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NON LASCIARMI VAGARE NEL BUIO (Canzone per Ilda)

Nel giardino c’è un pupazzo resiliente.

È il pupazzo di neve della mia bambina.

I pupazzi non hanno radici

li porta una nuvola più decisa

e il vento del nord.

Tu avevi radici profonde

nel tuo grembo stava la terra intera.

Al tuo andare il vuoto mi ha presa

e il tuo abbraccio si è spostato più in là.

Una volta stringevi una moneta e ti cadde nel fiume, attraversando il ponte. “Me la riprenderò” ti dicesti “quando il fiume sarà asciutto”.

Quanta forza di intenti, nonna: ti incontro spesso su un ponte nei miei sogni. Non mi dici mai niente e sorridi. Ogni tanto mi prendi le mani: allora, forse, non vado così male.

Volevi fare la maestra ma tuo padre se lo prese una bomba. E con lui tutto quello che andava oltre i tuoi fratelli. Non fosti mai nemmeno una figlia della lupa, perché tessere di partito non ne aveva. Lo caricarono su un carro, ma poco dopo tornarono indietro. Per risparmiare gli zoccoli ai cavalli. In tempi di guerra mezzo morto fa un morto intero.

Non ti ho mai sentita discuterne con Dio: una devozione incrollabile ha tenuto dritto il tuo metro e ottanta. Io con Dio discuto spesso: credo di avergli rotto discretamente i coglioni.

Hai chiesto sempre a me l’ortografia: ma nei tuoi gesti c’era la grammatica dell’amore. Pane e burro, piselli e rosari sgranati, il tuo orto ordinato, il tuo tempo lento. La cura.

Certi giorni vengo ancora a bere il caffè: dura dieci secondi e poi ricordo. Te ne sei andata mentre tornavo dal mare. Probabilmente passavamo davanti a casa tua. Forse mi hai visto nell’attimo in cui ti liberavi di quel corpo-zavorra. Io guardavo la tua finestra, la luce fioca, il cielo d’agosto. La mia disperazione.

La tua assenza è un garofano rosso e una litania di ringraziamento che hai cantato tutta la vita: non lasciarmi vagare nel buio, nelle tenebre che la vita ci dà.

I rami del ciliegio bisbigliano

e il kalikantus esagera nei toni.

Ci sono voli che non so decifrare

ma dovrei, a questo punto. Dovrei

anche camminare sui tetti

tra camini che fumano stoicamente.

Sistemare tegole ribelli

prevenire infiltrazioni.

Ciò che cade, si rompe? Ciò che accade, corrompe?

Mi regalasti una bambola bionda. Un’esile sposa in pizzo macramè. Forse era per una buona pagella. Forse una premonizione. Ti ho stretta a lungo vestita di bianco: ti cercavo per crescere. Cercavo tra le tue braccia il principio delle mie radici.

Ti sposerò dopo la guerra” ti aveva detto lui. E così fece, ogni giorno, per quasi sessant’anni: da queste parti una promessa non si fa con le parole.

Sei stata madre sette volte, my personal Biancaneve. Per ogni parto ti tenevano a letto quaranta giorni. Ma dopo questa quaresima le comari sparivano. Tu ti alzavi e lavavi i panni nel fiume, che scorreva poco lontano. E il fiume portava via tutti i mostri. Quei mostri che invece mi hanno ingoiata quando è toccato a me. Forse chi diventa madre dovrebbe fermarsi e morire un po’: lottare con i demoni nel proprio deserto, per quaranta giorni. E poi, come niente, lavarsi le ferite. Sorgere dalle acque con lo sguardo di Venere nascente.

Non c’è più neve nel mio giardino

solo l’eco delle risate di Azzurra

che si frantumano per generare le fate.

La casa sul fico è molto attenta:

preferisce mani piccole e canzoni improvvisate.

L’inverno è una stagione muta.

Lo so io e lo sa il vento.

Lo sa questo cielo demotivato.

E il non detto tra di noi.

I miei nonni si amavano di una follia serena. Li ho visti tenersi per mano sempre. Li ho visti baciarsi al mattino presto e alla sera tardi. Le castagne a novembre. Il tè bollente. Una minestra riscaldata che sapeva di certezze. Partite a carte col destino. Lui che torna da un lavoro duro. Accende la radio. Balla Modugno con una neonata. Tu che cucini tortellini al sugo di tenerezza.

Mangio poco e male da anni. Nutrirsi è un atto di fede. Credo in chi ti sbuccia la frutta. Credo in chi ti toglie i canditi. Credo in chi si alza la mattina prima di te, per essere sicuro che tu faccia colazione. E un passo verso la luce.

I miei nonni bevevano caffè sorridendo. Sorridendo prendevano la camomilla.

Quando lui se n’è andato, anche tu ti sei lasciata morire: e io sono ancora molto arrabbiata. Ho compiuto quarant’anni arrabbiata e ti ho portato una margherita in segno di pace. Era un luglio arido. Frinivano le cicale. Il cimitero vuoto e noi in cerca di tregua.

Ti perdono perché so: tutti ma non lui. Lui no.

E ora conosci le mie viscere: puoi leggere tutte le mie carte. Ti sento nelle mie veglie notturne. Ti ascolto, perché ti ho ascoltato sempre. Sbaglierò, ma solo per amore. Solo per amore sbaglierò.

Nel giardino c’era un pupazzo resiliente.

Parlava con la mia bambina.

Molte sono le cose con cui lei parla

e i suoi piedi hanno lunghe radici.

Me la portò un prato verde generoso

e un’alba rosa che hanno solo certi inverni.

Un giorno verremo da te sul ponte

e insieme asciugheremo la vertigine e il fiume.

Troveremo la moneta perduta

e le radici di un garofano rosso.

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Radici, Federica Garzetti

One thought on “NON LASCIARMI VAGARE NEL BUIO (Canzone per Ilda)

  1. L’ha ribloggato su maccisune ha commentato:

    Mi regalasti una bambola bionda. Un’esile sposa in pizzo macramè. Forse era per una buona pagella. Forse una premonizione. Ti ho stretta a lungo vestita di bianco: ti cercavo per crescere. Cercavo tra le tue braccia il principio delle mie radici.

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