ANTOLOGIA VINTAGE

Zelda uscì dall’acqua arrampicandosi sulla scaletta. La piscina era ancora vuota nonostante fossero già le 11 di un giugno piuttosto generoso. Prese il suo asciugamano e si tamponò i capelli. Non aveva timore di mostrare il suo vecchio corpo che l’età, l’esercizio e l’ansia costante avevano conservato forse non tonico, però asciutto. Decente nel suo intero nero. Ma per nessuna ragione avrebbe offerto ai giovani bagnini lo spettacolo dei suoi capelli ritti in testa.

Che poi era il vero motivo per cui sceglieva quella piccola piscina di paese: la cuffia non era obbligatoria se avevi un taglio corto, e questo la preservava anche da quegli orrendi copricapi fioriti e dai colori sgargianti che molte sue coetanee portavano con fierezza. Eppure Zelda amava le stranezze e ne aveva sempre fatto la sua cifra. Ma c’è un confine sottile tra stravaganza e depressione senile. Un confine dal quale lei voleva tenersi ben lontana.

Da quando era in pensione frequentava spesso le piscine e in estate ci trascorreva anche giornate intere. Arrivava insieme al personale, tutti ragazzi gentili ed educati. A volte Ernesto le offriva il lettino in omaggio. Ma Zelda rifiutava: amava da sempre il profumo e la consistenza dell’erba appena tagliata. Le piaceva stendersi sui suoi teli da bagno, souvenir di molti viaggi. Si sdraiava al sole del mattino e quando sentiva che il tepore le aveva sciolto i muscoli entrava in acqua; con gesti lenti ma precisi percorreva la vasca a ritmo costante, fino a che le forze glielo consentivano. O fino a che non arrivava l’invasione delle colonie diurne. Di solito imparava in fretta le abitudini dei centri estivi ed evitava quelle giornate come si eviterebbe un’estrazione dentale. Dopo l’allenamento, e la salvaguardia della messa in piega, si cambiava il costume e mangiava un frutto. Poi leggeva o si dava al suo hobby preferito: l’osservazione meticolosa.

Le prime ad arrivare erano le giovani mamme. Un campionario di declinazioni del femminile da non sottovalutare affatto. Quelle con un solo neonato la lasciavano indifferente: si muovevano a gruppi di due o tre. Conquistavano un albero e l’ombra, e li difendevano a costo della vita, posizionando carrozzine e passeggini a mo’ di fortezza inespugnabile. Zelda cercava di ritirarsi il più possibile verso la siepe, e a quel punto aspettava: la capobranco ci metteva poco a dichiararsi. Era quella più ciarliera, che aveva una soluzione per ogni eritema, arrossamento e probabilmente anche per la fame nel mondo. Non smetteva mai di pontificare e aveva una piccola critica per ogni occasione, introdotta dalla formula #matunonhaiancora. #matunonhaiancora comprato la fascia

#matunonhaiancora provato l’auto svezzamento

#matunonhaiancora messo il bambino nella sua camera

#matunonhaiancora fatto i massaggi urto antismagliature

#matunonhaiancora programmato le ferie 2034

#matunonhaiancora iscritto tuo figlio ad Harvard

Più interessanti erano le mamme con due o tre figli. Zelda le studiava con circospezione e cercava tra loro chi davvero era vocata alla maternità. Chi se ne lasciava attraversare con la giusta curiosità. La categoria che amava di più era quella delle madri cantastorie. Quelle che non calmavano i capricci con porzioni di patatine fritte, ma con libri e disegni. Pensava che lei sarebbe stata così. C’era stato un momento nella sua vita in cui ci era andata vicino: era arrivata al quinto mese. Poi qualcosa era andato storto e si era portato via il feto e la parte buona dell’apparato riproduttore. Le ci erano voluti parecchi anni di psicoterapia per farsene una ragione e anche per capire che quella era solo l’anticamera di un disagio che andava ben oltre l’aborto. Non che non si sentisse madre: con quarant’anni di insegnamento si era guadagnata il titolo ad honorem. Aveva imparato che il semplice fatto di riprodursi non è un merito, anzi, troppo spesso è fortuna. Una fortuna che a volte non tocca la creatura.

Aveva sviluppato un sesto senso per le vite complicate: c’era uno sguardo, una contrazione dei muscoli facciali, una mimica che rivelavano subito i ragazzi in difficoltà. Pensò con nostalgia a quante storie aveva raccontato, certo, non della buonanotte, ma di giorno e talvolta con lo stesso effetto. Di fronte ai ragazzi che si addormentavano sui banchi stoppava con fermezza le prese per il culo: diceva sempre che era uno dei regali più grandi che potessero farle. Ci si addormenta solo quando si è davvero al sicuro. La magia delle parole ti tiene al sicuro.

