“Discorso agli insegnanti” di James Baldwin 1963, “Il bambino negro e la sua immagine di sé”

Mari Key

Gennaio ed anche Febbraio sono per noi  ruotati attorno al tema Ribelle. Più volte ho pensato che tutto il 2021 dovrebbe essere ribelle, o finché almeno alcune delle troppe cose cose che non vanno cambieranno. Febbraio è stato anche il Black History Month, tradotto letteralmente “Il mese della storia nera”.  Il Black History Month venne ufficialmente riconosciuto nel 1976 dal presidente Gerald R. Ford, durante la celebrazione del Bicentenario degli Stati Uniti. Nell’ottobre del 1987, venne celebrato per la prima volta in Inghilterra, a Londra.

Vediamo ogni giorno libertà e diritti calpestati ovunque – nonostante ci siamo illus@ che con le lotte per i diritti civili avessimo ormai conquistato una sorta di equità e di libertà di gregge per tutte le categorie. Invece i fatti ci dicono che così non è. Non lo è affatto. Le minoranze – non sono quella nera – sono ancora ghettizzate, sfruttate, attaccate sia ideologicamente che fisicamente. Stiamo vedendo proliferare (ancora una volta rendiamo un sentito grazie all’utilizzo incontrollato ed improprio dei social) vere e proprie campagne d’odio nei confronti di donne, poveri, migranti, rom, omosessuali, senzatetto, disabili, “diversi”.

Siamo davvero sicuri di avere minimamente scalfito il patriarcato, se qualsiasi categoria che non sia quella appartenente all’uomo ricco e bianco subisce costanti minacce ed attacchi mediatici, politici e fisici?

Abbiamo denunciato in questi anni su questo blog attraverso le nostro fotografie, gli articoli, le interviste diritti delle donne calpestati, episodi di razzismo, situazioni ingiuste di povertà, parlato di diverse abilità, di musica e di cultura, difeso il diritto all’educazione universale, al lavoro, alla parità di genere, alla libertà di espressione, ad una sessualità libera e sana con la rubrica Sex-ED, ad un’adeguata e necessaria educazione scolastica di genere e sentimentale dei nostri bambini e ragazzi con la rubrica Teenosophy Abbiamo condannato ingiustizie sociali, raccontato episodi positivi di riscatto sociale, riportato studi universitari nazionali sulla condizione del lavoro delle donne in Italia (Forza ragazze, al lavoro! articolo) ed internazionali in merito all’ hate speech, il discorso d’odio (Progetto Hatemeter: parliamo di odio online, islamofobia ed hate speech con Elisa Martini, articolo). 

Insomma dal 2012 insieme a tutt@ coloro che hanno collaborato con il blog, abbiamo veramente cercato di fare la nostra parte. Mi guardo attorno però e vedo soltanto sogni infranti, una situazione disastrosa dove la pandemia sta facendo vacillare ancora di più in tutto il mondo – insieme alle libertà personali – tutti i diritti civili che il popolo si era riuscito a conquistare attraverso lotte che sono durate decenni, nelle piazze prima e dentro le istituzioni poi. Persino il diritto allo studio è stato indegnamente calpestato in tutta Europa da un anno a questa parte. La politica non è mai stata così lontana e non all’altezza, concentrata soltanto sulla propria reputazione (quale mi domando) e sui propri interessi personali, con rarissime eccezioni in tutto il pianeta terra.

Oggi è il 28 febbraio, ultimo giorno del Black History Month. Oggi voglio fare insieme a chi leggerà fino in fondo questo lungo articolo un passo indietro, perché credo che per capire il nostro presente, sia indispensabile conoscere il nostro passato e la nostra storia. Per conoscere chi siamo abbiamo il dovere di sapere da quale passato arriviamo. Capiremmo all’istante dove stiamo andando. Oggi è più chiaro che mai che la storia di ogni singolo paese su questo pianeta è evidentemente la storia di tutto il pianeta, che la storia di ognuno di noi nero o bianco, è quella di tutti noi, dal primo all’ultimo. Siamo interconnessi.

Erano gli Stati Uniti d’America. Era il 1963.

Di James Baldwin. Articolo originariamente pubblicato su The Saturday Review, Stati Uniti d’America, 21 dicembre 1963, ristampato in Il prezzo del biglietto, Raccolta di saggistica 1948-1985, Saint Martins 1985. 

Cominciamo col dire che stiamo vivendo un periodo molto pericoloso. Tutti in questa stanza in un modo o nell’altro ne sono consapevoli. Siamo in una situazione rivoluzionaria, non importa quanto impopolare questa parola sia diventata in questo paese. La società in cui viviamo è minacciata disperatamente, non da Krusciov, ma dall’interno. Ad ogni cittadino di questo paese che si ritenga responsabile – e in particolare a quelli di voi che hanno a che fare con la mente ed il cuore dei giovani – si deve essere preparati a “fare tutto per tutto”. O per dirla in altro modo, si deve comprendere che nel tentativo di correggere così tante generazioni di malafede e crudeltà, quando opera non solo in classe ma anche nella società, si incontrerà la più incredibile, la più brutale e più determinata resistenza. Non ha senso fingere che questo non accadrà.

