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LA SCUOLA CON LE CORNA

La scuola italiana non funziona.

Inutile girarci intorno, ci sono almeno tre frottole che raccontiamo ai ragazzi.

Primo: “se ti impegni ce la farai”.

FALSO.

La scuola italiana è nata per pochi, selezionati e benestanti alunni. Aveva provato don Milani a dirlo già cinquant’anni fa. Nel frattempo sono cambiati la società, il tenore di vita, le aspettative professionali, ci dicono. Sarà vero? Comunque la scuola no. La scuola non è cambiata affatto. Attende tutti al varco dei 16, e con selezione darwiniana caccia via quelli che frenano il processo. Che vadano a lavorare, che smettano di rallentare gli altri, che finiscano sui social a prendersela coi negri, con gli ebrei, con le scie chimiche e coi vaccini.

Quale lavoro uno possa fare con la terza media non è dato sapere, visto che abbiamo laureati cum laude che puliscono cessi da Mc Donald, ma l’importante è che escano dal sistema e permettano agli istituti superiori di comparire nei ranking nazionali che attestano qualità, eccellenza, cortesia.

Secondo: “i voti non contano, tu non sei i tuoi voti”.

FALSO.

Tutta la scuola gira sui risultati: ci parlano di formazione in miglioramento, di life skills, soft skills, bottom up, fare squadra, flipped classroom, cooperative learning. Ma fare squadra in Italia e a scuola conta ZERO. Ed è una tragedia perché nella vita e nel lavoro conta eccome.

A scuola invece contano i voti. Col sei passi, sotto muori. Didatticamente, pedagogicamente, ma è comunque una morte. E nel futuristico Trentino, dove per scelta illuminata la scuola dell’obbligo fino ai 14 non valuta attraverso voti ma con “giudizi sintetici”, viviamo una doppia ipocrisia: perché in un ricorso al Tar qualsiasi giudizio si trasforma in voto e perché per essere ammessi all’esame di stato vale lo stesso. Una conversione numerica, una media, che però ci chiedono di fare “senza la matematica”. Nodo gordiano di rara vaghezza. La scuola italiana si basa sulla competizione. Sulla competitività. Vive di primi della classe. Poca roba per definizione.

Terzo: “non devi imparare a memoria, devi farti un’idea TUA”

FALSO.

La memoria nella scuola dell’obbligo è TUTTO. Chi ne nasce dotato ha la strada spianata per anni interi. I primi otto sicuramente. Avremo visi di maestre e professori sorridenti che correggono compiti dove Pierino senza sforzo alcuno riporterà esattamente ciò che gli è stato detto, mentre il povero Gigetto assorbirà benevoli e pietosi “ma che bel diseeeegno” e Laurina al massimo “ma che belle treeecce”. Questo effetto Pigmalione, pur con cedimenti strutturali nei passaggi più impegnativi, costituirà un bagaglio di rinforzo emotivo che fungerà da traino fino all’arrivo del pensiero astratto e di una coscienza critica che presto o tardi davvero si presenterà.

Intanto Gigetto e Laurina svilupperanno nel migliore dei casi resistenza alla frustrazione e nel peggiore una lenta ma inesorabile disintegrazione dell’autostima.

I ragazzi sono incazzati. Siamo pieni di bambini arrabbiati, non importa come li classifichiamo o li etichettiamo: Adhd, disturbi dell’apprendimento, comportamenti borderline. Compaiono le prime diagnosi per depressione (esatto D E P R E S S I O N E under 14) e una diffusissima incapacità di concentrarsi e prestare attenzione per tempi dignitosi, se non prolungati. Lo sapevate che il suicidio è la terza causa di morte tra gli adolescenti?