“Lo sapete che cosa significa antologia?” chiedeva sempre mentre distribuiva i libri di testo. Era un termine che i ragazzi non conoscevano e che rimandava più che altro a un medicinale. “Anthos significa fiori in greco. E legein vuol dire scegliere. Insomma antologia vuol dire “raccolta delle parole più belle”, di parole che sono fiori. Non vi sembra un lavoro fantastico quello di scegliere le parole più belle da donare agli altri? Se lo facessimo tutti il mondo sarebbe un posto meraviglioso.”

Un posto meraviglioso: il mondo fiorito dalla parola.

Ciao zia, todo bien?” Artemide era arrivata all’improvviso. Artemide che tutti dovevano obbligatoriamente chiamare “Arte”. “Se a quei due poveri stronzi dei miei genitori è stata data facoltà di registrarmi all’ufficio anagrafe con questo nome orrendo, io avrò ben diritto a porvi rimedio”. “Arte” non era certo una scelta di impatto inferiore, ma indicava chiaramente che cosa la ragazza voleva fare della sua vita. Arte era la sua nipote preferita: uno dei due poveri stronzi era infatti suo fratello, al quale per inciso lei aveva sempre rimproverato la passione per la mitologia greca e soprattutto il fatto che l’avesse riversata sul destino di un’innocente. Che poi tanto innocente non si era rivelata, visto che Artemide aveva una lingua più velenosa delle frecce dell’omonima dea. Capitava che la raggiungesse in piscina: discutevano dei suoi amori tragici e più veloci di un temporale ad agosto. In effetti erano lunghi monologhi a cui Zelda assisteva impotente ma rapita. Mentre fumava però, pretendeva che la zia le restituisse il favore e Zelda le aveva in verità confidato segreti che altrimenti sarebbero rimasti sepolti.

Fu in una di quelle pause sigaretta che Zelda le parlò di Giacomo. “No, cioè, fammi capire… tu conservi da trent’anni una lettera mai consegnata?” “Non la conservo. La so a memoria.” “Zia richiama il dottore, è proprio ora.” “Mia cara, mi sono guadagnata il diritto di indossare le mie nevrosi come il rossetto in piscina” “Ho capito ma è pazzesco! Tre decenni senza dirgli cosa pensavi, senza spiegare. Senza chiudere i conti!” “Era una situazione complicata, Arte. Due situazioni complicate. In un universo complicato.” “Ma tu sei quella coraggiosa! Voglio dire… ti ho vista discutere migliaia di volte per molto meno… sei testarda al limite della rottura di coglioni, un manuale di etica e donchisciottismo! Andare al parco con te era meglio del ciclo bretone e carolingio messi insieme! E non si sale dallo scivolo a rovescio e non si occupa l’altalena per troppo tempo e le cartacce della merenda nel cestino e… aaaah okkkei… adesso ci sono.” “Ci sei su cosa?” “È perché sei timida, vero?” Zelda ammutolì. Avvertì le lacrime premere sotto i grandi occhiali scuri. Ed era consapevole che quel piccolo presidio sarebbe caduto in fretta. Piangeva di rado ormai, ma se accadeva il viso le si riempiva di orribili chiazze rossastre. Diventava una maschera di dolore. Onestamente esagerata.

Poche persone le riconoscevano timidezza. Zelda, la macchina da guerra, sovrastava Zelda, la tremebonda. E a lungo andare il tremore era diventato invisibile. A tutti, ma non a chi aveva ancora voglia di guardarla davvero. Non ad Arte. “Va bene dai, recitamelo.” “Come scusa?” “Recitami questo discorso impronunciabile” “Vuoi scherzare spero? Non ho avuto il coraggio allora, con lui. Che cosa ti fa credere che lo consegnerei al tuo cinismo, signorina?” “Avanti… sarà terapeutico. Starò buona…” “Arte…” “Zittissima… neanche… una sillaba… un sospiro. Sarò muta come un quadro di De Chirico. E ti farà bene.”

E Zelda inspiegabilmente lo fece. Lo fece davvero davvero.