Dal momento che sto parlando con insegnanti e non sono un insegnante, e per certi versi sono abbastanza facilmente intimidito, vi prego di lasciarmi lasciare riguardo a questo e di tornare a quello che penso essere l’intero scopo dell’educazione in primo luogo. Mi sembra che quando nasce un bambino, se sono il genitore del bambino, è mio obbligo e mio alto dovere civilizzare quel bambino. L’uomo è un animale sociale. Non può esistere senza una società. Una società, a sua volta, dipende da certe cose che tutti all’interno di quella società danno per scontate. Ora il paradosso cruciale che ci troviamo di fronte qui è che l’intero processo educativo avviene all’interno di un quadro sociale ed è progettato per perpetuare gli obiettivi della società. Così, ad esempio, i ragazzi e le ragazze nati durante l’era del Terzo Reich, quando educati ai fini del Terzo Reich, divennero barbari. Il paradosso dell’educazione è proprio questo: quando si comincia a diventare consapevoli, si comincia ad esaminare la società in cui si viene educati. Lo scopo dell’educazione, infine, è creare in una persona la capacità di guardare il mondo da sé, di prendere le proprie decisioni, di dire a se stesso che questo è nero o questo è bianco, di decidere da sé se esiste un Dio. Un paradiso o no. Fare domande all’universo, e poi imparare a convivere con quelle domande, è il modo in cui raggiunge la propria identità. Ma nessuna società è davvero ansiosa di avere quel tipo di persona intorno. Ciò che le società vogliono veramente, idealmente, è una cittadinanza che obbedisca semplicemente alle regole della società. Se una società riesce in questo, quella società sta per morire. L’obbligo di chiunque pensi a se stesso come responsabile è quello di esaminare la società e cercare di cambiarla e combatterla, indipendentemente dal rischio. Questa è l’unica speranza che la società ha. Questo è l’unico modo in cui le società cambiano.

Ora, se quello che ho cercato di abbozzare ha una qualche validità, diventa del tutto chiaro, almeno per me, che ogni negro che nasce in questo paese e si sottopone al sistema educativo americano corre il rischio di diventare schizofrenico. Da un lato è nato all’ombra delle stelle e delle strisce ed è certo che rappresenta una nazione che non ha mai perso una guerra. Promette fedeltà a quella bandiera che garantisce “libertà e giustizia per tutti”. Fa parte di un paese in cui chiunque può diventare presidente e così via. Ma d’altra parte è anche dichiarato dal suo paese e dai suoi connazionali come qualcuno che non ha mai contribuito alla civiltà – il cui passato non è altro che un record di umiliazioni sopportate volentieri. La repubblica presume che lui, suo padre, sua madre e i suoi antenati fossero dei negri mangiatori di angurie felici, incapaci, e che amavano il signor Charlie e la signorina Ann, che il valore che ha come uomo di colore è dimostrato da una sola cosa – la sua devozione ai bianchi. Se pensi che stia esagerando, esamina i miti che proliferano in questo paese (gli Stati Uniti, ndr) sui “Negri” (negroes, ndr).

Tutto questo entra nella coscienza del bambino molto prima di quanto noi adulti vorremmo pensare che accada. Da adulti, siamo facilmente ingannati perché siamo così ansiosi di essere ingannati. Ma i bambini sono molto diversi. I bambini, non ancora consapevoli che è pericoloso guardare troppo in profondità qualsiasi cosa, osservano tutto, si osservano l’un l’altro e traggono le loro conclusioni. Non hanno il vocabolario per esprimere ciò che vedono e noi, i loro anziani, sappiamo come intimidirli molto facilmente e molto presto. Ma un bambino nero, guardando il mondo che lo circonda, anche se non sa bene cosa farne, è consapevole che c’è un motivo per cui sua madre lavora così duramente, perché suo padre è sempre nervoso. È consapevole che c’è qualche motivo per cui, se si siede davanti all’autobus, suo padre o sua madre lo schiaffeggiano e lo trascinano sul retro dell’autobus. È consapevole che c’è un peso terribile sulle spalle dei suoi genitori che lo minaccia. E non passa molto – infatti inizia quando va a scuola – prima che scopra la forma della sua oppressione.

Diciamo che il bambino ha sette anni e io sono suo padre, e decido di portarlo allo zoo, o al Madison Square Garden, o al Palazzo delle Nazioni Unite, o in uno qualsiasi dei meravigliosi monumenti che troviamo ovunque. York. Saliamo su un autobus e andiamo da dove abito sulla 131st Street e la Seventh Avenue in centro attraverso il parco e arriviamo a New York City, che non è Harlem. Ora, dove vive il ragazzo – anche se si tratta di un progetto di edilizia abitativa – è in un quartiere indesiderato. Se vive in uno di quei progetti abitativi di cui tutti a New York sono così orgogliosi, ha davanti, se non più vicino, i magnaccia, le puttane, i drogati – in una parola, il pericolo della vita nel ghetto. E il bambino lo sa, anche se non sa perché.

