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LA LENTEZZA DELL’ACQUA

– Pensieri per Elle –

Indo aveva imparato che nella vita contano i fatti.

Nonno Walter era morto il 21 giugno 2016, alle 22:06; questo era un fatto.

Non aveva altri nonni e anche questo era un fatto.

Gli risultava molto difficile capire e accettare le ingiustizie, ad esempio:

che all’improvviso il buio prenda il posto della luce

che se appoggi il dito sulla fiamma azzurra del gas sentirai un forte dolore, anche se è bellissima.

che qualcuno possa rubarti la palla senza che tu lo abbia invitato a giocare

o che ti chiamino scemo, anche se sei sempre gentile

Nel caso specifico di nonno Walter, gli risultava discretamente incomprensibile che alcune cellule si fossero ribellate al sistema e avessero deciso di distruggerlo, invece di fare il proprio onesto lavoro.

Discretamente” era un avverbio che piaceva moltissimo a Indo: glielo aveva insegnato la professoressa Sibilla nel corso di una mattinata storta. Le mattinate storte erano quelle in cui tutto sembrava straniero. Forse la ragione era che lui aveva il nome di un fiume indiano. Indiano dell’India, non dei Pellerossa.

L’Indo è un fiume guerriero: di solito i fiumi di quei posti sono considerati femmine, ma l’Indo è maschio e scorre lento dal Tibet al mare d’Arabia. Parla una delle lingue più antiche del mondo. Mamma aveva scelto quel nome quando, dopo un esame alla pancia, avevano scoperto che sarebbe stato un bambino speciale.

I bambini non speciali imparano subito qualsiasi cosa, è troppo facile con loro. Indo imparava con lentezza, la lentezza dell’acqua. E ci riusciva solo se tutto aveva una logica e un senso. Perciò la sua mamma, da quando era nato, gli aveva insegnato la magia dell’ordine. Aveva inventato moltissime storie e le avevano cantate insieme. Cantare era come mettere in ordine i suoni, che altrimenti sarebbero stati così difficili da pronunciare! Aveva diviso il suo armadio in sette scomparti, uno per ogni giorno della settimana. In ogni scomparto aveva messo cinque cassetti, uno per ogni indumento: canotta, slip, calzini, jeans e maglietta, rigorosamente in questa sequenza. Ogni giorno aveva il suo colore e questo lo aveva sempre tranquillizzato.

Prima che Indo cominciasse ad andare a scuola, lui e mamma avevano scritto tantissime parole su altrettanti cartoncini. E giocavano ad attaccarle al posto giusto, sugli oggetti. Così la scuola gli faceva un po’ meno paura. Comunque la paura c’era, e Indo per tutte le elementari aveva davvero pianto moltissimo. Nonno Walter gli diceva sempre che uno non può portare il nome di un fiume senza avere liquidi in eccesso. Anche mamma piangeva spesso e infatti si chiamava Marina. Per farsi coraggio, quando le giornate erano troppo bagnate, lei prendeva il vocabolario e gli insegnava una parola nuova. Diceva sempre che se gli dai un nome, le cose fanno meno paura. Ed era vero.

La professoressa Sibilla era una persona molto curiosa e si era fatta raccontare un sacco di dettagli da Indo e da mamma. All’inizio lui aveva pensato che fosse veramente fastidiosa e impicciona, ma poi aveva capito che anche il suo era un modo per mettere ordine. E funzionava.

Il pomeriggio in cui Jacopo Alberti lo aveva spinto giù dall’altalena, Indo era finito in ospedale, deciso a non parlare mai più. Perché non credeva si potessero sistemare faccende come quella: c’erano quattro altalene libere al parco. Lui era salito su quella che dava verso il laghetto della pesca, perché nonno da lì lo poteva vedere: sotto lo sguardo vigile del nonno non c’erano mai brutte sorprese. Invece Jacopo lo aveva fatto cadere, e i gemelli lo avevano colpito con i sassi. C’era stato molto trambusto e molto sangue e aveva chiuso gli occhi. Quando si era svegliato, accanto al letto c’erano i suoi genitori, ma senza sorriso. C’era il nonno. E poi c’era la professoressa Sibilla. Lei invece riusciva a sorridere e gli spiegò che doveva avere pazienza e pena dei suoi tre compagni, perché erano molto, molto malati. E molto, molto invidiosi. Sapevano che Indo sull’altalena comandava l’aria; sapevano che aveva scoperto i segreti delle formiche in giardino. Sapevano che lui riusciva a trovare quello che per loro era irraggiungibile. E questo li faceva impazzire.

A Indo era sembrata una spiegazione molto logica.

Fu allora che nonno gli porse un pacchetto. Indo lo guardò indeciso: non era il suo compleanno e nemmeno Natale. Ma quello era un regalo e quando ricevi un regalo si ringrazia. Lui ringraziò e accantonò il proposito di non parlare mai più, perché ormai aveva parlato e quello era un fatto.

