RECENSIONE BOTSWANA KID DI BIG HOUSE


Ah, questo ragazzone.

Dà da pensare, Biggie. Ma soprattutto, si dà da pensare. “Think-About-Kid”.

Il suo nuovo monile ha avuto una gestazione lunga e complessa, un continuo ottovolante fatto di brusche frenate ed improvvise ripartenze, inseguendo una linea di traguardo che forse lui stesso finiva con l’allontanare da sé, in continua olimpionica Sfida con la sua debordante creatività.

Togli, poi rimetti. Ritocca, rifinisci, cesella. Ripensaci, rimuginaci, ri-cesella. Ancora ed ancora.

Il titolo dell’album – “Botswana Kid” –   è un riverente omaggio al King Sean Price, che cosa occorre dire di più. Solo un pensiero rivolto a lassù, sono ormai più che troppi gli ex-Dei in terra ad averci lasciato qui a disperare. Quel che mi appare chiaro è che il tizio che li chiama a sé deve avere a casa gli stessi dischi che ho io.

Apertura in pura verve dimena-chiappe con “Caffettino”, che è una perentoria convocazione in un fradicio Dancefloor di qualche tumultuoso Barrio. Gabri con il socio Ares a Carnevale in travestimento Major Lazer, c’è subito uno scuotimento, non puoi startene lì imbambolato, suvvia. Fai questo piacere.

Riecco poi  “Top Off”, già nota ai più sensibili a certe Sirene. Torna con il suo scuro corredo di ululati ipnotici, bordate in breaks che ti arpionano, cassa e rullante da stanza dei giochi, colore a scelta. Arriva un finale con chiusura a riccio. Più che terminare il pezzo sbuffa, si accascia su un fianco, esala. Qui c’è la prima ostensione al Mic per il nostro Big House, giusto due cosine da mettere in chiaro.

Stacco netto a base di cantilene curative con l’irruzione di “Africa, Heal Them”, salmodiante invocazione corale con Nana Motobi, Berise e un Koflah che in questa combination se ne sta un pelo in penombra ma che essendo già illuminato dal mio, di sole, risplende sempre e comunque. Uomini del Beat in ascolto, il Next Step è doveroso: date un album a quest’uomo.

Aperture eteree fuorvianti introducono la tesa “1K” (fuori anche in single + videoclip in concomitanza con BK) che vede Biggie tornare al microfono e dare i numeri – uno, sostanzialmente –  su un tappeto di ravvicinati rintocchi di tastiera e sparuti urletti incitanti qui e là a tenere il passo di un groove che ballonzola inquieto.

E’ invece un campione orientato al Soul di livello l’incipit di “Flesha Joint”, ricacciato quasi subito nei tardi ‘60 da un beat dai possenti richiami RZA (Off Topic: Benedetto, dove sei?) Attimi di fremente chivalà, mi faccio l’idea che possano arrivare anche altri Wu-Warriors a distendere Flow stellato – ed a distendermi collassato – ma i minutini sono solo un paio e non rimane tempo per altre supernove oltre a quella che squarcia in “Flesh” questo cielo di song. Mento in su, sguardo in alto, bocca spalancata.

In odor di inganno anche l’attacco di “Supreme Touch ‘92”, tenui svolazzi pianistici, signora in vocalizzi tra sogni e nuvole.

Si dà il caso che a quel teppista con fioretto di Tommy Touch la cosa però non vada granché a genio: la sua è una irruzione di pura Rawness, gamba tesa e piede a martello scivolando un una base che va in curiosa inversione evolutiva: primi secondi da svolazzante farfalla Full Color-HD-4K poi l’inaspettato rientro in bozzolo, filamenti TT che imprigionano la lady in un duetto angel&devil lungo tutto il brano.

“Momma’s Lecture” è sommesso interludio con pennellate di contrabbasso, vaghezze di archi ed intarsi Gospel in sottofondo. Il tutto per accompagnare la Mater in un suo racconto astrattivo. Il criaturo asseconda, curioso e propositivo.

E poi irrompe Ares Adami.

Mostrando di non possedere un minimo di sensibilità verso attimi e dinamiche così intime, decide di fare a brandelli il Magic Moment. Ma lo fa con quello che – dovete credermi – è un minuto cruciale di tutta la storia Rap nostrana. “Ripiglino” è immediato Instant Classic, possente Scultura in ruvido porfido Hardcore. Ricorderanno tutti questi immensi sessanta secondi che, in realtà, secondi non sono a nulla, niente e nessuno.