Ricordo ancora la mia prima vista di New York. Era davvero un’altra città quando sono nato, dove sono nato. Abbiamo guardato i binari del tram di Park Avenue. Era Park Avenue, ma non sapevo cosa significasse Park Avenue in centro. La Park Avenue in cui sono cresciuto, che è ancora in piedi, è buia e sporca. Nessuno si sognerebbe di aprire un Tiffany’s in quella Park Avenue, e quando vai in centro scopri di essere letteralmente nel mondo dei bianchi. È ricco, o almeno sembra ricco. È pulito, perché raccolgono la spazzatura in centro. Ci sono portieri. Le persone camminano come se possedessero il luogo in cui si trovano, e in effetti lo fanno. Ed è un grande shock. È molto difficile metterti in relazione con questo. Non sai cosa significa. Sai – lo sai istintivamente – che niente di tutto questo è per te. Lo sai prima che ti venga detto. E per chi è e chi lo paga? E perché non è per te?

Più tardi, quando diventi un droghiere o un fattorino e cerchi di entrare in uno di quegli edifici, un uomo dice: “Vai alla porta sul retro”. Ancora più tardi, se per qualche strana possibilità ti capita di avere un amico in uno di quegli edifici, l’uomo dice: “Dov’è il tuo pacco?” Ora questo non è affatto il nocciolo della questione. Quello che sto cercando di dire è che nel momento in cui il bambino negro ha avuto, effettivamente, quasi tutte le porte delle opportunità sbattute in faccia, ci sono pochissime cose che può fare al riguardo. Può più o meno accettarlo con una rabbia assolutamente inarticolata e pericolosa dentro, tanto più pericolosa perché non viene mai espressa. Sono proprio quelle persone silenziose che i bianchi vedono ogni giorno della loro vita – intendo il tuo portiere e la tua cameriera, che non dicono mai altro che “Sì, signore” e “No, signora”. Ti diranno che sta piovendo se è quello che vuoi sentire, e ti diranno che il sole splende se è quello che vuoi sentire. Ti odiano davvero – ti odiano davvero perché ai loro occhi (e hanno ragione) tu ti trovi tra loro e la vita. Voglio tornare su questo in un momento. È il più sinistro dei fatti, credo, che dobbiamo affrontare ora.

C’è qualcos’altro a cui il bambino negro può fare. Ogni ragazzo di strada – ed io ero un ragazzo di strada, quindi lo so – guardando la società che lo ha prodotto, guardando gli standard di quella società che non sono onorati da nessuno, guardando le vostre chiese, il governo e i politici, capiscono che questa struttura è gestita per il beneficio di qualcun altro, non per il suo. E non c’è un motivo per lui. Se è davvero astuto, davvero spietato, davvero forte – e molti di noi lo sono – diventa una specie di criminale. Diventa una specie di criminale perché è l’unico modo in cui può vivere. Harlem e ogni ghetto di questa città – ogni ghetto di questo paese – è pieno di persone che vivono al di fuori della legge. Non si sognerebbero di chiamare un poliziotto. Per un momento non avrebbero ascoltato nessuna di quelle professioni di cui siamo così orgogliosi il 4 luglio. Si sono allontanati da questo paese per sempre e totalmente. Vivono con la loro intelligenza e desiderano davvero vedere il giorno in cui l’intera struttura crollerà.

Il punto di tutto questo è che gli uomini neri sono stati portati qui come fonte di manodopera a basso costo. Erano indispensabili per l’economia. Per giustificare il fatto che gli uomini fossero trattati come se fossero animali, la repubblica bianca dovette fare il lavaggio del cervello facendogli credere che fossero, davvero, animali e meritassero di essere trattati come animali. Perciò è quasi impossibile per qualsiasi bambino negro scoprire qualcosa sulla sua vera storia. La ragione è che questo “animale”, una volta che sospetta il proprio valore, una volta che inizia a credere di essere un uomo, ha iniziato ad attaccare l’intera struttura del potere. Questo è il motivo per cui l’America ha passato così tanto tempo a tenere il negro al suo posto. Quello che sto cercando di suggerirti è che non è stato un incidente, non è stato un atto di Dio, non è stato fatto da persone ben intenzionate che si sono confuse in qualcosa che non capivano. Era una politica deliberata stabilita per fare soldi con la carne nera. E ora, nel 1963, poiché non abbiamo mai affrontato questo fatto, siamo in guai intollerabili.

