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UN GIORNO DI ORDINARIA TENEREZZA

Parto presto. In radio una chiavetta usb: Bowie, Beatles, Lord Huron. “Roba allegra anche oggi” dice Martino. E sorride. “C’è un bel cielo stamattina, no?”.

Un bel cielo. Rosa e azzurro si mescolano. Uno stronzo ci supera e ci taglia la strada. Un cielo transgender che definisce ancora meglio il profilo delle montagne. “Sì” dico io.

Il nostro viaggio è pace e silenzio, dopo i vari “svegliati/ corri/ hai mangiato? hai lavato i denti? lo zaino è pronto? devo firmare qualcosa? è tardi/ è tardi/ è tardi/ chiama Azzurra…”.

Mi piace che in questo momento non siamo madre e figlio: siamo compagni di tratta. Pilota e copilota. Millennium Falcon e Star Fighter. James Kirk e Uhura. Invincibili, anyway.

Pirata della strada, la tua nave affonderà!

Martino studia nella mia scuola: gli ho fatto questo torto, ma per ora sembra contento.

Al cancello Graziana mi osserva riemergere dalla borsa con occhi da triglia, e mi apre prima che trovi il badge. Non apre mica a tutti, sia chiaro.

Rallento per lasciar passare Samu in bicicletta: bene, stamattina non sarà in ritardo. Lui sorride, con due fossette da record. C’è anche M: ottimo, niente Urban oggi. Niente piazza Fiera, niente panchine e niente telefonate a suo padre.

Ripasso mentalmente la lista dei faró. Ma Barbara mi offre un caffè. Avete presente il caffè dei distributori automatici? E’ buono solo se si beve in due.

Saliamo insieme… “buongiorno prof, buongiorno prof”. I ragazzi salutano, sapete? Solo certi adulti non lo fanno. Oppure lo fanno ma è come se ti lanciassero un sortilegio.

Nel mio armadietto trovo una pastina alla frutta: me l’ha lasciata Lucia. E un biglietto: “Magari poi qualcuno ci pensa”. Lucia è un angelo in incognito, ma io l’ho scoperta. È la mia insegnante di sostegno: perché il sostegno non serve agli alunni. Serve a me. Serve a tutti, veramente.

Passano Desi e Bonbi. Lei mi sorride, lui mi appoggia la mano sulla spalla. Con entrambi scambio i soliti trenta secondi di sguardi e telepatia: “possiamo farcela, è tutto a posto, no stanotte non ho dormito, oh, neanche tu, ne parliamo dopo, a pranzo magari… tuo Padre? la Bambina? se non ce la fai non importa, un modo lo troveremo, ti voglio bene anch’io. Ti voglio bene.”.

Incrocio Elisa: “Oh Fede ieri in terza un disastro… non so”. Ma io so: è brava. Molto brava. Solo quelli bravi si preoccupano quando una classe non risponde.

Ground Control to terza D… rispondi terza D! Houston abbiamo molti problemi.

Il protocollo dice: affrontare un nemico alla volta con gli strumenti in dotazione. Io possiedo una spiccata tendenza alla teatralità e un naso rosso da pagliaccio. Mi serve per stemperare la rabbia, perché un adolescente la nostra rabbia non la capisce. Lo fa incazzare.

La cosa è più o meno così: “No, ma dico, chi è l’adulto? Perchè urli? Di che ti lamenti? Se non capisco è una rogna mia, non tua. Non hai mica un’overdose di ormoni che ti ottenebra la mente tu. O ce l’hai? Be’ curati. Non hai variazioni vocali, non parti del corpo che spuntano da un giorno all’altro. Hai un lavoro, ti hanno già classificato intelligente perché insegni, magari hai anche un uomo, una donna, dei bambini e un amante. Ti puoi mettere quel che ti pare senza attraversare la gogna quotidiana dei tuoi pari. Bevi alcol, caffè, forse ti droghi pure e se ti scopriranno non lo diranno ai tuoi genitori.”.

Il naso quindi mi serve per sdrammatizzare. Significa: “Ok, ho esagerato, ora mi calmo e ci ridiamo sopra”.

Ridiamo moltissimo: una risata li educherà.

Giulia mi squadra in basso: “Che bei calzini prooof!”.

Giulia, oh Giulia… una Giulia vi servirebbe sul comodino ogni mattina. È dispensatrice di autostima, un’iniezione di ottimismo. “Che bel vestito, che bei capelli, prof, sa che ha dei begli occhi? Stra forte questo zaino…” .

Ma è cresciuta. La vedo difendere i compagni, le sue convinzioni… mai un’intemperanza verbale. Mai una sbavatura antipatica. L’altro giorno parlavamo di razzismo. Guardavamo un video su youtube. L, sempre disattento, accaldato, tagliuzzante, scocciante, disegnante, sbuffante mi fa: “Prof non è giusto, ho la pelle d’oca”. E ho sentito il profumo: uno di quei rarissimi attimi di epifania scolastica, in cui li ho tutti con me sulla zattera del sapere… Ho proposto di scrivere una lettera a un razzista. Farli scrivere è un’impresa, ma l’argomento li aveva presi.

 C si è lamentata però: “No, non si può. Un razzista ha le sue idee, vanno rispettate.” Terreno spinoso, allarme confusione: quella roba di Voltaire e non sono d’accordo con te ma sono disposto a morire perchè tu possa esprimere la tua opinione forse è andata oltre.

