#LaFede · amore · assenza · bambina io · blues · Consapevolezza-Self Conscience · effetti collaterali · Estate/Summer · Il Posto delle Donne-Women's Place · legami · Lontane dal Paradiso-Far from Heaven · Love sucks? · Maschere-Masks · piedi nudi · regali · Scrittura · sguardi · Solitudini · Storie · Territorio-Territory · tradimento/betrayal · vivere/living

L’APPARTENENZA

Il rumore del mare è la voce di Dio. Quando è maestrale, e quella voce è grossa, te ne devi stare a riva. Pulisci ‘a barca, intrecci le nasse. Oppure peschi dalla spiaggia, in certi posti che sappiamo solo noi: perché pure li pesci se ne fuggono dai fondali quando Dio s’incazza. E poi pensi a lei, a quando torna. Se torna.

Per trent’anni ho tenuto una brava mujera. Quattro figli mi ha dato, tutti maschi. Mi sarebbe piaciuta na fimmina, ma non è voluta arrivare.

Maria aveva il fianco largo, il cuore spazioso e la bocca sempre chiusa. Se n’è stata zitta a pulire paranze, culi di guaglioni e gli stracci miei, zuppi di vino e lacrime, che non versavo per lei. L’ho voluta bene sempre, ma mai come una donna merita.

E Maria, che amore ne voleva, ha chiuso gli occhi con dentro tutta l’ingiustizia della terra.

Era rimasta incinta a quindici anni e dalle parti nostre i guai si sistemano.

L’ho sposata una mattina d’inverno, quando l’orizzonte e la riva si abbracciano grigi, mentre lei era bianca come la madonna della neve. Teneva ricci di medusa persi nel velo e la pelle scura di chi il sole non lo lascia andare. Eppure portava addosso il pallore del marmo, della paura e della mano che prende cosa non sua.

Per gentile concessione di una zia finimmo su un pullman per Matera, a fare la luna di miele.

Mi dormiva su una spalla mentre io sapevo solo piangere l’estate troppo lontana. Di colpo aprì gli occhi come una bestia ferita

France’, basta ca’ mi tieni in un cantuccio e ai figli che verranno ci insegni a vivere. Io lo so ca prima viene lei: ma non è mia la colpa!”

No, colpa lei non ne teneva: mi sfilò l’anello, aprì lo spiffero del finestrino e lo lanciò. Fuori la luna era fredda, sottile, e ancora il buio non era sfatto. Disse sempre a tutti che la fede mia stava a casa, custodita tra le altre gioie.

Maria gioie non ne portava e non ne teneva. Una volta, a Natale, provai davvero a regalarle un bracciale. Salvo era nato da tre mesi, ma ombre brutte le attraversavano ancora il viso.

L’avevo trovato giorni prima nella sabbia mentre fumavo e pensavo alla pesca magra. Un grosso cerchio d’argento antico, dimenticato da chissà quale ambulante indiano o forse da una turista distratta ed elegante come te.

Lo portai da Teresa, la figlia di Antonio che lavorava a Nardò. Me lo avrebbe fatto pulire per bene e incidere coi nomi dei ragazzi. Quando le chiesi il servizio per la verità mi guardò un poco storta. “Che bel pensiero, France’ ” disse. Ma con sguardo sostenuto. Di veleno.

Che ti aspettavi stria?

Che vuoi da me?

Maria non è Lei. E Lei non è Maria.

La sera di Vigilia, mentre sistemava Gesù in culla, le diedi il pacchetto. Lo prese con la tenerezza con cui si raccoglie un uccellino caduto dal nido. Lo accarezzò e lo aprì piano piano, per non sciupare la carta dorata. Che però crepitava e rompeva violenta il silenzio della Notte Santa.

Vide e lesse. E mi guardò col viso colato di delusione. Mi guardò d’improvviso inghiottita dalla stanchezza. Mi guardò come mi aveva guardato Teresa.

Grazie France’. Riportalo a bottega. Ci esce la camicia per la comunione di Pasquale.”

