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M.OTHER ALLO SPECCHIO

Ovvero “La luna è sempre la stessa, ovunque tu sia”

Azione. Lotta. Vittoria.

Non è un caso che mi sia laureata in Scienze Politiche con una tesi in studi strategici.

‘na vita a combattere.

Contro. A prescindere. Sempre.

Dimostrare quindi vincere perciò essere capaci. E così ogni volta che ho sentito profumo di sconfitta, mi sono applicata per dimostrare di poter trasformare la perdita in vittoria e non essere mai sopraffatta bensì capace.

Per questo a 18 anni ho detto ciao ciao alla mia famiglia e me ne sono andata a combattere all’Università.

Ho dimostrato a mamma e papà che ero intelligente superando ogni esame. Che ero responsabile lavorando fino alle due di notte Alla Grotta di Leo in stazione Santa Maria. Che ero legata comunque a loro tornando giù per ogni festa comandata. Che ero però in grado di stare da sola non facendo mai scenate di nostalgia meridionale. Ho dimostrato ai miei nuovi amici che sotto il gilet blu, la gonna a pieghe e i capelli biondi mechati, si nascondeva un’anima rock. Ho iniziato ad alterare pesantemente la mia anima fragile. Ho avvicinato gente improbabile che oggi mi fa pensare che da qualche parte un dio esiste se sono ancora viva. Eppure alle otto e mezza ero in aula.

Poi, siccome non era abbastanza, ho voluto dimostrare che ero aperta ad ogni tipo di esperienza ostentando per ciascuna una personalità diversa, un po’ come la tipa di Forrest Gump, eroe fragile che prima o poi avrei incontrato. Sono stata borghese, poi acida, poi flyer, poi musicista (anche se non so leggere uno spartito), poi anarchica, poi comunista. Ma siccome non era abbastanza, una notte del 2002 ho preso un treno per andare a Genova e dimostrare che ero pure no global e politicamente attiva. E ho imparato a correre e saltare bidoni della monnezza con un limone sotto al naso per la puzza dei lacrimogeni.

Ma non era abbastanza e quando la lotta sembrava finita e poco interessante, senza salutare nessuno ho voluto dimostrare a tutto il sud che con una laurea in scienze politiche potevo cambiare la mia città. Dove sono tornata.

E qui è ricominciata la guerra. Contro chi adesso? Contro un sistema che ti fa laureare e ti lascia a casa disoccupato dimostrando che invece un lavoro io potevo trovarlo subito. Faccio un colloquio ad cazzum, mi assumono e vesto nuovi panni: adesso sono Miss Capo reparto Auchan e via per nuove battaglie. Con quel sorriso può affrontare ogni sfida mi dicono e così lascio di nuovo la mia città perché mi propongono un trasferimento e io so rinascere sempre. Destinazione Mesangeles.

E dov’è sta valle di lacrime? In puglia dove?

Prendo la cartina geografica e scopro che a 40 km c’è una nuova terra da conquistare.

Ma qui trovo improvvisamente casa, luoghi, persone. Provo a deporre le armi ma niente, non ci riesco. Comodità uguale debolezza. Devo dimostrare che o riesco a cambiare la Grande distribuzione Organizzata rendendola etica oppure me ne vado. Ovviamente vince la seconda possibilità. Tutti sono necessari, nessuno indispensabile mi dicono dalla regia. Ah si? Allora mi dimetto signori. Sapete che vi dico? Morite voi sotto i neon dalle sette alle otto di sera, io me ne vò e che fò?

Ricomincio dal basso perché posso dimostrare di saper fare anche questo. Così mi rimetto in gioco e lavoro per un anno in una tabaccheria a vendere sigarette e gratta e vinci (ne ho visto l’ascesa). Avevo già 29 anni. E mio padre mi aveva giurato che non sarebbe mai venuto a comprare le sigarette da me. Anche perché non fumava.

Naufraga la storia d’amore della mia vita. Inizia l’ossessione. La sete. Sto per essere sconfitta perciò mi invento un nuovo colpo di coda o come direi adesso un coupe de theatre. Che faccio?