La ricostruzione, come ho letto dalla relativa documentazione, è stata un patto tra il Nord e il Sud in tal senso: “Li abbiamo liberati dalla terra e li abbiamo consegnati ai padroni”. Quando abbiamo lasciato il Mississippi per venire a nord non siamo arrivati ​​alla libertà. Siamo arrivati ​​al fondo del mercato del lavoro e siamo ancora lì. Persino la depressione degli anni ’30 non è riuscita a intaccare il rapporto dei negri con i lavoratori bianchi nei sindacati. Ancora oggi, questa repubblica è così sottoposta al lavaggio del cervello che le persone chiedono seriamente in ciò che suppongono essere in buona fede: “Cosa vuole il negro?” Ho sentito moltissime domande asinine nella mia vita, ma questa è forse la più stupida e forse la più offensiva. Ma il punto qui è che le persone che fanno questa domanda, pensando di farla in buona fede, sono davvero le vittime di questa cospirazione per far credere ai negri di essere meno che umani.

Per poter vivere, ho deciso molto presto che era stato fatto qualche errore da qualche parte. Non ero un “negro” anche se mi hai chiamato tale. Ma se ai tuoi occhi ero un “negro”, c’era qualcosa in te – c’era qualcosa di cui avevi bisogno. Quando ero molto giovane dovevo rendermi conto che non ero nessuna di quelle cose che mi era stato detto di essere. Per esempio, non ero felice. Non ho mai toccato un cocomero per tutti i tipi di motivi che erano stati inventati dai bianchi, e ormai conoscevo abbastanza la vita per capire che qualunque cosa tu inventi, qualunque cosa progetti, sei tu! Quindi dove siamo ora è che un intero paese di persone crede che io sia un “negro”, e io no, e la battaglia è iniziata! Perché se non sei quello che ti è stato detto di essere, allora significa che non sei nemmeno quello che pensavi di essere! E questa è la crisi.

Non è proprio una “rivoluzione negra” che sta sconvolgendo il paese. Ciò che sconvolge il Paese è il senso della propria identità. Se, per esempio, si riuscisse a cambiare il programma in tutte le scuole in modo che i negri imparassero di più su se stessi e sui loro reali contributi a questa cultura, liberereste non solo i negri, ma liberereste i bianchi che non sanno nulla della loro la propria storia. E il motivo è che se sei costretto a mentire su un aspetto della storia di qualcuno, devi mentire su tutto. Se devo mentire sul mio vero ruolo qui, se devo fingere di aver zappato tutto quel cotone solo perché ti amavo, allora hai fatto qualcosa a te stesso. Tu sei pazzo.

Ora torniamo indietro di un minuto. Ho parlato prima di quelle persone silenziose – il portiere e la cameriera – che, come ho detto, non guardano il cielo se chiedi loro se piove, ma ti guardano in faccia. I miei antenati e io eravamo molto ben addestrati. Abbiamo capito molto presto che questa non era una nazione cristiana. Non importava quello che dicevi o quanto spesso andavi in ​​chiesa. Mio padre e mia madre, mio ​​nonno e mia nonna sapevano che i cristiani non si comportavano in questo modo. Era semplice come quello. E se era così, non aveva senso trattare con i bianchi in base alle loro professioni morali, perché non le avrebbero onorate. Quello che si faceva era voltarsi, sorridendo tutto il tempo, e dire ai bianchi quello che volevano sentire. Ma le persone ti accusano sempre di fare discorsi pericolosi quando dici questo.

Tutto ciò significa che ci sono in questo paese enormi serbatoi di amarezza che non sono mai riusciti a trovare uno sbocco, ma potrebbero trovarlo presto. Significa che i liberali bianchi ben intenzionati si mettono in grave pericolo quando cercano di trattare con i negri come se fossero missionari. Significa, in breve, che si richiede un grande prezzo per liberare tutte quelle persone silenziose in modo che possano respirare per la prima volta e dirti cosa pensano di te. E viene chiesto un prezzo per liberare tutti quei bambini bianchi – alcuni dei quali quasi quarantenni – che non sono mai cresciuti e che non cresceranno mai, perché non hanno il senso della loro identità.

Ciò che passa per identità in America è una serie di miti sugli eroici antenati. Per me è sbalorditivo, ad esempio, che così tante persone sembrano davvero credere che il paese sia stato fondato da una banda di eroi che volevano essere liberi. Questo sembra non essere vero. Quello che è successo è stato che alcune persone hanno lasciato l’Europa perché non potevano più rimanere lì e dovevano andare da qualche altra parte per sopravvivere. È tutto. Avevano fame, erano poveri, erano detenuti. Coloro che lo erano in Inghilterra, per esempio, non sono saliti sulla Mayflower. È così che è stato sistemato il paese. Non da Gary Cooper. Eppure abbiamo un’intera razza di persone, un’intera repubblica, che crede ai miti al punto che ancora oggi sceglie rappresentanti politici, per quanto ne so io, da quanto assomigliano a Gary Cooper. Ora questo è pericolosamente infantile e si vede a ogni livello della vita nazionale. Quando vivevo in Europa, per esempio, una delle peggiori rivelazioni per me era il modo in cui gli americani camminavano per l’Europa comprando e comprando insultando tutti, nemmeno per cattiveria, solo perché non sapevano niente di meglio. Ebbene, è così che mi hanno sempre trattato. Non erano crudeli; semplicemente non sapevano che fossi vivo. Non sapevano che avessi dei sentimenti.

