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L’IMPORTANZA DI ESSERE LENTO.

L’importanza di chiamarsi Ernesto (nell’originale in lingua inglese: The Importance of Being Earnest) – a volte conosciuto come L’importanza di essere Franco, L’importanza di essere Fedele, L’importanza di essere Probo o L’importanza di essere Onesto – è una commedia teatrale in tre atti di Oscar Wilde, rappresentata per la prima volta a Londra il 14 febbraio 1895.

L’importanza di essere pigro (nell’originale in lingua inglese: The Importance of Being Idle) è una canzone della band inglese Oasis, estratta come secondo singolo da “Don’t Believe the Truth”, sesto album del gruppo.

L’importanza di essere lento (nell’originale in lingue inglese: The Importance of Being Slow) è una prerogativa dell’umanità che è venuta a mancare poco dopo l’inizio del nuovo millennio.

I fattori sono molteplici e se iniziassimo ad analizzarli in questa sede non potremmo parlare dell’importanza di essere lento nel suo significato autentico. Allora ci conviene provare ad analizzare alcune delle conseguenze che questa dimenticanza collettiva ha generato e chiederci davvero cosa abbiamo lasciato per strada.

Nel dicembre del 1974 esce Alma Latina, nono album discografico di Lucio Battisti. Nonostante siano passati solo quattro anni da “Acqua azzurra, acqua chiara” e “Dieci ragazze” il suono di questo lavoro segna una vera e propria linea di demarcazione nella carriera del cantautore. Colpisce in particolare l’intervista rilasciata a Renato Marengo, ritenuta ex post il vero manifesto culturale di questa fase artistica:

Quando uno parla in mezzo agli altri, non urla ma non tace neppure, se la sua voce interessa a chi ascolta, viene individuata in mezzo alle altre, magari con un po’ più di attenzione, con un po’ di fatica. Questo ho fatto con il mio LP: ho messo la mia voce in mezzo alla mia musica ed ho inteso stimolare gli altri a capire le parole, ad afferrare il senso o la sola sonorità; ho inteso stimolare chi mi ascolta a fare attenzione a ciò che sta succedendo, a ciò che accade nel momento in cui si ascolta un brano non perché questo sia piacevole, ma perché ascoltare significa qualcosa: e ascoltare con attenzione, magari rimettendo il disco daccapo perché non si è capito, magari facendo irritare chi non è riuscito ad individuare al primo ascolto una parola, è un’operazione stimolante, coinvolgente; è il modo che ho scelto per comunicare con gli altri, per essere presente in mezzo agli altri, per essere quello che dà il pretesto, lo spunto ad un’azione, ad un’operazione. »

(Lucio Battisti, 1 Dicembre – 1974)

In “Abbracciala, Abbriacciali, Abbracciati”  più che in altre canzoni l’ascolto richiesto da Battisti è a tutti gli effetti pro-attivo e non reattivo. L’ascoltatore non trova la sua comfort zone semplicemente appoggiando la puntina sul vinile. L’ascoltare deve prendersi del tempo, perché per capire le cose di solito funziona così. Ma nel 1974 qualcuno (forse troppi) si è già adagiato sugli allori ed un altro eminente cantautore della scena italiana si è speso con amarezza poco prima di scegliere di suicidarsi durante il festival di Sanremo del 1967: Luigi Tenco.

« Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi. »

Duro e puro fino alla fine Tenco non accetta l’ascolto passivo, quello delle famiglie che si radunano davanti alla radio o, più tardi, davanti alla televisione. L’ascolto di chi lavora otto ore al giorno e quando torna a casa non vuole pensare di dover impiegare ulteriori energie per quello che dovrebbe essere considerato uno svago. L’ascolto di chi sull’arte altrui non si vuole più impegnare ed anzi richiede sempre più ferocemente ritornelli confortanti da cantare al mare davanti ad un falò. Paradossale che uno di questi sia proprio quello de “La canzone del sole” del buon Battisti.

Ma se nella loro lungimiranza e nella loro grandezza alcuni artisti avevano colto anzitempo questo deriva noi abbiamo capito cosa stesse accadendo solo nei primi anni del nuovo millennio ed è lì che nella musica abbiamo perso la prerogativa di essere lenti. Sono gli anni dove per la prima volta internet è accessibile senza più costrizioni di sorta, il download illegale vive un’enorme ed inarrestabile crescita, Steve Jobs lancia la prima generazione di iPod. La storia ci passa davanti e in un battito di ciglia non si ascolta nemmeno più pigramente il brano per intero. Diventiamo compulsivi amanti dello shuffle, del singolo accattivante, della hit che dura qualche settimana invece che qualche anno. Tra scroscianti applausi muore la narrativa di quello che una volta si chiamava album, muore la volontà di percepire i dettagli e vince chi è più rapido nel cogliere i trend, non importa come perché tanto dove c’è velocità spesso non c’è sostanza.

L’autore Simon Sinek ha trattato il tema dell’importanza dell’essere lento nella sociologia e nel mercato del lavoro. In questa interessante intervista con Tom Bilyeu lo scrittore si focalizza sul tema dei “Millenial” e cerca di comprendere quale sia il meccanismo psicologico che provoca questa foga tra i nati da metà anni ’80 in poi. Analizzando attraverso 4 elementi cardine il quadro complessivo ciò che risulta essere caratterizzante delle difficoltà sociali e lavorative di questa fetta di popolazione è l’impazienza. Nel mercato del lavoro si ha fretta di “lasciare un segno” e se sei un ragazzo che per tutta la vita si è sentito dire frasi quali: “Sei speciale” o “Nella vita puoi avere tutto ciò che vuoi” è anche facile capire perché tanti giovani ci credano veramente prima di scontrarsi con l’amara realtà. I social network inoltre amplificano questo sentimento di desiderio bruciante permettendoci di condividere i nostri risultati, edulcorandoli e ingigantendoli. Così chi ha qualcosa da dire appaga il proprio egotismo e chi invece subisce questa condivisione soffre per qualcosa che non può avere, per qualcosa che non può ostentare.

Se ci fate caso sono cambiati anche i processi all’interno delle nostre conversazioni. Articolare un pensiero critico spesso è ritenuto noioso e fuori luogo. Molto più comodo trincerarsi in posizioni dogmatiche sezionando l’argomento in due fazioni, in modo che sia semplice scegliere da che parte schierarsi e giocare la partita gli uni contro gli altri. Allo stesso modo sarà molto semplice affrontare genericamente molti argomenti in una conversazione piuttosto che approfondirne uno, qualunque esso sia. Ciò ci impoverisce oltremodo perché è dall’alba dei tempi che ci sono emozioni e pensieri che sono molto difficili da tradurre in parole. Questo gap può essere colmato in varia misura dall’arte, di cui però fruiamo in modo sempre più approssimativo come detto sopra, o da un dialogo articolato in cui bisogna rispettare tempi precisi di parola e ascolto. Per questo stesso motivo alcune delle riflessioni più brillanti della storia dell’umanità sono nate attraverso lo scambio epistolare, un momento in cui senza pressione si poteva dare la miglior forma possibile alle proprie sensazioni e alle proprie introspezioni. L’importanza di essere lento vuol dire trovare uno spazio per conoscere gli altri e, ancor prima, sé stessi.

Non pensate forse di essere degni di 2 minuti del VOSTRO tempo?

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