Ma è inciso! Perderà valore…”

Riportalo France’. Vedrai ca capiranno.”

Perdonami Maria: ti corrosi la vita fino a spezzarla. So che mi aspettavi. Lo so perché anche io aspetto.

Aspetto Adele sempre.

***

La prima volta che Francesco aveva visto Adele tenevano nove anni. Stava a San Giovanni, nella villa dalle persiane azzurre dove il padre di lui lavorava un pezzo di terra. Era scesa dalla macchina del nonno lamentandosi del caldo, della sete e della polvere. Aveva una voce arrochita, che un po’ le sarebbe rimasta, e due trecce che gli avvolsero l’anima.

Era un’estate torrida: le cicale frinivano fino a impazzire e le loro corazze seccavano sfacciate sotto il solleone. I villeggianti sedevano sulle sdraio in plastica all’ombra delle verande; scendevano tardi alla spiaggia, vestiti con caftani di lino bianco e scuotendo grossi ventagli. Con lentezza. Parevano un esercito di pachidermi alati, pronti per qualche rituale antico.

Il signor Lanza chiese a Francesco di accompagnare la nipote a prendere un gelato, prospettiva che le dissolse ogni nube dal viso.

Francesco le mostrò il porto, e si fermarono a guardare Livio intrecciare le nasse. Livio e le sue mani leggere, sapienti. Quante volte Adele le avrebbe visualizzate durante i suoi attacchi di panico, cercando disperatamente di sincronizzare il respiro ai quei movimenti sereni. Le sue storie le avrebbe imparate a memoria, e anche ad assaggiare i ricci crudi, pescati di fresco e uccisi nel limone.

Camminarono fino al promontorio e tuffandosi dagli scogli raggiunsero la grotta dei Palombi, dove anni dopo si sarebbero baciati per la prima volta.

Adele gli mostro un grand jeté a pelo d’acqua: sembrava una libellula nel suo costumino azzurro a pois bianchi. Rideva felice: solo lì avrebbe riso sempre. E così. Solo con lui. E lui l’amò.

Si sposarono al tramonto, davanti al capitello di San Nicola, quello accanto al grande fico d’india. Si scambiarono due anelli di lattina, senza altri testimoni che tre gabbiani e con la benedizione placida degli ulivi secolari.

Da allora il tempo fu un susseguirsi di attese e partenze. A giugno Franceso presidiava la spiaggia della Torre fino al suo ritorno. Si abbracciavano, si aggrappavano e sparivano per ore. Dopo Maria fu lo stesso, ma di notte.

Un’estate Adele non venne. Francesco smise di lavorare e si consumò. Prese un treno per Milano senza sapere cosa fare, né dove cercare. Alla fine tornò in stazione: era più grande del duomo di Lecce. La gente correva tra tutto quel marmo bianco, in cerca del proprio binario e di una direzione. Una preghiera laica e frettolosa, un flusso umano e disordinato, che i treni trasformavano di nuovo in linea retta. E allora capì e tornò a casa. Ad aspettare.

Quando Adele venne, l’anno successivo, teneva per mano un bambino. Non le chiese mai di chi fosse.

***

Milano non è il mio posto. Così viva, così piena di energia e di contatti. Così veloce e stimolante.

Io volevo andare piano. Volevo la sabbia e affondarci i piedi scalzi.

Da piccola le suore mi cacciarono dalla scuola materna quando mi trovarono nuda abbracciata all’unico albero del giardino. Avevo il terrore di non “sentire”, di sparire tra le nuvole o sgretolarmi come foglia secca.

Fu uno scandalo per la mia algida famiglia: solo la nonna la prese con filosofia. Disse che la mia tata nigeriana doveva avermi fatto qualche strano juju. Povera Ndidi: l’unica cosa che mi aveva insegnato davvero era il potere del respiro. Durante le mie notti agitate, quando mi svegliavo urlando e piangendo, mi teneva in braccio e mi stringeva al suo enorme petto. Cantava delle nenie incomprensibili ma che penetravano liquide. Alla fine mi invitava a soffiare insieme a lei. “Forte, adaeze, ancora, ancora! Soffia!” Diceva che serviva a mandare gli incubi lontano, nel mare, dove gli spiriti li ingoiano per farne tempeste. Adaeze, mi chiamava, la principessa.

