siamo proprio davanti a una situazione di questo tipo: ci sono state regressioni sintomatiche però correlate ad aumenti di consapevolezza cognitiva e solo nei prossimi mesi vedremo i risultati che comporta questo cambiamento.

Faccio un esempio che può sembrare banale ma ritengo fondamentale. Proviamo ad applicare queste riflessioni alle famiglie che situazioni di ritiro. Seguendo alcune famiglie che hanno figli ritirati in casa, i cosiddetti hikikomori forse posso portare alcuni spunti professionali e personali.

E’ vero che nel periodo di quarantena eravamo tutti ritirati quindi, banalizzando, una persona potrebbe dire che il sintomo nel ragazzo ritirato era venuto meno proprio perché in quel periodo rappresentava la normalità: eravamo tutti ritirati. Ma questo sentirsi più normali non ha reso i ragazzi ritirati o le loro famiglie meno sofferenti, anzi. Un ragazzo ritirato soffre e tenta di escludere le relazioni con gli altri, per cui non sentirsi più l’unico chiuso in casa non risolve il problema. Inoltre avere persone, che solitamente si tengono a distanza, costantemente in casa non farà bene né a loro e né alle loro famiglie e anzi potrebbe portare a momenti di forte conflittualità. Non a caso tantissime testate giornalistiche hanno riportato come nel periodo di quarantena ci sia stato un aumento di chiamate ai centri antiviolenza e ai numeri Rosa. (link all’articolo di RAI news con i dati registrati durante il lockdown https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/istat-bilancio-chiamate-al-numero-antiviolenza-durante-lockdown-a655c80c-06fa-4d93-ac48-ce56d036950c.html).

Ritengo quindi che sia molto delicata la questione che non sia possibile in questo momento avere un quadro completo, proprio perché siamo ancora in fase di cambiamento.

  1. Hai invece registrato, al contrario, reazioni di apatia e chiusura o tendenze depressive determinate dalla permanenza forzata in casa?

Nella mia esperienza professionale di questi mesi, la maggior parte delle richieste di aiuto era relativa proprio a un aumento di stati depressivi e/o ansiosi, anche questo a conferma del fatto che molte persone hanno faticato ad adattarsi a tutti questi cambiamenti. La paura del virus, la paura della malattia sono sicuramente stati dei trigger, dei fattori scatenanti, che hanno fatto esacerbare delle patologie, in alcuni casi, preesistenti. A mio avviso non va sottovalutato il momento di difficoltà e di sofferenza e ci siamo trovati a dover affrontare nel momento in cui dalla fase 1, quindi quella della quarantana, abbiamo dovuto piano piano ricominciare a prendere in mano le nostre vite e cercare una nuova forma di quotidianità. Credo infatti che proprio questo seconda fase sia stata quella che ha ingenerato la maggior parte di problemi: molte le persone sono riuscite davanti all’emergenza, o il trauma come lo chiama Recalcati, a fare appello a tutte le proprie risorse alla propria resilienza e sono riuscite, ognuno a modo suo, a fare fronte all’emergenza. Il problema è però quello che abbiamo e stiamo incontrando ora: come ricreare, riprendere in mano in maniera differente la propria vita, che non potrà in un certo senso per molto tempo essere più quella di prima ed è stata comunque cambiata dall’esperienza del virus e della pandemia.

  1. Per quanto riguarda i bambini, molte delle mie amiche mi parlano di fenomeni di regressione nel comportamento. Quali credi siano i fattori scatenanti di questo fenomeno?

Il tema estremamente complesso. Partiamo dal presupposto che tendenzialmente davanti al pericolo l’essere umano si adatta e trova delle strategie che gli permettano, in un certo senso, la sopravvivenza. Questo vale per gli adulti, ma anche per i bambini: solitamente il modo che i bambini hanno di preservarsi e di sopravvivere è quello di creare legami con gli adulti di riferimento che si prendono cura di loro. Possiamo quindi ipotizzare che, davanti ad una nuova situazione di pericolo, alcuni bambini hanno messo in atto delle strategie regressive volte ad attirare le attenzioni dell’adulto. Magari un bambino crescendo acquisisce maggior libertà da parte del genitore e davanti alla situazione di bisogno il bambino “sceglierà” di “tornare ad uno stadio precedente” implicitamente chiedendo al genitore di fare altrettanto.

