LA LITANIA DELL’ADDIO

Molti dei miei problemi li ho risolti in riva al mare.

Camminavo con padre Jaques. Non so perché avevo accettato la sua proposta di seguirlo a ***. O forse sì.

Erano secoli che correvo senza fermarmi: mi ero laureata alla velocità della luce, facendo tre lavori, senza una cazzo di sbavatura neanche a pagarla.

Il giorno della discussione in aula la mia famiglia occupava metà dei posti a sedere: una truppa dai due ai novant’anni, campagnola e chiassosa. Il mio relatore passò il tempo a tenerli buoni e a dirigere la scaletta degli applausi e delle foto di rito. Festeggiai al cinese con mia sorella e i nostri rispettivi fidanzati.

Alle nove dormivo e il giorno dopo ero di nuovo in ufficio, come se nulla fosse cambiato. Era uno stage per affiancare il titolare del posto fisso, che avrebbe dovuto assentarsi a lungo per un brutto male. Ma il tizio alla fine si riprese e quando restituii il cartellino ero così felice che avevo scordato il conto in rosso e diversi arretrati.

Nel giro di una settimana presi la mia prima supplenza in culo al mondo: ci voleva un’ora e mezza all’andata e altrettanto al ritorno con la mia panda tenuta insieme a nastro adesivo e fil di ferro. Due se finivo la benzina e prendevo il pullman.

Di quel periodo ricordo che raccoglievo i capelli in vistosi foulard: più che altro per non perdere preziosi minuti di sonno a pettinarli. Alcuni ragazzi di terza media erano più alti di me e ci separavano pochi compleanni e svariate bocciature. Quando li riprendevo per il vandalismo quotidiano dovevo sembrare un isterico chihuahua, circondato da dobermann ghignanti. I colleghi più anziani si godevano lo spettacolo come una prima alla Scala.

Nel week end continuavo le mie ore in nero al negozio di Agnese. Mi serviva per pagare l’affitto, e poi mi piaceva. Tutto quello che indossavo io, in realtà, era letteralmente vintage, rigorosamente usato. Ma amavo accostare colori e forme e vedere le mie piccole clienti uscire soddisfatte e vittoriose sulle loro madri. Sostenevo idee di sovversione preadolescenziale, accorciamenti, aderenze e  improbabili quadricromie abbinate a Cresime e compleanni, vacanze, primi appuntamenti e primi giorni di scuola. Loro mi cercavano e io mi sentivo una specie di Iris Apfel, un po’ giuggiolona e un po’ influencer.

All’ora di chiusura Ale passava a prendermi e il sabato sera scivolava via come la schiuma delle birre che non avevo più voglia di bere. Dormivo da lui e la domenica, se non avevo il turno in negozio, la passavo sugli spalti di qualche stadio di provincia coi libri tra le mani, a preparare lezioni che avrebbero sconvolto la vita alle nuove generazioni. Ale invece sbraitava consigli preziosi a tutti i giocatori in campo.

A me il calcio faceva schifo vero.

Ale l’avevo conosciuto a diciassette anni a un concerto.

Erano mesi che pregavo Dio e i tarocchi di farmi incontrare quello giusto. Così il fatto che lui mi prendesse la mano tra cinquantamila persone non poteva essere sintomo di una evidente natura depravata: era Messer Destino.

E mi dissi questo dopo le prime corna. Dopo le seconde. E anche dopo la terza volta. Cinque anni volarono via tra i miei doveri e un’indicibile sofferenza, a cui non riuscivo a sottrarmi: era una sorta di droga mortale.

Avete presente gli animali che rimangono ipnotizzati dai fari delle macchine fino a che non vengono investiti? Io avevo la sindrome del cerbiatto in tangenziale: aspettavo il botto, era tremendo, devastante, mi riempiva le ossa fino a spezzarle.

Mi annientavo e poi riattraversavo la tangenziale. Ancora. E ancora.

Lui non era in grado di abbandonarmi, nonostante provasse in tutti i modi a mandarmi via.

