QUANTE VOLTE

Masha Mottes

Oh diario! Oggi mi sento come se fossi piccola piccola, come una bambina completamente scoperta e indifesa. Quante volte si deve ripetere la stessa situazione? Come dicono le filosofie illuminate, tante volte fino a quando non abbiamo imparato, tante volte fino a quando lo schema non è cambiato, tante volte fino a quando il filo si sarà spezzato.

Ho chiuso con X per la terza, quarta, quinta volta in tre anni, credo. Questa volta senza esplosioni, ma con quel discorso tranquillo che suona già vecchio e già detto ancora prima di dargli voce. È molto semplice: non ho bisogno di una persona che stia qui con me tutto il tempo, ma nemmeno di una che apre solo ai suoi ritmi, che mi preclude una buona parte di sé – soprattutto quella della vita quotidiana – che prende tutto come se fosse previsto, senza gratitudine, senza nemmeno un po’ di senso di meraviglia.“Non lo capisco” queste sono state le mie parole.E le sue sempre le stesse: un periodo che dura praticamente da tre anni, essere su piani diversi, l’ostinazione a non voler crescere da un lato e l’avere dei limiti dall’altro, ma di questo non si parla. Mi sento dire: “No, perché se stai male non va bene”.

Allora questa volta anziché calarmi nella parte di chi ha il cuore spezzato – anche se un po’ lo era – ho detto quello che pensavo: “Non è questione di stare male, sto bene, ma non lo capisco e non mi va di passare da intimi ad alieni come se fosse normale vivere questi estremi”. Mi sono chiesta, (immaginando di parlare con la mia psicologa), saresti stata fiera di me Dottoressa Y?

Lì per lì sembrava anche che sarebbe stato facile. Poi, questa mattina, due giorni dopo i fatti che ti ho raccontato, diario, mi sono svegliata sentendomi un po’ a pezzi: non distrutta, non disperata, ma con la sensazione di essere troppo vecchia, troppo compromessa nelle mie attitudini amorose, troppo insignificante per riuscire a trovare qualcuno che vuole stare con me o che semplicemente mi apprezza per quello che sono.

La mia dottoressa mi ricordava nei nostri incontri quanti erano quelli che lasciavo fuori, forse per inseguire quelli che in un certo senso non erano adatti o che mi respingevano.Ho sempre trovato i suoi punti di vista interessanti, che, scritto così, pare anche il minimo sindacale di quello che dovrei trovare in un analista. Ma se non ci siete mai stati/e non date mai niente per scontato. A volte si può provare anche un senso di fastidio cronico, paragonabile a una seduta dal dentista e una resistenza così forte da spingerti a negare qualsiasi evidenza.

Comunque, ho provato a dare spazio anche ad altre persone, spesso anche quando non ero convinta, ma, oltre alla sperimentazione e al fatto di provare ad aprirsi, non mi pare di averne ricevuto particolare beneficio.

Nel diario IV Anais scrive un romanzo. Le protagoniste sono 4 donne: la donna mascolina, oggettiva; la donna-bambina; la donna materna, e la donna-guida, la guaritrice intuitiva. Quello che vuole rappresentare è il conflitto tra l’amore materno e la creazione. Tra romanticismo e realismo. Tra espansione e sacrificio. I conflitti della donna nella società attuale.

Il tema dello sviluppo della donna, nei suoi termini e non come imitazione dell’uomo. Alla fine questo diventerà il tema dominante del romanzo: lo sforzo della donna di trovare la propria psicologia e il proprio significato, in contrasto con la psicologia e l’interpretazione creata dall’uomo. La donna che trova il proprio linguaggio, articola i sentimenti, scopre le percezioni. Il ruolo della donna nella ricostruzione del mondo.

Il romanzo si intitola This Hunger. Ne ho preso questo stralcio, perché in qualche modo mi ha portata vicina a come mi sono sentita, alla frustrazione della disarmonia di alcuni rapporti.

“Scrivo intensamente: sull’ansia, su una corsa in bicicletta che simbolizza disarmonia e sfasatura in un rapporto. Era il ricordo di un’estate in Francia. Gonzalo e Helba stavano su una spiaggia a parecchie miglia da Saint-Raphael, dove io ero andata a trovare mio padre. Gonzalo e io ci mettevamo d’accordo per fare metà strada ciascuno in bicicletta; ci saremmo incontrati in un caffè all’aperto sulla spiaggia. Ma dato che non era mai in orario, dato che era pigro e pedalava più lentamente di me, finiva sempre che io arrivavano prima del tempo, e lui non si faceva vedere finché per me non era quasi ora di cominciare a tornare indietro. In qualche modo questa immagine mi sembra l’unica adatta a descrivere il temperamento di Lillian, attivo e dinamico, contrapposto a quello dell’uomo che Anais amava, che era invece passivo. Vedevo come il ruolo super attivo di Lillian le provocava il dolore di essere incapace a ingranare, a trovare il momento di contatto. Mi sembrava che questo incontro mancato rappresentasse l’intera storia meglio che se avessi scritto 100 pagine.”

Lei è lei, Anais Nin la mia musa nel progetto dei Coralli, che presto andrà in scena al Teatro di Meano (Trento).

Ho scelto Anais, fra una rosa di candidate, di lei conoscevo le doti di scrittrice erotica, avevo letto il Delta di Venere, avevo a casa il libro di lettere frutto della lunga passione artistica e sentimentale fra lei ed Henry Miller (storia di una passione) poi, ho scoperto il suo progetto più esteso: Il Diario, una memoria letteraria che parte da quando lei aveva 11 anni e termina una settimana prima della sua morte, venerdì 14 gennaio 1977 quando aveva 73 anni. Ho pensato che non potevo trascurare in un progetto come quello dei Coralli di indagare quest’opera per me inedita. Poi il caso, se esiste il caso, mi ha portato a sentire alcuni aspetti della sua biografia personale particolarmente vicini.

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