Quello che sto cercando di suggerire qui è che nel fare tutto questo per 100 anni o più, è l’uomo bianco americano che ha perso da tempo la sua presa sulla realtà. In qualche strano modo, avendo creato questo mito sui negri e il mito sulla sua stessa storia, creò miti sul mondo stesso in modo che, per esempio, rimase sbalordito che alcune persone potessero preferire Castro. Sbalordito dal fatto che ci siano persone nel mondo che non si nascondono quando sentono la parola “comunismo”. Sbalordito dal fatto che il comunismo sia una delle realtà del ventesimo secolo che non supereremo fingendo che non esista. Il livello politico in questo paese ora, da parte delle persone che dovrebbero conoscerlo meglio, è un abisso.

La Bibbia dice da qualche parte che dove non c’è visione le persone periscono. Credo che nessuno possa dubitare del fatto che in questo paese oggi siamo minacciati – minacciati in modo intollerabile – da una mancanza di visione.

È inconcepibile che un popolo sovrano continui, come facciamo noi in modo abietto, a dire: “Non posso farci niente. È il governo.” Il governo è la creazione del popolo. È responsabile nei confronti delle persone. E le persone ne sono responsabili. Nessun americano ha il diritto di permettere all’attuale governo di dire, quando i bambini negri vengono bombardati, annegati fucilati e picchiati in tutto il profondo sud, che non possiamo farci niente. Dovrebbe esserci stato un giorno nella vita di questo paese in cui il bombardamento dei bambini della scuola domenicale avrebbe dovuto creare un tumulto pubblico e messo in pericolo la vita di un governatore Wallace. È successo qui, e non ci sono state proteste pubbliche.

Ho iniziato dicendo che uno dei paradossi dell’educazione era che proprio nel momento in cui inizi a sviluppare una coscienza, devi trovarti in guerra con la tua società. È tua responsabilità cambiare la società se pensi a te stesso come a una persona istruita. E sulla base delle prove – le prove morali e politiche – si è costretti a dire che questa è una società arretrata. Ora, se fossi un insegnante in questa scuola, o in qualsiasi scuola negra, e avessi a che fare con bambini negri, che erano affidati alle mie cure solo poche ore al giorno e sarebbero poi tornati nelle loro case e nelle strade, bambini che hanno un timore per il loro futuro che ogni ora si fa più cupo e oscuro, proverei a insegnare loro – proverei a farglielo sapere – che quelle strade, quelle case, quei pericoli, quelle agonie da cui sono circondati, sono criminali.

Cercherei di far sapere a ogni bambino che queste cose sono il risultato di una cospirazione criminale per distruggerlo. Gli insegnerei che se intende diventare un uomo, deve subito decidere che la sua identità è più forte di questa cospirazione, e loro non devono mai farci pace. E la sua arma per rifiutarsi di farci pace e per distruggerla, dipende da quanto lui decide di valere. Gli insegnerei che attualmente ci sono pochissimi standard in questo paese che meritano il rispetto di un uomo. Che spetta a lui cambiare questi standard per il bene della vita e della salute del paese.

Gli suggerirei che la cultura popolare – rappresentata, ad esempio, in televisione, nei fumetti e nei film – si basa su fantasie create da persone molto malate, e deve essere consapevole che si tratta di fantasie che non hanno nulla a che fare con la realtà. Gli insegnerei che la stampa che legge non è così libera come dice di essere – e che anche lui può fare qualcosa al riguardo. Cercherei di fargli sapere che proprio come la storia americana è più lunga, più grande, più varia, più bella e più terribile di qualsiasi cosa qualcuno abbia mai detto al riguardo, così il mondo è più grande, più audace, più bello e più terribile, ma principalmente più grande – e che appartiene a lui.

Gli insegnerei che non deve essere vincolato dagli espedienti di una data amministrazione, di una determinata politica, di una determinata moralità; che ha il diritto e la necessità di esaminare tutto. Cercherei di dimostrargli che non si è imparato nulla su Castro quando si dice: “È un comunista”. Questo è un modo per imparare qualcosa su Castro, qualcosa su Cuba, qualcosa, nel tempo, sul mondo. Gli suggerirei che vive, al momento, in una provincia enorme. L’America non è il mondo e se l’America vuole diventare una Nazione, deve trovare un modo – e questo bambino deve aiutarla a trovare un modo per usare l’enorme potenziale e la straordinaria energia che questo bambino rappresenta. Se questo paese non trova un modo per usare quell’energia, sarà distrutto da quella energia stessa.

originally published in The Saturday Review, December 21, 1963,reprinted in The Price of the Ticket, Collected Non-Fiction 1948-1985,Saint Martins 1985.