Non è colpa solo della scuola, ovviamente, e la medicina si interroga da tempo sulle cause. Alimentazione scorretta, nuove tecnologie e sedentarietà fanno sicuramente la loro parte. Conducono a un’alienazione dalla realtà e a un’anestetizzazione dei sentimenti davvero preoccupanti. Del resto intelligenza emotiva e sensibilità vanno allenate e noi adulti non ci siamo. Non abbiamo TEMPO. La società costringe i genitori a lavorare e a consegnare i figli ad altre agenzie educative, per tutto l’anno. Campus linguistici, colonie estive, attività sportive di ogni tipo. Ma l’educazione richiede vicinanza, presenza e confronto. Il che non si può risolvere la sera, mentre prepariamo la cena, sbrighiamo le faccende domestiche, ordiniamo di spegnere questo e quello e li sbattiamo a dormire. Nè durante i week end quando nella migliore delle ipotesi li portiamo a gare, partite e manifestazioni varie, oppure inseguiamo iniziative di comprovata formazione e certificato stimolo. E compriamo. Compriamo e regaliamo continuamente per spegnere la voce di una coscienza che ci chiede dove stiamo andando.

Ma in questo modo spegniamo anche la noia, il desiderio, il tempo dell’attesa. Questi bambini sono sempre all’inseguimento: di standard di rendimento e di corrispondenza, di un nostro sguardo di benevolenza o ammirazione. O di una mano a risolvere i conflitti.

Sono bravo, dunque sono.

E se non sono?

L’identità va in pezzi e le reazioni sono violente e veloci. Come la vita che fanno.

Non giocano più: gioco libero intendo, adulti-free. Quello dove devi adeguarti alle regole del gruppo, devi allenarti alle piccole frustrazioni, devi sorridere di più e offenderti di meno. Altrimenti semplicemente non giochi. Quello dove la creatività la fa da padrona e un albero è un castello, una pozzanghera è il minestrone che sconfiggerà la fame nel mondo e dei pezzi di legno sono spade nella roccia o bacchette magiche. La creatività si impara.

Cosa dobbiamo fare allora? La risposta “sociale” la lascio alla politica: non ci vuole certo un genio, basta copiare buone pratiche già diffuse. Part time ad hoc, ferie semplificate. Un welfare che si occupi del futuro e della serenità di questo frantumato paese.

Cosa deve fare la scuola invece mi sento di dirlo, dopo quasi due decenni di insegnamento.

1. GLI AMBIENTI

La scuola deve avere spazi grandi. E puliti. Bisogna investire nella sicurezza e nella pianificazione.

Servono palestra, cortili con orto, giardino e panchine: esatto, panchine, quella roba dove ci si siede e si sta FERMI, a PARLARE, a LEGGERE, a GUARDARE e se sei solo qualcuno ti vede e viene a prenderti.

Le aule non devono avere “banchi”, ma tavoli di lavoro, isole, dove si possa comunicare, trovare soluzioni insieme, aiutarsi. Devono essere dotate di Lim, ma anche di PC portatili e collegamento in rete. Ci deve essere una cucina didattica, dove poter mangiare a turno, cucinando da sé. E una common room, con giochi da tavolo, calcio balilla, ping pong, poof e divani. Una common room che all’occorrenza diventi salotto filosofico: perché la filosofia si deve fare fin da piccoli. E ci vogliono spazi in più per i lavori nel piccolo gruppo; un’officina o comunque un laboratorio di manualità: la scuola dell’obbligo non è un piccolo liceo, dovrebbe rinforzare le basi, valorizzare tutte le competenze, orientare. La mensa dovrebbe essere insonorizzata, sufficientemente grande per ospitare tutti in piccoli ambienti diversi. I più grandi potrebbero mangiare in classe e riordinarla da sé.