Ogni bambino in questo momento storico avrà capito, a modo suo, cosa sta succedendo: magari non tanto nei termini di “cosa significhi la pandemia”, sicuramente però il bambino ha capito tutte le emozioni, le preoccupazioni e le paure, che questa situazione ha ingenerato nel mondo degli adulti. Citando la Main potremmo dire che una mamma, o un genitore, spaventata è una mamma spaventante: quando il bambino vede la paura negli occhi della madre il bambino a sua volta si spaventerà, perché comprenderà che c’è un pericolo. Quindi per quanto le nostre parole possano essere state rassicuranti sicuramente il mondo dei bambini ha percepito il pericolo che c’era fuori e di conseguenza ogni bambino avrà tentato di attivare delle risorse che gli permettessero di sentire la vicinanza dei loro genitori, delle loro figure di attaccamento, in modo che potesse sentirsi protetto.

  1. In un momento di estrema confusione come questo, dove il futuro sembra incerto ed appare chiaro che le conseguenze sociali ed economiche saranno durissime, quali sono i messaggi che possiamo trasmettere come adulti? (pare quasi abbiano affrontato con minor smarrimento loro di noi questo momento).

Lo slogan “andrà tutto bene” sicuramente aveva come obiettivo quello di dare un messaggio positivo a bambini, ragazzi e anche a noi stessi adulti. Ovviamente uno slogan così parte dal presupposto che attualmente le cose non stanno andando bene, considerato che la speranza è rivolta verso un futuro migliore.

Ritengo che la morale che ci ha insegnato l’esperienza del covid e della quarantena non è tanto che le cose possono andare bene o male, perché non viviamo in un mondo fatto di bianco o di nero; ma la morale è che, alla luce del fatto che la vita è fatta di cose belle e di cose brutte, noi al massimo possiamo imparare ad attivare delle risorse per farci fronte: anche se possono capitare cose brutte, noi possiamo risolverle e possiamo provare a fronteggiarle.

Dal mio punto di vista, soprattutto quando si parla di bambini e ragazzi, va  ricordato che la cosa più educativa che noi possiamo fare è dare l’esempio: è meno utile un genitore che continua a ripetere “andrà tutto bene” e poi ha crisi di pianto, di ansia o sintomi depressivi che il bambino vede e comprende e non riesce però a integrare con il messaggio verbale del genitore; o è più utile un genitore che riesci a trasmettere in maniera semplice ai propri figli l’idea, come dicevamo prima, che le cose brutte possono capitare e che si possono sempre risolvere?  Questo, a mio avviso, è il miglior messaggio che possiamo trasmettere ai giovani e giovanissimi.

5. Si può effettivamente fare affidamento su una reale maggiore capacità di adattamento di bambini e adolescenti o stiamo sottovalutando gli strascichi psicologici che le privazioni di questi mesi avranno su di loro?

Sicuramente i bambini hanno una maggiore capacità di adattamento e ci sono numerose ricerche che derivano dalle neuroscienze che ce lo confermano: la maggior neuroplasticità del loro cervello permette al bambino di poter creare nuove connessioni neuronali maniera molto veloce. Il fatto però che ci si sappia adattare ai cambiamenti esterni non significa che questi cambiamenti non abbiano poi delle ripercussioni emotive nella storia del bambino. Secondo me abbiamo visto in questo periodo bambini reagire meglio dei loro genitori, sia al periodo quarantena che al lock-down e a tutti i cambiamenti che ne sono conseguiti (non andare più al nido piuttosto che alla materna), ma ritengo che nei prossimi mesi vedremo tutte le ripercussioni di questo grosso sforzo di adattamento.