L’ondulante “Sneakers Nuove” affiora da un sapido brodo Autotune: ci annusi aromatici effluvi Timbaland, quando transitano certi cenni di barrito in retrovia a cura di un Drimer che per ora si accontenta di qualche trick divertito, scaldando così i motori per un’impronta delle sue che verrà impressa più avanti nel disco.

A questo punto Sua Maestà Nost Nolli decide che è tempo di marchiare a fuoco la faccenda. Non contento di essere il Gran Visir del master dell’intero Botswana Kid, per “Leggenda” scodella un beat circolare di rara maestria, in pure slow Stylish Mood dei suoi. Big House viene titillato in qualche punto erogeno: quelle che restituisce al regale sodale sono barre di febbrile urgenza.

Ancora Nost co-firma con Dusty la punteggiante “Work so Hard” con ospite Naeto Slime in serrato Rapping, più canto di lavoro tipo mondine nel refrain. Il pezzo mi difetta un filo in grip, non trovo grandi appigli sintonici e mi trovo dunque a scivolare nelle densissime, rigeneranti acque di “Garda See”. Di nuovo Nolli ai comandi, compone qui una sinfonia di gratificante pienezza: semplicemente perfetta nell’accompagnare Gabriele in una delle sue escursioni più centrate.

Il ritorno verso casa dalla gita lacustre prevede una tappa al Jazz Club “M36WA” per whisky e sigaro Top Quality da assaporare in un’atmosfera pregna di fiati d’antan, trombe, ottoni, legni pregiati a profusione. Non mancano le barre adeguate al sontuoso contesto: Da-Big-Jazzy-House spadroneggia elegante in smoking rhymes, e – tanto di – cappello.

E’ solo un bene che in tracklist sia sopravvissuta “Tato Panansi”, già fuori la scorsa estate in solitaria Gloria con il suo corredo di orientalismi in pitch accompagnati all’altare da uno dei più sfarzosi matrimoni tra cassa e rullante che si siano mai celebrati. Un pezzo colossale, segnante, emozionante emanazione di quello che so essere stato un pezzo di percorso della vita di Biggie.

Nudi Synth in chiave mesta e malinconica introducono “Liquore per terra”, riflessiva retrospettiva che predilige il cantato al Rap puro. Anche qui in certe trame si percepisce una certa qual influenza Mosley, ma più ancora i rimandi vanno al Kanye West dell’oramai remoto ma capitale album “808s & Heartbreak”. Riscopritelo e converrete.

Altra manata che aveva fatto vibrar membrane prima dell’uscita di BK è la cadenzata “George Condo + Vox” inaugurata da un curioso duetto Yin e Yang, contributi vocali ignoti in escursione tra virile raucedine e flautato cinguettio. Il tutto prelude ad un’elegia in bassa battuta su cui il nostro Big pavone dischiude la coda a ventaglio. “Sono Ringo Starr col campionatore” è l’advertising che meglio si legge sulla sua variopinta ruota in orgoglioso sfoggio.

“Den X BH2018” segna il fastoso ritorno della Birrette Family: a dare man forte al padrone di casa arrivano quindi Compless, Scream e Drimer, soci di una vita con l’Hip Hop Culture come meraviglioso collante. Il primo sceglie il ritornello per prendere posizione in una zona franca, no scazzi/no bullshit. I restanti due birbanti qualche sassolino dalle scarpe si sentono di doverlo togliere. Ma il tempo delle sneakers non è più questo. Le loro sono calzature eleganti, da ometti, laccate da una verniciata di maturità che rende ancora più belle le loro rivincite.

Il sipario è oramai in chiusura. Lo spettacolo volge al termine con Gabri che si affida a DJ Apoc ed al bollente, vivido break di una batteria che sembra essere proprio lì, a mezzo metro da te. Il regista esce per l’ultimo applauso, ringrazia, eccome se si avverte lo sfiancamento che quest’opera ha preteso come pegno per palesarsi in tutta pienezza. Ma la lunga partita si è chiusa. E Big House ha vinto. Perché lui è sempre da “uno fisso” nelle schedine di chi sa che roba mistica è questa Illuminazione chiamata Hip Hop. 

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