Let’s begin by saying that we are living through a very dangerous time.  Everyone in this room is in one way or another aware of that.  We are in a revolutionary situation, no matter how unpopular that word has become in this country.  The society in which we live is desperately menaced, not by Khrushchev, but from within.  To any citizen of this country who figures himself as responsible – and particularly those of you who deal with the minds and hearts of young people – must be prepared to “go for broke.”  Or to put it another way, you must understand that in the attempt to correct so many generations of bad faith and cruelty, when it is operating not only in the classroom but in society, you will meet the most fantastic, the most brutal, and the most determined resistance.  There is no point in pretending that this won’t happen.

Since I am talking to schoolteachers and I am not a teacher myself, and in some ways am fairly easily intimidated, I beg you to let me leave that and go back to what I think to be the entire purpose of education in the first place.  It would seem to me that when a child is born, if I’m the child’s parent, it is my obligation and my high duty to civilize that child.  Man is a social animal.  He cannot exist without a society.  A society, in turn, depends on certain things which everyone within that society takes for granted.  Now the crucial paradox which confronts us here is that the whole process of education occurs within a social framework and is designed to perpetuate the aims of society.  Thus, for example, the boys and girls who were born during the era of the Third Reich, when educated to the purposes of the Third Reich, became barbarians.  The paradox of education is precisely this – that as one begins to become conscious one begins to examine the society in which he is being educated.  The purpose of education, finally, is to create in a person the ability to look at the world for himself, to make his own decisions, to say to himself this is black or this is white, to decide for himself whether there is a God in heaven or not.  To ask questions of the universe, and then learn to live with those questions, is the way he achieves his own identity.  But no society is really anxious to have that kind of person around.  What societies really, ideally, want is a citizenry which will simply obey the rules of society.  If a society succeeds in this, that society is about to perish.  The obligation of anyone who thinks of himself as responsible is to examine society and try to change it and to fight it – at no matter what risk.  This is the only hope society has.  This is the only way societies change.

Now, if what I have tried to sketch has any validity, it becomes thoroughly clear, at least to me, that any Negro who is born in this country and undergoes the American educational system runs the risk of becoming schizophrenic.  On the one hand he is born in the shadow of the stars and stripes and he is assured it represents a nation which has never lost a war.  He pledges allegiance to that flag which guarantees “liberty and justice for all.”  He is part of a country in which anyone can become president, and so forth.  But on the other hand he is also assured by his country and his countrymen that he has never contributed anything to civilization – that his past is nothing more than a record of humiliations gladly endured.  He is assumed by the republic that he, his father, his mother, and his ancestors were happy, shiftless, watermelon-eating darkies who loved Mr. Charlie and Miss Ann, that the value he has as a black man is proven by one thing only – his devotion to white people.  If you think I am exaggerating, examine the myths which proliferate in this country about Negroes.

All this enters the child’s consciousness much sooner than we as adults would like to think it does.  As adults, we are easily fooled because we are so anxious to be fooled.  But children are very different.  Children, not yet aware that it is dangerous to look too deeply at anything, look at everything, look at each other, and draw their own conclusions.  They don’t have the vocabulary to express what they see, and we, their elders, know how to intimidate them very easily and very soon.  But a black child, looking at the world around him, though he cannot know quite what to make of it, is aware that there is a reason why his mother works so hard, why his father is always on edge.  He is aware that there is some reason why, if he sits down in the front of the bus, his father or mother slaps him and drags him to the back of the bus.  He is aware that there is some terrible weight on his parents’ shoulders which menaces him.  And it isn’t long – in fact it begins when he is in school – before he discovers the shape of his oppression.

Let us say that the child is seven years old and I am his father, and I decide to take him to the zoo, or to Madison Square Garden, or to the U.N. Building, or to any of the tremendous monuments we find all over New York.  We get into a bus and we go from where I live on 131st Street and Seventh Avenue downtown through the park and we get in New York City, which is not Harlem.  Now, where the boy lives – even if it is a housing project – is in an undesirable neighborhood.  If he lives in one of those housing projects of which everyone in New York is so proud, he has at the front door, if not closer, the pimps, the whores, the junkies – in a word, the danger of life in the ghetto.  And the child knows this, though he doesn’t know why.

I still remember my first sight of New York.  It was really another city when I was born – where I was born.  We looked down over the Park Avenue streetcar tracks.  It was Park Avenue, but I didn’t know what Park Avenue meant downtown.  The Park Avenue I grew up on, which is still standing, is dark and dirty.   No one would dream of opening a Tiffany’s on that Park Avenue, and when you go downtown you discover that you are literally in the white world.  It is rich – or at least it looks rich.  It is clean – because they collect garbage downtown.  There are doormen.  People walk about as though they owned where they are – and indeed they do.  And it’s a great shock.  It’s very hard to relate yourself to this.  You don’t know what it means.  You know – you know instinctively – that none of this is for you.  You know this before you are told.  And who is it for and who is paying for it?  And why isn’t it for you?