Il pacco era avvolto in una carta azzurra, il suo colore preferito. Conteneva una scatola e la scatola conteneva una macchina fotografica: la Polaroid 600 di nonno Walter. Il nonno gli disse che lui doveva rendere utile la sua specialità: doveva mostrare anche agli altri cosa riusciva a vedere. A Indo sembrò un buon piano: avrebbe svelato a tutti la bellezza e nessuno avrebbe più avuto bisogno di essere invidioso o tirare i sassi. O far esplodere bombe. Con un po’ di fortuna avrebbe potuto salvare il mondo.

Ma poi nonno Walter si ammalò. Ogni giorno Indo tornava da scuola alle 15 e 58. Buttava la cartella dietro al letto, prendeva la sua Polaroid, entrava silenziosamente in soggiorno e scattava una foto a nonno che schiacciava il suo pisolino, sul divano a righe rosa. Lui e mamma gli dicevano che stava andando tutto bene, che i dottori erano contenti; ma le foto sono fatti. E in quei fatti non c’era niente di buono. Quando ci pensava, Indo sentiva una specie di stretta dentro, che non si sapeva spiegare. Ma se alcune cellule potevano sbagliarsi e fare il lavoro al contrario, forse era anche possibile che un piccolo essere dispettoso abitasse nella sua pancia e si divertisse a stritolare lo stomaco ogni tanto.

Prima di andarsene nonno Walter gli fece un discorso: gli spiegò che presto avrebbe dovuto abbandonare il suo corpo. Che tutti sarebbero stati tristi e forse anche lui, ma che sarebbe stato solo un momento. Lo avrebbero messo in una bara di legno con tanti fiori e poi portato al cimitero, e calato dentro una buca. Ma quello era solo una specie di smaltimento dei rifiuti: non si possono mica buttare cadaveri in giro come sacchi della spazzatura. Nè mettere i sentimenti sottoterra.

– Vedi Indo, le persone che amiamo non se ne vanno mai veramente: qualcosa di loro rimane sempre tra noi, e solo in pochi se ne accorgono. Così si è tutti molto infelici. Ma tu, caro, te ne accorgerai: io farò in modo di rimanere nella tua Polaroid. E tu dovrai continuare ad andare a caccia di meraviglia, perché io ne avrò molto bisogno lì dentro. Avrò bisogno di luce e di sorrisi e di parole nuove. Soprattutto all’inizio, quando mi sentirò molto solo e spaesato.

Poi nonno Walter morì davvero, e tutto si svolse come aveva previsto. Perciò Indo non aveva alcun dubbio che una parte di lui si fosse trasferita dentro la sua macchina fotografica.

Per settimane si guardò intorno, cercando un’immagine che fosse degna di inaugurare la nuova vita del nonno. Ma niente gli sembrava abbastanza giusto, abbastanza importante, abbastanza stupefacente. E poi la vide.

Era seduto in mensa, al suo solito tavolo, il terzo a sinistra, accanto alla finestra con le fioriere dei ciclamini. Stava cercando come sempre di dividere le verdure in ordine cromatico e contare i pezzi di pasta per vedere se erano pari. E lei parlò.

– Ciao! Mi posso sedere? Ho visto che sei da solo. Ti ho osservato, tu mangi spesso da solo… ti capisco, qui dentro c’è un rumore pazzesco e dopo quattro ore di lezione ci vorrebbe un po’ di silenzio. Ma io odio il silenzio. Mi fa paura, mi fa venire l’ansia. Oddio, forse te ne sarai accorto! Ti chiami Indo, vero? Me l’ha detto Lara Seppi, la tua compagna… oh certo! Questo lo sai già. È un nome davvero fico, sai? Indo dico, non Lara. Anche mia madre era in fissa con l’India quando era incinta. Mi voleva chiamare Samsara o una cosa del genere. Ma mio padre si è opposto e credo anche mia nonna Adalberta. Hanno litigato e non se n’è fatto più niente. Poi hanno continuato a litigare per anni e ora sono divorziati. Sì… lo so, niente di strano, ormai quasi nessuno ha i genitori che vivono insieme. Non me la passo male eh, per carità. Non me lo ricordo nemmeno quando stavamo tutti nella stessa casa. Ma mi dispiace, questa cosa, è pazzesca! Io credo tantissimo nell’amore, vorrei ristrutturare un casolare in campagna e avere moltissimi bambini. Almeno cinque, no, sei! Preferisco i numeri pari. Prima però devo diventare veterinaria. Sai, io sono vegetariana da quando ho quattro anni e da grande vorrei salvare gli animali rinchiusi negli allevamenti intensivi con delle azioni di pirateria animalista. Be’ finché sarò giovane. Poi ci sarà il casolare, i bambini e tutto il resto. Hai veramente dei bei capelli sai? Fai bene a portarli lunghi… non ascoltare quello stronzo di Alberti quando ti dà del frocio. Tanto per cominciare, anche se fossi gay, perché è così che si dice, non ci sarebbe niente di male. Secondo parla solo per invidia: a tredici anni è più stempiato di mio zio Gigi, che ne ha tipo mille! Mi chiamo Luce, tanto piacere!