Per cominciare volevo dirti che ti rispetto. Rispetto te, i bambini, anche Giada. Questo non significa che non provo attrazione, lo sappiamo entrambi che ne provo. Certe volte per esempio ho talmente voglia di baciarti che mi devo alzare e andare via. Sparire. Perché sappiamo anche che non sarebbe solo un bacio. Ma posso farne a meno. È pesante, stupido, ma posso. E poi questo non c’entra, ti dico, non è la questione. C’è il fatto che capisci al volo. Aspetta… lo so, suona patetico, ma ascolta bene. Non sei l’unico, per carità. Anche Anna, anche Sabrina e Rocco. Ma è diverso. Tu hai capito come funziona la mia testa. Le rotelle. I meccanismi. Tutte le strade secondarie. L’hai studiata. Previeni, vedi. Non è solo la cosa della telepatia e le mille coincidenze. Non gli sguardi che mi lanci e i calcoli. Non sono la veggenza, le carte e Jodorowsky e Jung (eppure anche essere liberi di parlarne è da regine). È di più: tu… fai quello che mi aspetterei quando ormai ho smesso di aspettarmelo e mi dici e mi raccogli quando ormai credo di aver immaginato tutto. Di essermi sbagliata. E lo dici e lo fai così esattamente che tremo di paura. È difficile trovarsi spalancati. Esposti. Caricate, mirate. Fuoco! È difficile, è devastante la nudità. E poi c’è un ultimo particolare. Io sono una che aiuta. Non è eroismo o bontà. È la mia natura. Me lo disse la dottoressa Pau, tanti anni fa: “Ragazza, lei è generosa. Chi ha bisogno le ruota attorno come un satellite. Non può evitarlo e anzi lo faccia finché le restano energie. Ma quando la benzina finisce lei deve fare attenzione. C’è una bambina lì dentro, che ha bisogno di qualcuno. E lì dentro, spesso, è molto buio. Trovi qualcuno che se ne prenda cura o se ne prenda cura lei. Se non risolve questo, lei non sarà mai risolta”. Sai chi mi curava? Mia nonna, mi curava. Ti dico come? Mi prendeva in braccio. Anche a venti, a trent’anni. Ai miei quaranta non è arrivata. È morta. Morta morta: morta che si è lasciata morire dopo il nonno. Morta per decisione intendo. Da pazzi no? Dopo una settimana ti ho incontrato. Ma non subito subito notato. Solo visto. Sei venuto tu, in realtà. Mentre scrivevo le mie cose. Mentre blateravo i miei monologhi di cambiamento e rivoluzione, sei venuto. Mi hai tolto dal mio iperuranio, da un mondo in potenza e hai detto: “Facciamo!”. Un passo dopo l’altro. Sei stato le radici dei miei rami fluttuanti. La Terra per il mio vagare di Luna. E mi hai preso in braccio. E non una volta sola. Questo ti dovevo dire: io reggo tutto con mani di Shiva. Ce la faccio. Son capace. Ma tu mi hai preso in braccio. So che non resterai, che è impossibile. Che c’è da dire grazie e arrivederci alla prossima vita… (e se non c’è, questa cazzo di prossima puttana vita?) So che non è proprio amore. Io non ti amo, mi mescolo a te. Mi appoggio. Mi incollo e dopo torno intera. Insomma non è niente l’amore rispetto a questo. Basta con questo amore! Non possiamo tenerci e basta? Perché io non sarei capace di smettere. Fine è una parola difficile. Fine è… “Chi mi prenderà in braccio?” “Dove mi appoggerò domani?”                “Come tornerò intera?” E questo è tutto.

“E questo è tutto.”

Ok fatto, registrata.” “Prego, scusa???” “Ti ho registrata. Ce l’ho.” E Arte si rifiutò di discutere. Le disse che non le sembrava nulla di che, ma che evidentemente c’era un vissuto pesante dietro, che per qualche ragione Zelda non era riuscita a srotolare a suo tempo. Le disse che i vissuti si devono srotolare invece, e che quindi avrebbe conservato quel vocale per qualche mese. Così le disse. “Ti concedo qualche mese”. Poi sarebbe andata in cerca di questo bibliotecario Giacomo. Ci avrebbe pensato lei allo srotolamento. O preferiva che lo consegnasse dopo la sua morte? Certo sarebbe stato un gran finale davvero: leggere una lettera di non-amore a un tuo non-fidanzato durante il tuo funerale, cazzo neanche Bukowski! Ma anche se il bel Giacomo era a quanto pare più giovane della zia, considerata l’età media maschile in Italia non avevano molto tempo e nessuno garantiva che non schiattasse prima di lei. Va a sapere, magari era già bell’e schiattato. E tanti saluti allo srotolamento. Zelda si accasciò sul prato.

E a quel punto, inaspettatamente, le scappò da ridere. Prima un gorgoglio impercettibile e poi una risata larga, sfacciata, a cuore aperto. Arte naturalmente la seguì a ruota. Risero come due matte per minuti interi, con pacche sulle spalle, dibattendosi sulla schiena. Risero agitando le gambe per aria e tenendosi la pancia come se stessero per perdere le viscere. Risero attirando l’attenzione di tutti quanti e più le guardavano e più ridevano. Risero e risero. E poi si abbracciarono strette. Non si dovrebbe mai dimenticarsi di ridere. E di vivere. Non si dovrebbero trattenere le parole. Sono fiori le parole. Vanno sparse, seminate, donate a mazzi. Ti liberano le parole. Ti aprono e ti danno un profumo. Una forma. Un colore. Altrimenti quel che sei non esiste. Altrimenti è solo il deserto.

Poesia

è il mondo

l’umanità la propria vita

fioriti della parola

G. Ungaretti

dechirico

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