Durante i colloqui mi è stata riportata da molte mamme la fatica e la sofferenza dei loro bambini, che pare aver cominciato ad emergere nei figli quando loro stesse, come genitori, hanno cominciato a stare meglio. Mi spiego meglio: queste donne raccontano di aver reagito inizialmente alla notizia della pandemia con molto spavento, con momenti d’ansia e di grossa preoccupazione. In questa prima fase le mamme riportavano che i loro figli stavano reagendo meglio di loro. Probabilmente, complice la grande capacità di resilienza dei bambini, le mamme dopo un po’ di tempo hanno trovato tutte le risorse per riuscire ad adattarsi alla situazione, ed è qui che è avvenuto il grosso cambiamento. Alla luce di una ritrovata tranquillità del genitore i bambini hanno cominciato a stare male: crisi di pianto attacchi di rabbia, piccole regressioni a fasi precedenti. Insomma hanno iniziato a far vedere ai loro genitori che alla fine non stavano poi così bene ed è come se, alla luce del fatto che il genitore era il ritornato ad avere un ruolo protettivo nei loro confronti, finalmente i bambini si potessero permettere di far vedere i genitori quanta fatica avevano fatto e quanto avevano sofferto.

In questo momento è difficile dare delle risposte conclusive, proprio perché questa pandemia ci ha messo davanti ad un cambiamento epocale, solo tra un po’ vedremo davvero quali strascichi ci saranno nei bambini, negli adolescenti e (credo) anche in noi adulti

6. Come valuti da specialista l’apparente indifferenza o superficialità dimostrata dalla politica nella comunicazione ma anche nell’azione specifica verso bambini e adolescenti?

Ritengo che la politica abbia estremamente faticato a prendere in considerazione i bisogni dei bambini e degli adolescenti in questo periodo. Sono assolutamente convinta che gestire la pandemia sia stato un lavoro difficilissimo ed estremamente delicato.

Chiaramente lavorando nel settore socio-sanitario il mio Focus è il benessere psicologico dell’individuo, delle famiglie e della società, quindi inevitabilmente tenere sfocato per lungo tempo il dibattito rispetto a questi temi ritengo abbia causato situazioni davvero difficili se non traumatiche in molti giovani e nelle loro famiglie. Dall’altra parte ora assistiamo alla rincorsa, il cercare di mettere pezze in maniera sgangherata e non credo che sia la soluzione più adeguata. Abbiamo visto nel lock-down la chiusura di nidi, di centri per l’infanzia e di tutte le scuole e adesso, con la previsione di una possibile seconda ondata di virus in autunno, tutti quanti stanno parlando di riaprire le scuole i nidi e le materne: una riapertura improvvisa come se il punto fosse il poter collocare bambini, ragazzi in un luogo che non sia casa, per permettere ai genitori di andare a lavorare o di avere un sostegno nella gestione dei figli. Anche questa soluzione mi sembra che metta in luce un focus centrato sugli adulti, che devono lavorare che hanno bisogno che qualcuno si prenda cura di loro figli, lasciando però il benessere fisico, ma anche psicologico e sociale dei figli in secondo piano.

7. Cosa ne pensi della didattica on-line e quanto credi che la distanza possa incidere sul passaggio di contenuti, in un periodo formativo come quello dell’età che può andare dalla scuola media alle superiori?