E poi spunta Giulia:

Eh no! Il razzismo non è un’idea! È un errore! Si può dire che la prof mi sta antipatica o simpatica (che esempio calzante…) Ma non si può dire che non è una persona! Esistono opinioni, come si dice prof?”

Soggettive?”

Sì esatto, soggettive. E poi esistono cose che devono valere per tutti. Valori, ecco. Valori per tutto il mondo!”

Giulia da grande vuol fare l’avvocato. L’ho scoperto da poco. Ti prego Giulia, devi farcela!

Valeria invece vuole aiutare le persone. Le piacciono le risate sguaiate e chiedere “Stai bene?”.

Se c’è Valeria nessuno mangia da solo in mensa. Nessuno passeggia solo a ricreazione. E nessuno si sente raccolto. Valeria non ti raccoglie, ti coinvolge. E le interessa la vita e che tu non soffra.

Nessuno è completamente cattivo, prof. In tutti c’è il male e c’è il bene. Ma io voglio che vince il bene”.

Così mi ha detto. Lascia secchi eh? TREDICI ANNI.

Anche io voglio che vince il bene, Valeria.

Così.

Con una pessima consecutio temporum.

Con un indicativo della certezza e nessun congiuntivo possibilista.

Voglio

che

vince.

Voglio

che

hai

ragione.

Spesso mi hanno chiesto come faccio a lavorare alle medie. Come sopporto una categoria umana che la stragrande maggioranza dei viventi estinguerebbe con un lanciafiamme. A me i ragazzi piacciono più della stragrande maggioranza degli esseri viventi. Sono lo specchio in piccolo di una comunità, con le stesse dinamiche, corrette e scorrette. Le stesse privazioni e ingiustizie e piccole meschinità e piccoli miracoli. Ma tutto è potenzialmente rimediabile. Tutto è aperto.

C’è speranza e ce n’è tanta.

Qualcuno mi porta un cioccolatino. Appena conosco una nuova prima faccio credere che adoro la cioccolata. In realtà io preferisco la mortadella. Anzi la preferivo, perché sono vegetariana. Ma portarmi un panino risulterebbe più complicato.

Racconto che ho una debolezza e questo fa scendere la tensione: qualcuno legge male, qualcuno scrive peggio e poi c’è la prof, che porta gli occhiali ed è drogata di cacao. Ognuno ha le sue magagne e ne usciremo vivi. A volte si offrono di andare a prendermi un macchiato o una bottiglietta d’acqua. Vogliono solo essere importanti, farsi due passi e dimostrarsi gentili. Li lascio fare e prendo tre piccioni con una fava. Lo dico per chi sta gridando allo sfruttamento minorile.

A ricreazione mi devo ricordare di scendere da Mariuccia, la bidella sorridente. Nel frigo delle elementari Giò ha lasciato una torta. Me lo ha scritto ieri sera. Giò insegna matematica ma è la nostra masterchef. Fa corsi di cucina e noi mangiamo. Ci rifugiamo in sala prof e ce la dividiamo, insieme a preoccupazioni, frustrazioni e su coraggio.

I miei su coraggio preferiti li dice Silvia, che ha dieci anni meno di me e la saggezza di una guaritrice sciamana.

Lo so cosa state pensando: in fondo è solo un lavoro, il distacco, il burn out, e checcossè tutto questo idillio d’ammore.

È vero. Certe settimane è così dura che l’anima ti brucia la pelle. Ci sono storie faticose e inaccettabili. Ragazzi che ti porteresti a casa per restituirgli quello che la vita gli toglie ogni minuto. Ogni secondo. Un delirio di onnipotenza? Forse. Dettato però da una pena infinita. Da un impulso, disperato, di protezione.

E allora ci proteggiamo anche tra di noi. Io per esempio rubo cinque minuti di sole su una panchina a Mik, che spaccia ironia in pillole. O mi faccio convincere da Madda che non sono la matrigna di Biancaneve, che quella ruga non si vede, e le mie assenze materne non creano danni irreparabili.

E quindi no, questo non è solo un lavoro.

La campanella suona e in due o tre si fermano per aiutarmi a sistemare l’aula. Non gliel’ho fatto notare, ma mi regalano quest’ultima carezza. Passando, Giangiu si affaccia alla porta e viene a darmi il cinque. E un abbraccio.

I bambini non si toccano” diceva la Montessori.

Hai ragione Maria, ma Giangiu è speciale: e se vuole un abbraccio avrà un abbraccio.

In fondo lo vogliamo tutti, è solo che lui sa chiederlo.

Arrivano Giacomo, Simona, Davide… Sono gli studenti usciti a giugno: il cordone ombelicale si taglia poco per volta, senza strappi. Con delicatezza. Vengono a capire se ci tieni. Se li vedi. Perché lì, nelle nuove scuole, sono ancora un po’ trasparenti.

Sì, vi vedo. Forte e chiaro.

E quindi insegni alle medie! E come fai?”

Ogni mattina prendo la macchina,

ascolto canzoni tristi

e attraverso l’universo per sconfiggere il male.

In cambio ottengo tenerezze.

E cioccolatini.

E abbracci.

Ma quelli solo su richiesta degli interessati.

Parola di Maria”.

ndr

Tutti i personaggi di cui parlo sono reali.

E io li ringrazio di esistere.

 

 

TENEREZZA

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