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L’ARTE DELL’ASSENZA

(quel centimetro fra di noi)

Certe scene le devi vivere per forza da sola.

L’autobus è vuoto e quando le porte si aprono neanche l’autista si volta a guardare. Scendo e respiro.

Ci manca solo che si metta a piovere in questo silenzio che spacca il cuore.

Il ponte è lì ma non riesco a pensare.

Non riesco a decidere.

Non riesco a muovermi.

Mi chiamo Allegra ma non lo sono per niente.

Mia madre è morta che avevo quattro anni.

Mio padre non mi tocca da allora e ha bruciato tutte le sue foto.

Io non me la ricordo più: non mi ricordo più la sua faccia. E questo è quanto.

Vado dal dottor B due volte alla settimana per sistemare le cose.

Sono iscritta alla scuola più esclusiva della città per sistemare le cose.

Frequento danza classica, violoncello, una famiglia british per due mesi l’estate e una tata yankee per il resto dell’anno.

Sempre per sistemare le cose.

Per un po’ questo teatro di espedienti ha pure funzionato: tranne la notte. Allora ho iniziato a leggere. Messer Dolore, trovando tutto pieno, ha prenotato altrove.

È buffo: per anni cerchi di addestrarti a non avere più bisogni. Mangi sempre meno, bevi se te lo ricordi, dormi solo per non svenire. Smetti di sognare carezze.

Il dottor B pensava fosse un modo per attirare l’attenzione.

Capita, mia cara, che l’animo femminile si rifugi nell’autolesionismo e negli aloni di malinconia per essere notato. È un escamotage alquanto dannoso per l’autostima e parecchio controproducente. Questa sindrome della donzella in ambasce è lesiva della vostra dignità e alla lunga conduce a rapporti scarsamente autentici, di puro mutuo soccorso. Credimi, ci sono ragioni molto più interessanti per cui le persone ti si avvicineranno. Quando e se ti libererai dalla morsa del self pity.”

Ma non sa. Non capisce. Glielo vorrei pure dire: #BelloCambiaLavoroCheNonHaiCapito.

Perché io volevo solo sparire.

Non sentire.

Non

sentire

niente.

Avete presente quel gioco in cui i bambini si coprono gli occhi e sono sicuri di essere diventati invisibili? E poi terrorizzati ti chiedono di guardarli, di toccarli, insomma, di smetterla, per essere sicuri di esistere?

Bene, io ero veramente diventata trasparente. Potevano passare ore prima che qualcuno si accorgesse della mia assenza. Potevo entrare e uscire dalle stanze dove mio padre e i suoi compari decidevano quanto e quando comprare, come e dove vendere e il destino dei loro schiavi moderni, senza che nessuno se ne rendesse conto.

Dominavo l’arte dell’assenza.

Ma poi il valzer si è complicato: mi è venuto il ciclo.

Le mie cose.

Il Marchese.

I parenti in visita.

Per gli ungheresi “arrivano i Russi”.

Per i francesi “sbarcano gli Inglesi”

In Nigeria è “l’orologio”

In Congo si è “nella luna”

Ma l’India mi lascia secca: gli indiani parlano di “fiore che cresce nel dio dell’amore”.

È questo che è successo a me: ho passato tutta la vita a eliminare il mio corpo-zavorra e lui si è ripresentato all’improvviso col conto e gli interessi. E il fiore. E il dio dell’amore.

Allora si sono accorti di me tutti insieme. Madre Natura mi ha puntato il faro addosso e i maschi dell’universo si sono seduti in platea a fischiare e applaudire.

E mi è piaciuto.

Mi è molto piaciuto.

Perfino i colleghi di mio padre mi lanciano certi segnali che Lolita lèvete…

Ma è a scuola che è successo il miracolo. Nella mia vita sociale, all’aggettivo sociale è stato finalmente restituito il suo ruolo: la sua funzione attributiva, come direbbe la prof. F.

Assai attributiva.

Prima andavo d’accordo solo con Adele.

Adele è un genio ed è incagabile. Manda in bestia genitori, professori e pari età; diversi animali da compagnia, se potessero parlare, avrebbero da dire la loro. Credo che la sua canarina e il suo pesce rosso si siano ufficialmente suicidati.

A me vuol bene perché fino a ieri ero la sua amica-specchio. Mi voleva bene. Perché di colpo non rifletto più. Splendo splendente.

Una celebrità imprevista e avvolgente, fatta di occhiate collose, serenate via web e mani e dita e baci e sfioramenti leggeri e assaggi promettenti.

Ho deciso che voglio averlo questo corpo. Amo parti di me di cui ignoravo l’esistenza. Il mio prolungato esercizio di trasparenza esta muerto.

Solo Zeno non mi vede. Ma io lo so che fa finta.