Ritengo che la didattica on-line sia un’ottima metodologia che può aiutarci nel trovare modalità alternative per trasmettere contenuti ai nostri ragazzi. Ritengo che la didattica on-line inoltre ci abbia aiutato a mettere in luce alcuni dei punti di vista disfunzionali ed impliciti che si sono cronicizzate negli ultimi anni riguardo alla scuola. Mi spiego meglio: al giorno d’oggi possiamo trasmettere ai nostri ragazzi praticamente ogni contenuto utilizzando internet, cercando video e piattaforme interattive di apprendimento. Probabilmente tramite il video possiamo anche far vedere a 100 differenti classi sparpagliate in giro per l’Italia lo stesso grande esperto che con modalità di intrattenimento differenti può aiutare i ragazzi a comprendere apprendere. Tramite un unico video, fatto magari dal più grande esperto di una materia, possiamo passare il contenuto a tantissimi ragazzi. Quando dico queste cose molto spesso vedo nei miei interlocutori il panico che serpeggia all’idea che si possa togliere questa competenza ai docenti delle varie scuole e la domanda a quel punto di solito è “Quindi lei dottoressa crede che la scuola oggigiorno non serva più? Crede che la scuola possa essere soppiantata da Internet e dalla tecnologia?”. Assolutamente no! La scuola è fondamentale ma non può avere come unico obiettivo quello di trasmettere contenuti. Per un ragazzo andare a scuola è fondamentale perché gli insegna a stare in relazione con gli altri, a stare in relazione con i propri pari, a gestire le frustrazioni che emergono nel gruppo classe confrontandosi con persone che magari hanno punti di vista completamente differenti dei propri. La scuola insegna loro a relazionarsi con adulti che sono diversi dei propri genitori, che possono portare stimoli diversi ma anche criticità differenti. La scuola è, o perlomeno dovrebbe essere, la prima vera palestra di vita ed è riduttivo pensare che il compito di un docente, educatore in un senso ampio del termine, sia il mero passaggio di contenuti che rischia di diventare sterile. Se possiamo sgravare i docenti dal trovare nuove modalità sempre più interessanti e per coinvolgere i ragazzi, utilizzando video già fatti e ben studiati, prodotti da esperti, perché no? Aiutiamo i nostri docenti e riscoprire il loro ruolo di educatori in senso ampio, il loro ruolo di guida. Un rischio della scuola d’oggi è che i docenti si appiattiscono sul loro ruolo di dispensatori di contenuti, sempre occupati a correre dietro ai programmi ministeriali, e spesso questo rischia di avvenire a discapito dei ragazzi, togliendo tempo ed energie all’accompagnamento alla crescita del ragazzo.Potremmo a lungo discutere rispetto al fatto che questa delega all’educazione dei ragazzi sta arrivando in generale da tutto il mondo degli adulti, perché anche i genitori non di rado tendono a delegare alla scuola questo dovere. Tutti i genitori e tutte le figure di riferimento dei ragazzi dovrebbero tenere a mente che hanno un ruolo educativo, che danno l’esempio ai ragazzi, che tutti noi all’interno dei nostri ruoli e delle nostre cariche siamo dei fari e delle guide per i ragazzi di oggi. Ognuno di noi, volente o nolente, sta svolgendo il proprio compito e per quanto tendiamo negarlo, alla fine il nostro esempio educativo viene assorbito dai ragazzi. Di fatto oggi i giovani crescono in un mondo di adulti stanchi, o spaventati all’idea di avere le responsabilità educative e non a caso il mondo dei ragazzi mostra sempre di più sofferenze e difficoltà che mettono in luce la mancanza di fiducia nel mondo degli adulti. Non a caso vediamo un aumento di casi di depressione, aumento di tentati suicidi e suicidi, aumento di ritiro sociale, in generale un dilagare di patologie implosive. Una volta l’adolescente cercava lo scontro con l’adulto, oggigiorno molto meno. E questo a mio avviso è un dato che dovrebbe far molto riflettere.

*la dott.sa Tomasi ha sviluppato negli anni competenze sia nel settore della sanità pubblica che nel privato sociale, avendo come principali campi di interesse la psicologia clinica, la psicologia della salute, le dipendenze comportamentali, oltre ai contesti familiari e relazionali all’interno del quale l’individuo cresce e si sviluppa. Si occupa di dipendenze come terapeuta presso il suo studio privato a Trento, inoltre lavora presso l’associazione A.M.A. di Trento, occupandosi di gioco d’azzardo, dipendenza da internet e ritiro sociale (sindrome hikikomori). Fa parte infine del collettivo di professionisti Navigare a vista che prevede progetti di prevenzione e formazione in ambito di problematiche Internet correlate nelle scuole primarie e secondarie, cercando di fare chiarezza su un argomento complesso come quello della dipendenza da internet e di fare prevenzione rispetto a fenomeni come quello del cyberbullismo.

Per coloro che volessero comprendere più a fondo il fenomeno degli hikikomori e del cyberbullismo vi riproponiamo la nostra intervista di Masha alla dott.sa Tomasi HIKIKOMORI E DIPENDENZA DA INTERNET: DI CHE COSA STIAMO PARLANDO DAVVERO? al link https://livingwomen.net/2019/03/12/hikikomori-e-dipendenza-da-internet-di-che-cosa-stiamo-parlando-davvero/

dott.ssa Giulia Tomasi psicoterapeuta

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