Dimostro che sono autosufficiente, bastante a me stessa e alla ricerca sempre di qualcosa di nuovo. E chi mi ferma? Ho 2000 euro di TFR e me lo spendo tutto in un mese a Cuba. Se non mi porti tu amore mio, ci vado da sola. Non mi ferma neanche un volo oltre oceano nonostante mi caghi sotto al solo pensiero.

Ma mentre danzo in una notte cubana tra gente meravigliosa che non conosco, pensando di averla messa di nuovo in culo a tutti (a chi poi?), il mio amore perduto mi scrive questo messaggio:

“La luna è sempre la stessa, ovunque tu sia”.

Che tu sia maledetto invece.

Torno. Devo alzare la posta. Che faccio? Neanche la dipartita in sud America serve a dimostrarti che sono la donna della tua vita. E allora sai che c’è? Me ne vado di nuovo, ciao ciao Mesangeles me ne vò a Trento.

E dov’è Trento? Vicino Trieste mi dicono tutti. O è il secondo nome di Trieste (al sud non è chiara la differenza). Alcuni dicono che vado addirittura all’estero. In Germania. Io sono gasata, sono troppo forte, a 30 anni ricomincio un’altra volta mica come voi che state sempre a casa al sicuro.

Parto. Faccio pure un master mica la cameriera. E qui il gioco inizia a farsi pesante.

Non basta più aprire capitoli e chiuderli, no. Adesso serve aprire un capitolo che non si potrà chiudere mai più. Devo essere più brava, più incosciente.

Fammi pensare.

Inizio una convivenza dopo due mesi a 700 metri in culo ai lupi perché io donna di mare posso fare anche la montanara.

Dopo 9 mesi faccio arrivare una bella cicogna. Non contenta in piena crisi esistenziale chiamo i rinforzi e ne faccio arrivare una seconda. Cambiamo 6 case, ne vendiamo due e ne compriamo una definitiva. Così si pensava.

Vivo dimostrando che nonostante sia diventata m.other posso ancora dire la mia. Quindi finisco di allattare ed esco, ballo, mi devasto, mi diverto. La notte è ancora piccola per me finché un giorno mi torna in mente quel messaggio “La luna è sempre la stessa, ovunque tu sia” che alle mie orecchie risuona come una lezione non tanto romantica quanto ammonitiva ossia ovunque vai, ovunque scappi, sei sempre tu piccola m.other.

Inizio a mettere in fila le cose, le scelte, le non scelte, l’esperienza che sempre ho messo prima di tutto, il dimostrare.

Qui ci vuole un’idea. Un cambiamento. Ma ora? Mica posso dire ciao ciao e ripartire. Adesso ho un mutuo, ho due figli, ho un lavoro sghembo che mi permette di conciliare lavoro e famiglia ossia un lavoro poco gratificante ma soprattutto poco retribuito.

E mò?

E mò bisogna resettare tutto, esplodere e vedere che succede.

E succede che siccome vuoi avere rimorsi e non rimpianti, e tutto sto casino di vita che hai fatto deve avere un senso, se pur piccolo, recidi una catena grande quanto la casa appena comprata, raccogli baracca, burattini e bambini e ciao ciao Forrest Gump. Ti avevo trovato ma le armi non so ancora deporle.

E qui arriva la battaglia vera. Quella davanti allo specchio. Quella tra te e te e basta. Una battaglia che si trasforma finalmente in qualcosa di costruttivo.

La resa.

Resa e basta . Manco dei conti. Solo resa.

Mi tolgo l’elmetto che mia madre mi ha messo in testa a 6 anni. Depongo la spada che mio padre mi ha consegnato a 14. Mi tolgo la corazza e la cintura piena di bombe che mi sono costruita per poter esplodere di volta in volta come un kamikaze dalle 100 vite.

Sono nuda.

No lies.

E mò?

E mò avast.

Così sto e così voglio stare.

A guardare. A stare. A sentire.

Permettendomi il lusso della resa.

manuottobre

 

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