“Non ti amo più”

“Non provo niente”

“Se avevo un preservativo quella me la scopavo”

Però io restavo.

Bevevo il mio stesso sangue e resistevo.

Non era colpa sua: la verità è che mi nutrivo del mio dolore.

Credo sia un meccanismo di conservazione delle identità fragili. Il dolore è una prova dell’esistenza e anche un fluorescente cartello di aiuto. Dice “Sono qui, vieni a prendermi, sono fragile, occupati di me.”

Per tutta la mia adolescenza ricoprii questo ruolo di vittima, di agnello sacrificale. Di affamata sentimentale.

Poi d’improvviso diventai insostituibile. L’anno in cui mi laureai ce l’avevo attaccato al culo costantemente. Mi chiamava dieci volte al giorno. Veniva a trovarmi anche quando non me lo aspettavo. Si appostava fuori dall’ufficio. Fuori dal negozio. Fuori da scuola. Una volta buttò lì la parola matrimonio. Feci finta di non sentire. Poi chiamai Laura, la mia migliore amica, tra le lacrime, nel pieno di un attacco di panico da manuale.

“Sei un disastro, ma come è possibile che tu sia tanto sveglia nella vita di tutti i giorni e tanto stupida in amore?”

Denigrarmi era lo sport preferito di Laura, che era imprigionata in un eterno complesso di inferiorità intellettiva e contemporaneamente in un delirio di autostima estetico. Un dilemma psicoterapeutico.

Però nello specifico aveva assolutamente, indiscutibilmente ragione. Dovevo liberarmi di Ale.

Quindi quando accettai l’invito di padre Jaques questo era il piano inconscio, ma io ovviamente non lo sapevo. Ale venne a salutarmi con un paio di birrette e ci abbracciammo sul portone fronte tramonto e bidoni del pattume. Un addio in technicolor che avrebbe dovuto fargli presagire qualcosa. Ma Ale non era tipo da intuizioni e se ne andò sereno.

Non lo vidi mai più.

Partii all’alba del giorno dopo: padre Jaques passò a prendermi con tre confratelli e un’altra ragazza, che conoscevo di vista perché a scuola gli aveva dato una mano in certi laboratori sulle missioni in Congo. Si chiamava Mina: scoprii poi, con mio grande sollievo, che era una cuoca straordinaria e una casalinga  stacanovista. Fu provvidenziale, perché la ragione ufficiale dell’invito di padre Jaques era dargli una mano con le faccende domestiche. In cambio avrei ricevuto vitto, alloggio e visite guidate tra le meraviglie dell’isola. Più un percorso spirituale che padre Jaques aveva infilato in fondo alla lista e che io avevo accolto con meno entusiasmo del dovuto.

Il casolare apparteneva alla Confraternita da più di due secoli: era un paradiso. Bastò spalancare le finestre e togliere un po’ della sabbia che lo scirocco aveva depositato nei mesi di chiusura. Dal paese Speranza, la moglie del mezzadro che coltivava gli orti e i vigneti per l’ordine come se fossero i giardini di Versailles, ci riempì di biancheria, frutta e verdura. La sua risata larga, i suoi fianchi da madre plurima e il suo grembiule vissuto di sugo e carezze appiccicose furono l’inizio della mia terapia.

Si rivolse subito a Mina, in evidente vantaggio esperienziale, dispensandole consigli e istruzioni che lei registrò come un soldato al fronte.

Pensai che non avrei voluto andarmene mai più.

Nel pomeriggio i frati intrecciarono le nasse. Io non ne avevo mai vista una e rimasi incantata a guardarli dipanare il groviglio, mentre sbucciavo le patate per cena. Verso le cinque scendemmo tutti alla spiaggia: nel caso ve lo stiate chiedendo sì, i frati portano il costume. Io e Mina facemmo un lungo bagno e lei mi raccontò di mesi brutti passati sulla strada e di come padre J se l’era tirata a riva piano piano, senza un’ombra della violenza che l’aveva accompagnata tutta la vita. Credo che ne fosse invaghita, ma dal poco che avevo capito la fede di questo frate, un po’ genio e un po’ oracolo, era una rocca inespugnabile. Ci trascinammo sul bagnasciuga, esauste per il viaggio, le novità  e un passato di ghisa.

