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MATERNOLOGIA

Che qualcosa viva in noi e sia diverso dal visibile è materia di analisi dalla notte dei tempi. 

Dorian Gray, Mr Hide, Il Visconte dimezzato… una lunga epopea della divisione interiore.

Ma il doppio non è solo doppiezza e c’è un’unica condizione in cui diventa realtà fisica: la maternità.

Scrive Daniel Pennac:

«Allora, insomma, Julie è abitata?
C ‘è un piccolo qualcuno in Julie?
Un altro frutto della passione?
Nascerà? Si tufferà?
Scenderà un giorno in strada?
Passerà davanti alle edicole?
Si beccherà l’opera in quadricromia della vita?
L’ottimismo amoroso ha scherzato una volta di più col nulla?
Cadrà dal niente nel peggio?
Si costruirà: un’impalcatura di illusioni sulle fondamenta del dubbio, i muri nebulosi della metafisica, l’arredo perituro delle convinzioni, il tappeto volante dei sentimenti…
Mangerà, berrà, fumerà, amerà, penserà…
E poi decìderà di mangiare meglio, di bere meno, di non fumare più, di evitare le idee, di mettere da parte i sentimenti…
Diventerà realista.
Darà consigli ai figli. Ci crederà un po’, giusto per loro.
E poi non ci crederà più.”

Daniel Pennac, Ultime notizie dalla famiglia, Feltrinelli, pp 21, 22

La maternità è un universo bipolare: il corpo della donna è abitato.

Ed è un bel problema perché il farsi due, e poi l’espulsione di una parte di e da sé, mettono la donna di fronte alla reale produzione di un doppio, che in qualche modo implica la perdita di un pezzo.

Quel pezzo è dipendenza totale.

Raddoppia la richiesta di energia fisica e mentale.

Raddoppia l’investimento emotivo.

Raddoppia, infine, la percezione. La vulnerabilità.

Un giorno sono stata due.

Non ero sola, ma ero sola.

Una solitudine così estrema da risultare divina.

I padri ruotano attorno alla gravidanza come satelliti impazziti.

Non trovano spazio. Non trovano connessione.

Che siano irresistibilmente attratti da un ventre fecondo o ne abbiano repulsione indomabile, restano fuori.

Quel mondo è della femmina e del suo inquilino.

Nell’iconografia cristiana la Madonna incinta è sempre sola.

Ma è una solitudine piena, un dialogo, uno scambio, un incessante sentire.

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Un giorno ero due e ne ho goduto.

Niente nausee. Niente affanni. Nessuna paura.

Un invincibile, luminoso due.

Mica sono stata brava: è culo, e non è sempre così.

Poi finisce: il due è per sempre, ma non è per sempre intero.

E così ho partorito: la parte è uscita. L’ho portata al di là.

Mi sono svuotata.

Ed è successo.

Ho perso i miei pezzi. Non solo uno, non solo quello.

Una vera disintegrazione.

Sono andata in frantumi senza mezze misure.

Che, per inciso, non ho mai avuto.

Non era la creatura il problema: io quella l’ho amata.

Be’ non subito, non come da manuale.

Ma una mattina, dopo un pannolino l’ho vista e mi ha invaso.

Però io… Dov’ero io?

Una bambina vagava sperduta.

Nessuna Neverland per lei. Nessun buco di Bianconiglio.

Una bambina era uscita e nessuno la cercava, nessuno la chiamava.

Nessuna culla. Nessun nutrimento.

Sbarre alle finestre della sua vecchia stanza.

Una bambina moriva per far spazio a una Madre.

E lei ha cominciato a farsi sentire.

Muoveva un filo e il mio cuore impazziva.

Alzava un dito e mi mozzava il respiro.

Mi guardava e lo stomaco era un groviglio.

Piangeva. Piangeva.

Lo chiamano “baby blues”. “Depressione post partum”.

Io lo chiamo “rompersi”.

Ho fatto quel che dovevo fare, con lo strazio di una via crucis.

Sono risalita da abissi profondissimi con i calli sulle mani.

Ho indossato maschere di ceramica.

Ingoiato pozioni magiche e velenose.

Osservato la vita da ogni finestra. Da ogni ponte.

E annegato sirene.

Ma la bambina era avida di consolazione.

Cercala, trovala. E prenditene cura”

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Così mi disse la dottoressa L.

Così mi sono leccata le ferite.

Così sono guarita.

Sono andata a cercare piccola F e mi sono scusata per averla uccisa.

L’ho impolorata di tornare e fare pace.

È una lunga trattativa, ma piccola F ascolta.

A volte sono ancora casa sua: ha una risata forte, certi abbracci, certe affinità elettive.

Le visioni e le tintarelle di luna le appartengono.

La sento nel mare e le resto accanto.

Ma la sua rabbia è su scala Richter.

La casa trema. La terra si spacca.

Allora le faccio spazio. Spingo la sua altalena.

Canto le sue canzoni.

Prendiamo tisane col Cappellaio Matto.

Teniamo la mano alle fate morenti.

Raggiungiamo la fusione nucleare con il divano.

Comunichiamo telepaticamente.

Sostituiamo la cena con una birra.

Amiamo e chiediamo molto.

Siamo vaste, conteniamo moltitudini.

Alcuni lo chiamano “istinto”. Altri “libertà”.

Io lo chiamo “aggiustarsi”.

Il nostro ego (..) non è altro che una pallida copia, un’approssimazione del nostro essere essenziale. Ci identifichiamo con questo doppio irrisorio e illusorio al tempo stesso. E all’improvviso compare l’Originale. Il padrone del luogo torna a riprendersi il posto che gli compete. In quel momento, l’io limitato si sente perseguitato, in pericolo di morte, il che è assolutamente vero. Perché l’Originale finirà per annientare il doppio. In quanto esseri umani identificati con il nostro doppio, dobbiamo capire che l’invasore non è altri che noi stessi, la nostra natura profonda. Niente ci appartiene, tutto è dell’Originale….”

A. Jodorowsky, Psicomagia, Feltrinelli, pp 65,66

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