Later on when you become a grocery boy or messenger and you try to enter one of those buildings a man says, “Go to the back door.”  Still later, if you happen by some odd chance to have a friend in one of those buildings, the man says, “Where’s your package?”  Now this by no means is the core of the matter.  What I’m trying to get at is that by the time the Negro child has had, effectively, almost all the doors of opportunity slammed in his face, and there are very few things he can do about it.  He can more or less accept it with an absolutely inarticulate and dangerous rage inside – all the more dangerous because it is never expressed.  It is precisely those silent people whom white people see every day of their lives – I mean your porter and your maid, who never say anything more than “Yes Sir” and “No, Ma’am.”  They will tell you it’s raining if that is what you want to hear, and they will tell you the sun is shining if that is what you want to hear.  They really hate you – really hate you because in their eyes (and they’re right) you stand between them and life.  I want to come back to that in a moment.  It is the most sinister of the facts, I think, which we now face.

There is something else the Negro child can do, to.  Every street boy – and I was a street boy, so I know – looking at the society which has produced him, looking at the standards of that society which are not honored by anybody, looking at your churches and the government and the politicians, understand that this structure is operated for someone else’s benefit – not for his.  And there’s no reason in it for him.  If he is really cunning, really ruthless, really strong – and many of us are – he becomes a kind of criminal.  He becomes a kind of criminal because that’s the only way he can live.  Harlem and every ghetto in this city – every ghetto in this country – is full of people who live outside the law.  They wouldn’t dream of calling a policeman.  They wouldn’t, for a moment, listen to any of those professions of which we are so proud on the Fourth of July.  They have turned away from this country forever and totally.  They live by their wits and really long to see the day when the entire structure comes down.

The point of all this is that black men were brought here as a source of cheap labor.  They were indispensable to the economy.  In order to justify the fact that men were treated as though they were animals, the white republic had to brainwash itself into believing that they were, indeed, animals and deserved  to be treated like animals.  Therefor it is almost impossible for any Negro child to discover anything about his actual history.  The reason is that this “animal,” once he suspects his own worth, once he starts believing that he is a man, has begun to attack the entire power structure.  This is why America has spent such a long time keeping the Negro in his place.  What I am trying to suggest to you is that it was not an accident, it was not an act of God, it was not done by well-meaning people muddling into something which they didn’t understand.  It was a deliberate policy hammered into place in or4der to make money from black flesh.  And now, in 1963, because we have never faced this fact, we are in intolerable trouble.

The Reconstruction, as I read the evidence, was a bargain between the North and South to this effect:  “We’ve liberated them from the land – and delivered them to the bosses.”  When we left Mississippi to come North we did not come to freedom.  We came to the bottom of the labor market, and we are still there.  Even the Depression of the 1930’s failed to make a dent in Negroes’ relationship to white workers in the labor unions.  Even today, so brainwashed is this republic that people seriously ask in what they suppose to be good faith, “What does the Negro want?”  I’ve heard a great many asinine questions in my life, but that is perhaps the most asinine and perhaps the most insulting.  But the point here is that people who ask that question, thinking that they ask it in good faith, are really the victims of this conspiracy to make Negroes believe they are less than human.

In order for me to live, I decided very early that some mistake had been made somewhere.  I was not a “nigger” even though you called me one.  But if I was a “nigger” in your eyes, there was something about you – there was something you needed.  I had to realize when I was very young that I was none of those things I was told I was.  I was not, for example, happy.  I never touched a watermelon for all kinds of reasons that had been invented by white people, and I knew enough about life by this time to understand that whatever you invent, whatever you project, is you!  So where we are no is that a whole country of people believe I’m a “nigger,” and I don’t , and the battle’s on!  Because if I am not what I’ve been told I am, then it means that you’re not what youthought you were either!  And that is the crisis.

It is not really a “Negro revolution” that is upsetting the country.  What is upsetting the country is a sense of its own identity.  If, for example, one managed to change the curriculum in all the schools so that Negroes learned more about themselves and their real contributions to this culture, you would be liberating not only Negroes, you’d be liberating white people who know nothing about their own history.  And the reason is that if you are compelled to lie about one aspect of anybody’s history, you must lie about it all.  If you have to lie about my real role here, if you have to pretend that I hoed all that cotton just because I loved you, then you have done something to yourself.  You are mad.

Now let’s go back a minute.  I talked earlier about those silent people – the porter and the maid – who, as I said, don’t look up at the sky if you ask them if it is raining, but look into your face.  My ancestors and I were very well trained.  We understood very early that this was not a Christian nation.  It didn’t matter what you said or how often you went to church.  My father and my mother and my grandfather and my grandmother knew that Christians didn’t act this way.  It was a simple as that.  And if that was so there was no point in dealing with white people in terms of their own moral professions, for they were not going to honor them.  What one did was to turn away, smiling all the time, and tell white people what they wanted to hear.  But people always accuse you of reckless talk when you say this.