Ndidi non sapeva né leggere né scrivere, eppure la sua terapia del respiro negli anni mi ha salvato la vita diverse volte. Più dei farmaci. Più delle sedute e delle cliniche. Efega! Soffia!

Sapeva tutto di Francesco ed era preoccupata. Diceva che era un amore troppo lontano per il mio corpo leggero. Che avevo bisogno di aggrapparmi a qualcuno di solido e liberare tutto il vento che mi portavo dentro. Efega, adaeze. Soffia!

Mi aggrappai a Pierpaolo una mattina di fine luglio. Era il 1981. Nelle stesse ore Diana Spencer si univa a Carlo d’Inghilterra. Se capite l’ironia del destino.

Ndidi aveva cucito sul mio reggiseno la fede di lattina.

Pierpaolo adorava mio padre come si adora un guru. Lavorava nel suo studio da cinque anni e sposarlo fu l’unica soddisfazione che gli diedi. Papà morì pochi mesi dopo, ignaro e contento.

Non ci fu viaggio di nozze né consacrazione del talamo. Pierpaolo doveva seguire una causa all’estero e partì per New York la sera stessa. Io partii per San Giovanni, invece.

Scoprii presto che quella di Pier per mio padre non era semplice ammirazione: al suo funerale non si reggeva in piedi. Dopo la cerimonia prese una sbronza colossale e si gettò tra le braccia di Ndidi, che gli sussurava benedizioni igbo accarezzandogli la testa. Tutti i presenti gli perdonarono quelle inteperanze poco appropriate al contesto, perché tanta dedizione verso un suocero era davvero rara e ammirevole.

Rara e ammirevole. Così dissero, commossi.

Solo io e Ndidi avevamo capito: avevo accompagnato mio marito a seppellire l’amore della sua vita.

A Francesco raccontai del mio matrimonio tenendolo stretto stretto: ma lui aveva già inguaiato Maria. Furono giorni di devastazione. Spesso uscivo in barca con Livio. Intrecciavo le nasse come mi aveva insegnato, mentre lui lavorava con le reti. A volte mi portava a casa sua. Santina, la moglie, mi costringeva a sedermi a tavola. “Mangia i miei pupiddi signo’. Qua pure il dolore si frigge!”. Stare con Livio e la sua famiglia mi aiutò a decifrare la piega che gli eventi avevano preso.

C’è un codice che domina l’ordine naturale delle cose. Puoi uscirne ma allora devi essere pronto.

Fuori dall’oasi è deserto. E il deserto è vento, sete, brama di pioggia. Il deserto è camminare, bruciarsi e dormire al freddo. Il deserto è cieli stellati e polvere da scrollare ad ogni passo.

È miraggio e poi, se hai fortuna, un’altra oasi.

Pier è un uomo meraviglioso: quando nacque Rocco l’unica domanda che mi fece fu se volevo che il bambino avesse il suo cognome. Era sinceramente felice. Usciti dall’ospedale facemmo tappa al Cimitero Monumentale. Ci fermammo a lungo sulla tomba di mio padre.

Oggi è ancora un bell’uomo e vive con uno chef cubano. Quando lo bacia, lui scompiglia i suoi borghesissimi riccioli ormai ingrigiti e nella stanza corrono frammenti di gioia.

Io ho firmato il passaggio per la casa dalle persiane azzurre.

Rocco non mi parla, ma so che passerà.

Vivrò con Francesco.

Amerò Francesco.

E finirò di invecchiare con lui.

La vita è quel che accade dopo che le fai spazio.

Dopo che hai espulso l’aria in eccesso.

Efega!

Soffia.

se torna.JPG

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...