2. I NUMERI

I grandi numeri a scuola non funzionano: 20/22 unità al massimo a seconda della composizione della classe sono l’ideale. E 200, al massimo 250 alunni a scuola. Tutti gli insegnanti devono poter conoscere i ragazzi e viceversa. È fondamentale saperli guardare in faccia, ricordarsi le dinamiche, essere preparati su come intervenire su ognuno di loro. E questo non si può fare con classi pollaio e scuole formicaio. La dimensione percepita deve essere quella di una famiglia allargata. Sulla quale si può vigilare serenamente. I numeri contenuti dimezzano gli incidenti, diminuiscono il senso di affollamento e oppressione, migliorano l’ecosistema. E gli alunni si sentono visti, ascoltati. Sapete quante volte al giorno mi sento dire “Prof le devo parlare”? È una frase che mi fa tremare perché di fronte a me scorrono tutti gli impegni della giornata e io cerco di ritagliare cinque minuti per i loro bisogni. Ma cinque minuti non bastano. Non bastano mai.

Ogni classe deve avere un insegnante d’appoggio preparato, selezionato: il più bravo e il più sveglio di tutti.

3. IL TEMPO

A scuola bisogna recuperare la lentezza, perché lentezza significa profondità. Al momento i dirigenti sono costretti a organizzare la didattica secondo unità di lezione complicatissime: 45, 50… ho visto lezioni di 53 minuti! Il tutto per poter “mangiare” all’orario il tempo delle ricreazioni, che inevitabilmente diventa sempre più breve, e fare in modo che la sorveglianza rientri nel monte ore degli insegnanti. È follia: la didattica non può dipendere dai lack organizzativi ed economici! Quello delle risorse per la sorveglianza è un problema facilmente ovviabile investendo di più su ore e stipendi degli insegnanti, o sfruttando in modo diverso il personale ausiliario.

Per la stessa ragione l’orario prevede 5, anche 6 lezioni al mattino: è un ritmo assolutamente insostenibile e improduttivo. Le ore devono tornare ad essere di 60 minuti, 4 al mattino e due al pomeriggio: all’interno di questo tempo si deve programmare una sequenza di apprendimento formativo, una parte operativa autonoma e un momento finale di “scarico”, un piccolo break insomma. Ogni due ore va inserita una pausa più lunga, possibilmente all’aria aperta. I ragazzi dovrebbero poter consumare il pranzo intorno a mezzogiorno, al massimo verso le 12.30 e riprendere un’ora dopo. La scuola dovrebbe concludersi intorno alle 15/15.30, per lasciare il tempo a chi le svolge di partecipare senza affanno ad attività extracurriculari che spesso sono di grande spessore e che formano moltissimo. Ma anche per permettere di fermarsi a giocare, di spalmarsi sul divano e guardare il soffitto per dieci minuti. Ci vuole una scuola slow: tutti questi numeri faranno venire il mal di testa ai non addetti ai lavori, ma guardate che la scansione temporale è un nodo cruciale per il benessere dei bambini. Ed è solo nel benessere che loro apprendono. Negli ultimi tre decenni il tempo scuola è aumentato esponenzialmente, eppure i ragazzi apprendono le basi in modo sempre più approssimativo. Dobbiamo interrogarci sulla sostenibilità di questi ritmi e sulla loro inefficacia.

4. IL METODO

Non multa sed multum dicevano i latini. Non molte cose ma in modo molto profondo. Bisogna recuperare la cura delle basi, che si è persa negli anni. Le competenze di scrittura, lettura e calcolo vanno rinforzate e rese spendibili attraverso le materie pratiche e artistiche, che hanno in più il grande pregio di renderle affascinanti. La lentezza e il consolidamento non sono mai dannosi: spesso sento dire che i bravi si stuferebbero. Che si annoierebbero. A parte la considerazione, spiccia e ripetuta, che per definizione i primi della classe non possono essere poi molti, ci sono milioni di modi per dare soddisfazione e stimolo a chi ha un apprendimento più rapido: uno su tutti la peer education, l’apprendimento tra pari. Chi riesce meglio fa da tutor a chi fa fatica. In questo modo entrambi i soggetti hanno uno scambio di grande ricchezza: insegnare rende molto più competenti e capire i concetti grazie a un amico rilassa e fa sentire meno la pressione della difficoltà. Bisogna spendere molto tempo nel dialogo: empatia, creatività, ironia devono diventare le parole chiave. Fermare la lezione per fare educazione civica, filosofare, affrontare i piccoli problemi e le discussioni con un taglio positivo e di senso non è perdere tempo, è formare cittadini consapevoli. È stare bene insieme: prima a scuola, poi nella vita. Le nuove tecnologie devono diventare una risorsa imprescindibile, perché sono parte della vita dei ragazzi ed è stupido escluderle. È dimostrato scientificamente il valore dell’apprendimento per immagini in una società che funziona già sulle immagini. (Niente vesti stracciate: ho detto immagini, non immagine!)