All this means that there are in this country tremendous reservoirs of bitterness which have never been able to find an outlet, but may find an outlet soon.  It means that well-meaning white liberals place themselves in great danger when they try to deal with Negroes as though they were missionaries.  It means, in brief, that a great price is demanded to liberate all those silent people so that they can breathe for the first time and tell  you what they think of you.  And a price is demanded to liberate all those white children – some of them near forty – who have never grown up, and who never will grow up, because they have no sense of their identity.

What passes for identity in America is a series of myths about one’s heroic ancestors.  It’s astounding to me, for example, that so many people really appear to believe that the country was founded by a band of heroes who wanted to be free.  That happens not to be true.  What happened was that some people left Europe because they couldn’t stay there any longer and had to go someplace else to make it.  That’s all.  They were hungry, they were poor, they were convicts.  Those who were making it in England, for example, did not get on the Mayflower.  That’s how the country was settled.  Not by Gary Cooper.  Yet we have a whole race of people, a whole republic, who believe the myths to the point where even today they select political representatives, as far as I can tell, by how closely they resemble Gary Cooper.  Now this is dangerously infantile, and it shows in every level of national life.  When I was living in Europe, for example, one of the worst revelations to me was the way Americans walked around Europe buying this and buying that and insulting everybody – not even out of malice, just because they didn’t know any better.  Well, that is the way they have always treated me.  They weren’t cruel; they just didn’t know you were alive.  They didn’t know you had any feelings.

What I am trying to suggest here is that in the doing of all this for 100 years or more, it is the American white man who has long since lost his grip on reality.  In some peculiar way, having created this myth about Negroes, and the myth about his own history, he created myths about the world so that, for example, he was astounded that some people could prefer Castro, astounded that there are people in the world who don’t go into hiding when they hear the word “Communism,” astounded that Communism is one of the realities of the twentieth century which we will not overcome by pretending that it does not exist.  The political level in this country now, on the part of people who should know better, is abysmal.

The Bible says somewhere that where there is no vision the people perish.  I don’t think anyone can doubt that in this country today we are menaced – intolerably menaced – by a lack of vision.

It is inconceivable that a sovereign people should continue, as we do so abjectly, to say, “I can’t do anything about it.  It’s the government.”  The government is the creation of the people.  It is responsible to the people.  And the people are responsible for it.  No American has the right to allow the present government to say, when Negro children are being bombed and hosed and shot and beaten all over the Deep South, that there is nothing we can do about it.  There must have been a day in this country’s life when the bombing of the children in Sunday School would have created a public uproar and endangered the life of a Governor Wallace.  It happened here and there was no public uproar.

I began by saying that one of the paradoxes of education was that precisely at the point when you begin to develop a conscience, you must find yourself at war with your society.  It is your responsibility to change society if you think of yourself as an educated person.  And on the basis of the evidence – the moral and political evidence – one is compelled to say that this is a backward society.  Now if I were a teacher in this school, or any Negro school, and I was dealing with Negro children, who were in my care only a few hours of every day and would then return to their homes and to the streets, children who have an apprehension of their future which with every hour grows grimmer and darker, I would try to teach them –  I would try to make them know – that those streets, those houses, those dangers, those agonies by which they are surrounded, are criminal.

I would try to make each child know that these things are the result of a criminal conspiracy to destroy him.  I would teach him that if he intends to get to be a man, he must at once decide that his is stronger than this conspiracy and they he must never make his peace with it.  And that one of his weapons for refusing to make his peace with it and for destroying it depends on what he decides he is worth.  I would teach him that there are currently very few standards in this country which are worth a man’s respect.  That it is up to him to change these standards for the sake of the life and the health of the country.

I would suggest to him that the popular culture – as represented, for example, on television and in comic books and in movies – is based on fantasies created by very ill people, and he must be aware that these are fantasies that have nothing to do with reality.  I would teach him that the press he reads is not as free as it says it is – and that he can do something about that, too.  I would try to make him know that just as American history is longer, larger, more various, more beautiful and more terrible than anything anyone has ever said about it, so is the world larger, more daring, more beautiful and more terrible, but principally larger – and that it belongs to him.

I would teach him that he doesn’t have to be bound by the expediencies of any given administration, any given policy, any given morality; that he has the right and the necessity to examine everything.  I would try to show him that one has not learned anything about Castro when one says, “He is a Communist.”  This is a way of his learning something about Castro, something about Cuba, something, in time, about the world.  I would suggest to him that his is living, at the moment, in an enormous province.  America is not the world and if America is going to become a nation, she must find a way – and this child must help her to find a way to use the tremendous potential and tremendous energy which this child represents.  If this country does not find a way to use that energy, it will be destroyed by that energy.

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