La settimana scorsa al bar eravamo seduti vicini. Molto vicini. La mia nuova me gli si sarebbe piazzata in braccio. Che tenerezza quando cominciano a sudare. Quando diventano impacciati e non sanno più come muoversi per non sembrare maniaci. Che gli esce il balbettio e quelle battute tremende.

E io ronzo come un’ape regina.

Ma con Zeno non si può. Certi trucchetti non funzionano. Cosí mi sono limitata a leccare con maestria il mio Solero fucsia. Mentre lui mangiava il suo panino, protetto da un’impenetrabile barriera di cazzi suoi. E le nostre braccia erano a un centimetro. A un centimetro da tutto.

Lo sapete cosa succede quando due persone che si piacciono stanno molto vicine? Succede che le loro anime si saltano addosso e forse fanno l’amore. Io non lo so come sia fare all’amore, però sono sicura che è questo che succede. La mente mente, il cuore è codardo, ma il corpo racconta.

E quando riesco a stare vicina a Zeno c’è qualcosa che si ferma. Forse il tempo. L’universo. Di sicuro non la vertigine. C’è così tanta energia nell’aria che la stanza potrebbe esplodere. E infatti, di solito, lui si alza e se ne va.

Mi ignora: perciò è amore.

E allora quando mi ha scritto io ci ho creduto, ma lo dovevo sapere che non era uno da whatsapp.

Sono andata al parco tutta liscia e profumata. Mica con chissà quali aspettative. Mi sarebbe bastata una cosa tipo “è proprio vero, non te lo sei immaginato”. E aggrapparsi. E restare lì. Per il resto della vita e oltre.

Non fate quella faccia, ho solo 13 anni.

Comunque lui non è venuto.

La prima spinta è arrivata da dietro. E subito dopo il resto. Pugni. Calci. Mani sulla bocca. Sui polsi. Sulle caviglie. Poi qualcosa mi ha morso dentro. Come lame di coltello. Non so quanti fossero, perché a un certo punto sono sparita. Sono tornata invisibile. Liquida. Uterina.

Ed è lì, in quel silenzio nero, che l’ho vista.

L’ho vista.

La mamma.

***

Scendemmo dalla macchina dopo tante curve. Ricordo che mi faceva male la pancia e mi disse di respirare forte. L’aria era frizzante: sapeva di pino e amarezza. Lei aveva un lungo abito azzurro e i capelli sciolti fluttuavano come quelli delle sirene. O delle fate. O delle creature che non puoi afferrare.

Mi teneva la mano senza convinzione e raggiungemmo il centro del ponte. Rimanemmo a lungo a contemplare il canyon che si apriva sotto di noi come certe verità inconfessabili. Il torrente cantava la sua ballata rock.

Mamma mi lasciò la mano e mi fece sedere. Le gambe a penzoloni tra le fessure della balaustra. Mi chiuse gli occhi e mi baciò leggera.

E il vento se la prese.

***

Il giudice mi ha garantito che Zeno non c’entra nulla. Che gli hanno rubato il cellulare e il messaggio era una trappola. Ha consigliato a mio padre di farmi cambiare ambiente: “Sono faccende che richiedono tempo e pazienza. La porti via.”

E dove dovrei andare, esattamente? Io non ci sono più. Qualcosa è rimasto nel parco. Qualcosa tra le zampe delle bestie. Ma io mi sono smaterializzata.

Dite alla corte delle buone madri che smettano di sparare sulla puttana. Che la smettano. Basta…

A scuola hanno espulso Adele. Ha sentito un gruppo di ragazze sibilare che me la sono cercata. Ha preso una sedia e le ha puntate: due denti rotti, un occhio nero e un trauma cranico. Dietro lo specchio in frantumi le sono apparsa. Ieri è venuta a trovarmi: ha detto che sono il suo trofeo di guerra. Piangeva tanto, voleva sapere i nomi.

Non li sapremo mai i nomi. So’ ragazzi.

Anche Zeno è venuto. Ma non è salito. Ha lasciato una busta a mio padre e a monosillabi gli chiesto di farmela avere. Dentro c’era lo stecco di un Solero. Ci ha scritto sopra “Anche io”.

Vi ringrazio, ma sono di nuovo trasparente. Non mi toccate. Non provo più niente. Non me lo posso permettere. E quindi ho preso l’autobus.

Certe scene le devi vivere per forza da sola.

Ci manca solo che si metta a piovere in questo silenzio che spacca il cuore.

Raggiungo il ponte con passi di piombo.

Eppure tu sembravi così lieve.

Vai via dolore.

Dolore, vai via!

Leva i tuoi aghi dalle mie viscere.

Lasciami essere sirena.

Lasciami essere fata.

Resterò in bilico tra queste inferriate.

Sarò acqua tra queste pietre?

Sarò in volo, ma non più sospesa?

Deciderà il vento.

Il vento,

o quel centimetro tra di noi.

ferita
ferita – Photo Lucia Semprebon –

 

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