Una pace invasiva scese sul nostro bizzarro gruppo. E dormimmo al sole.

A un certo punto padre J mi chiese di accompagnarlo a fare due passi mentre Serafino preparava la sua barca per uscire a pesca.

Percorremmo tutta l’insenatura: i fichi d’india avevano camminato fino a riva. Al largo nessun segno dei motoscafi e dei velieri che affollavano il piccolo porto dove eravamo sbarcati al mattino. Blu, viola e azzurro rilucevano tersi e un gabbiano ci studiava dallo scoglio dell’Innamorata. Padre J procedeva dritto, col suo profilo mediorientale e una storia negli occhi. Ascoltavo le onde perché avevano da dire, ed era ora che io sapessi. I momenti perfetti li so registrare: sono cresciuta in campagna.

Padre J si voltò con lentezza, alzò il mento e allargò le braccia.

“Guarda quanta bellezza Fiamma! E nella tua vita c’è bellezza?”

Non aspettò che dicessi qualcosa. Non era lui che aveva bisogno della mia risposta. Raggiunse Serafino e lo aiutò a mettere la barca in mare.

Quel pomeriggio spensi il cellulare e più tardi lo buttai in valigia per il resto della vacanza, finché non tornai in città. Lo riaccesi mentre andavo a fare la spesa e subito mi investì  la rabbia di una montagna di messaggi e avvisi di chiamata di Ale.

Squillò un minuto dopo: era lui.

Mi ricoprì di insulti ma lo lasciai fare: era la litania dell’addio. Poi scoppiò in lacrime e tra le lacrime finì per chiedermi se lo volevo lasciare. Era esattamente ciò che aspettavo: “Sì” esclamai, senza un attimo di esitazione. E spensi di nuovo. Estrassi la sim e la buttai nel primo cestino disponibile. Oggi si definirebbe ghosting: una vigliaccata insomma. Ma non posso dire che me ne sono pentita. Sapevo che ce l’avrei fatta solo così. Fu una fuga: ero scappata a gambe levate dai miei vent’anni, dalla gravità e da schemi in cui io stessa mi ero rinchiusa, di questo ero certa. Non davo la colpa a nessuno, ma nemmeno ero disposta all’autoflagellazione. Rimasi per settimane con la sensazione di galleggiare a un metro da terra.

Da allora vivo e sono davvero.

I frati portarono la barca al largo, dove il sole non era ancora tramontato nonostante fossero quasi le otto. Lanciarono le nasse con naturalezza, come avrebbero recitato un rosario o perdonato in confessione. Io leggevo e Mina scriveva, o disegnava su un quaderno rosso, con una piccola matita a righe. A volta distoglieva lo sguardo e fissava l’orizzonte, come se da lì arrivassero i pensieri.

Dopo circa un’ora i frati ritirarono le nasse: padre J tenne il giusto per la cena e liberò gli altri pesci.

“Fate un tuffo prima di rientrare ragazze, coraggio!”

Io e Mina ci scambiammo uno sguardo timoroso: sotto la barca il mare ci aspettava scuro, mentre il cielo esplodeva di onde e colori. I frati sorridevano, in attesa di riaccendere il motore.

Mina mi prese la mano, ma non sapevamo deciderci. E poi padre J cominciò a cantare. Una nenia lenta, nella sua lingua antica e densa di memoria. Gli altri si unirono a poco a poco.

La barca oscillava dolcemente, l’aria si fece fresca e Dio venne a vedere.

Saltammo insieme, con un urlo acuto, da ragazzine.

Le gambe penetrarono la superficie del mare.

Il passato si frantumò tra schiuma e spruzzi.

E l’acqua, sopra le nostre teste, si chiuse come un sipario liquido.

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