Indo era rimasto con la forchetta a mezz’aria e la bocca aperta. Era sbalordito. Deglutì, cercò di rimettere in fila i pensieri che erano sparsi dentro di lui come i pezzi del vaso di cristallo quella volta che mamma lo aveva fatto cadere dal tavolo rotondo. Prese una leggera rincorsa con la lingua come gli aveva insegnato a fare da piccolo la dottoressa Longhi, la sua logopedista. E lo disse tutto d’un fiato.

– Perchèpreferisciinumeripari?

Luce brillò di un sorriso che avrebbe ucciso un temporale.

– Perché si possono dividere per due. E condividere ci salverà la vita.

Indo sentì che il suo piccolo stritolatore interiore torturava ogni punto del suo corpo. Fu invaso da un calore liquido. Estrasse la Polaroid dallo zaino con un gesto da giaguaro. Quel giorno scattò la sua prima foto con gli occhi di nonno Walter…

la foto

del sorriso

di Luce

Da lì in poi, nella testa di Indo, il fiume iniziò a scorrere.

Quando sai dove devi arrivare, la strada si trova: e questo è un progetto.

Anche quella mattina Indo si era alzato alle sei in punto. Senza sveglia, as usual. Aprì l’armadio e prese l’occorrente del mercoledì, che è un giorno giallo. Inforcò le cuffiette e selezionò Satie. Quando si passa dal sonno alla veglia si ascolta la musica classica perché la testa va riavviata con calma . Questo lo aveva imparato da papà. Papà era un musicista: tante volte era via di casa, ma non mancava mai veramente. Ogni sera lo chiamava, anche dal Giappone, e ascoltavano una canzone insieme. Papà era un fatto.

Indo non aveva voluto imparare a suonare nessuno strumento: mettere d’accordo così tanti movimenti era davvero troppo. Ma fin da quando poteva ricordarsene si sedeva nello studio di papà sulla poltrona arancione. E lo guardava addomesticare il violino.

Della musica funziona:

che si può decidere di non usare le parole

che si spegne e si accende subito

che la trovi dappertutto

Salì sulla bici e scese a precipizio verso il parco. La ciclabile è meno pericolosa, ma in via Leopardi il vento ti accarezza meglio, e all’alba il bosco sussurra ancora.

Arrivò davanti a casa di Luce alle 6 e 15. Appoggiò la bici allo steccato rosso, lo scavalcò e si arrampicò sul ciliegio in fiore, che dava sulla facciata nord. Salutò la signora merlo che era in cova da due giorni e respirò il profumo. No, non quello dei fiori, quello del momento perfetto. Prese la Polaroid e contò:

uno, sua madre apre la porta

due, lei si nasconde sotto le lenzuola azzurre

tre, riemerge con quei capelli, mioddio, quei capelli!

quattro, Gianni alza la serranda del bar lì accanto

cinque, come i passi per arrivare alla finestra

sei, il cigolio del pomello

sette, si spalancano le persiane

otto: lei

Cuore in gola, scatto. Doppio scatto.

Da 102 giorni Indo fotografava Luce. Alla stessa ora. Dallo stesso punto. Nello stesso gesto. Come un piccolo Monet di fronte a Notre Dame.

Poi scendeva dal ciliegio e tornava indietro.

A tavola lo aspettavano:

la mamma

il latte caldo

due fette di pane e marmellata

Marina si era spaventata solo la prima volta. Poi aveva capito ed era uscita molta acqua dai suoi occhi. Ma di gioia. Indo raggiunse la bicicletta e guardò il cielo. Certe volte si chiedeva perchè nonno Walter avesse scelto di andare a finire nella Polaroid 600, invece che tra le nuvole. Ma dopotutto le nuvole sono lontane, e ognuno decide per sè.

Mi chiamo Indo, come il fiume-guerriero. Ho 13 anni, 11 mesi e 24 giorni. Sono nato il primo giorno di primavera e voglio sempre finire quello che ho cominciato. So fare una cosa alla volta e odio lo sorprese. Verso molta acqua ma non mi secco mai: continuo a scorrere.

Nella vita mi piace:

i colori, ma non tutti insieme

la mia mamma nel vestito con le rose grandi

Schindler’s list, quando la suona il mio papà

il sorriso della professoressa Sibilla

quelli che capiscono senza chiedere

e Luce

Ma soprattutto Luce.

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