Ritorno infine sul concetto di benessere: aleggia sulla scuola italiana l’idea che imparare significa fare sacrifici. Come se il sacrificio fosse il più alto dei valori. Attenzione! Rilevo in questo taglio educativo una forte connotazione di autoritarismo e declinazione all’obbedienza. La fatica è un valore: ma non lo è di per se stessa. La fatica è misura della bellezza, ma lo è se dietro vi è un senso, un obiettivo da raggiungere. Non in quanto sofferenza. La sofferenza fa parte della vita, ma non ne è condizione permanente, né si deve causare in modo gratuito. Come esercizio di potere e prevaricazione sadica.

Un’ultima considerazione: una seria riforma della scuola nella direzione che io auspico non può di sicuro seguire bisogni contrattuali. Certamente alcune soluzioni richiedono opportune riflessioni sulla professione docente, anche in termini economici. Ma è estremamente scorretto incrociare i due percorsi: spesso i governi hanno tentato di far passare soluzioni pur buone dal punto di vista didattico attraverso penalizzazioni e mortificazioni degli insegnanti. Questo ha innescato un muro contro muro che ha soltanto esacerbato gli animi e abortito qualsiasi soluzione pedagogica per questioni sindacali. Il problema sono i soldi e lo sappiamo; allora lo dico: dovremmo avere il coraggio di accettare investimenti privati nella scuola. Prima di essere azzannata alla gola vi garantisco che conosco la Costituzione e credo nella Scuola Pubblica, Laica e Libera. Nel migliore dei mondi possibili un governo dovrebbe investire tutto quello che può nella scuola. Oggi quello che può non è sufficiente. Ovviamente la storia di questo disgraziato Paese ci fa temere che qualsiasi ingerenza possa trasformarsi in un laccio, un tentacolo mafioso, un prevedibile, amorale, becero sfruttamento. Eppure con un’opportuna legge di sgravi fiscali e ferrei controlli incrociati sono convinta che il problema sia non solo aggirabile, ma risolvibile: se la formazione delle giovani generazioni stesse veramente a cuore a qualcuno, certi arroccamenti e certe posizioni ideologiche si aprirebbero a nuovi scenari, che nella cultura nordeuropea e anglosassone hanno funzionato e funzionano. Se invece la struttura cattedratica e top down continuerà ad avere la meglio, allora dovremo fare i conti con il peggiore dei tradimenti: quello di una nazione contro i suoi figli.

E nessuno avrà il tempo di dire “cara, posso spiegarti…”

fedenovembre

6 thoughts on “LA SCUOLA CON LE CORNA

  1. La scuola con le corna. D’accordo su tutto prof. E comprendo a pieno lo sfogo alla luce delle novita’, o dovrei chiamarle forse sorprese?, che ci attendono il prossimo anno in relazione a IL TEMPO che pare tornerà ad essere anche per noi slow di 50′. Ci abbiamo provato ma forse non tutti erano pronti, io però ci credo ancora.
    Sara, mamma L. 1d

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    1. “Noi” usciremo dalle medie e IL TEMPO che abbiamo avuto la fortuna di godere in questi tre anni ci mancherà così tanto. Un’incredibile fortuna averlo avuto…Per quel che vale GRAZIE per averci provato ed esserci riuscita con noi. Grazie per la lucidità, l’onestà, la passione che le riconoscermo sempre. Non molli mai! Manuela, mamma di S. 3D

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