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UN PESCE NEL GHIACCIO

Cesare ha 17 anni. Vive in collina, a Torino, con una madre anaffettiva da manuale e una sorella più grande. Il padre se l’è preso un cancro al cervello quando lui aveva solo sei anni. Cicatrice numero uno.

È timido, di quella timidezza che ti avvolge come un seme sotto scorza dura.

Frequenta il liceo con l’anima in disparte ma si innamora anche lui, come tutti. Per esempio di Pucci, una ballerina che lavora al caffè “La Meridiana” e timida non è. Lui la guarda e lei lo sa. Forse gli elemosina un appuntamento per le sei. O forse Cesare decide che scriverle non basta più e aspetta che stacchi dal lavoro. Ma Pucci esce dal retro con un altro e Cesare rimane lì. Rimane lì anche quando incomincia a piovere. Rimane lì per lunghissime ore, fino a che il tram di mezzanotte se ne va, ma tutto questo Alice non lo sa…

Si ammala di pleurite ed eredita un’asma fastidiosa e cronica: cicatrice numero due.

O ballerina ballerina bruna,
o anima di carne appassionata,
mentre sotto le musiche e le luci
che paion fatte, colla loro gloria
e i loro brividi intensi, sol per te,
tu muovi sempre uguale e sempre splendida
e io nel buio lontano mi divoro
e contorco febbrile, da distruggermi
nel rombo delle luci, con nell’anima
tutti gli strazi tesi d’azzurro,
gli schianti e i grandi sogni lancinanti
levati in alto in alto addosso a te.

Finito il liceo si laurea in letteratura con una tesi su Whalt Whitman. Ma a dispetto dei boschi, della metafisica e delle eternità in un attimo, sono donne di carne e decisione quelle che lo affascinano.

Tina (Pizzardo) per esempio, comunista dichiarata e combattente in pieno fascismo.

FOTO 1 Tina

Vitale e libera, anche sessualmente, Tina frequenta molti uomini e con ognuno ride molto forte. Il giovane professor Pavese le chiede di sposarla quasi subito e lei rifiuta. Per lei finisce al confino.

Cicatrice numero tre.

Cara,
scrivo con la tua stilografica. Nonostante la cattiva esperienza non so resistere alla tentazione di una lettera. Non so se le cartoline che ho spedito al vostro indirizzo vi siano giunte. Quattro tue mi sono arrivate. Approfitto di questo bravo ragazzo per mandarti un ricordo. E’ già usato, ma non ho altro.
Io passo le giornate (gli anni) in quello stato d’attesa che a casa provavo certi pomeriggi dalle due e mezzo alle tre. Sempre, come il primo giorno, mi sveglia al mattino la puntura della solitudine. Descriverti le mie ansie è impossibile. La mia pena non è quella scritta, sei tu; e lo sapeva bene chi ci ha così allontanati. Non scrivo tenerezze; il perché lo sappiamo; ma cerco il mio ultimo ricordo umano, è il 13 maggio.
Ti ringrazio di tutti i pensieri che hai avuto per me. Io per te ne ho uno solo e non cessa mai.

Tuo Cesare


Lettera a Tina Pizzardo, 17 settembre 1935

Cesare vorrebbe sposarle tutte, le sue donne: un disperato ma forse lucidamente consapevole tentativo di ancoraggio per una vita sfuggente e vorace, dove tutto pesa. Fuorchè l’amore.

Vorrebbe sposare subito anche Fernanda, giovane allieva del suo liceo e poi amica di lunga data.

FOTO 2 Fernanda

Fernanda è Fernanda Pivano, ponte generazionale tra l’Italia e la Beat generation, che proprio Pavese le aveva fatto conoscere. Ma lei ama Ettore (Sottsass, suo futuro marito) e lo rifiuta. Lo stima, gli ubbidisce come una scolaretta, lo idolatra, affamata delle sue parole. Non altro. E invece lui nel 1940 le scrive:

Voglio baciarti. Ho deciso.

E le dedica poesie di frutta schiantata, luce che acceca e un mare che non calma.

Cicatrice numero quattro.

Estate

C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. E’ una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.

Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un’erba che so
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.

Ascolti.
Le parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.

Nel 1945 conosce Bianca (Garufi), scrittrice, poetessa e psicoanalista junghiana.

FOTO 3 Bianca

La magra ragazza selvatica ricambia, ma la sua è soprattutto una comunione intellettuale. Forse la più autentica che lo scrittore vive. Le mostra perfino qualche pagina del suo diario, Il mestiere di vivere. Condivide con lei la passione per i miti greci e sue sono le sembianze di alcune divinità dei Dialoghi con Leucò. Qualcosa però non funziona: emerge in Cesare la frustrante incapacità di soddisfare, anche sessualmente, le sue donne.

Bianca è come una terra muta e impenetrabile:

E’ una terra che attende

E non dice parola.

Poesie, 30-31 ottobre 1945

Bianca che rifiuta, come le altre, di sposarlo.

Bianca che lo sceglie senza escludere il resto del mondo.

Viaggia.

È un’altra delle anime con radici profonde e voce rauca a cui il poeta non sa resistere.

Assolutamente inafferrabile, come il vento, come la luce. Che può illuminare.

O invaderti di accecante angoscia.

Vorrei essere almeno la mano che ti protegge – una cosa che non ho mai saputo fare con nessuno e con te invece mi è naturale come il respiro”

Tu sei veramente una fiamma che scalda ma bisogna proteggere dal vento. A volte non so se un mio gesto tende a scaldarmi o a proteggerti.”

Ma una fiamma può anche bruciarti: cicatrice numero cinque.

L’ultima passione di Cesare è un’altra ballerina, attrice, modella: Constance Dowling.

FOTO 4 Connie

La incontra a una festa di Capodanno e di nuovo se ne innamora al primo sguardo. Constance è bella. È abituata a farsi desiderare. Comincia il gioco, ma lei capisce presto che stavolta il gioco è pericoloso. Che Cesare non è tutti e che nessuno sorriderà alla fine: né lui, della sua leggerezza di farfalla, né lei per l’ennesimo pesce rabbioso nella rete. In quei giorni, anzi, Cesare scrive alla sorella di sentirsi un pesce nel ghiaccio e di Constance dirà

“Certo in lei non c’è soltanto lei, ma tutta la mia vita passata, la inconsapevole preparazione, l’America, il ritegno ascetico, l’insofferenza delle piccole cose, il mio mestiere. Lei è la poesia, nel più letterale dei sensi. Possibile che non l’abbia sentito?”.

26 aprile, mercoledì, 1950

Ma no, lei non sente. Niente radici nell’amore per Costance, solo un’ombra triste dalla quale Cesare non vuole ormai più fuggire, la sua sesta cicatrice.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

L’estetica dell’amore per Connie e l’ennesimo rifiuto chiudono la parabola di Cesare Pavese.

Il mestiere di vivere lo stanca definitivamente quando non ha ancora 42 anni.

La morte viene la notte tra il 26 e il 27 agosto 1950, in una stanza dell’albergo Roma, a Torino.

Roma e Torino insieme: i due poli di tutta la sua geografia umana, attraversata invece da donne apolidi e vagabonde.

E’ disteso sul letto, vestito ma scalzo.

Sul comodino dieci bustine di sonnifero, vuote.

Sul davanzale della finestra pochi fogli bruciati e della cenere.

Su un tavolino I dialoghi con Leucò

Sulla prima pagina scrive

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono.

Va bene?

Non fate troppi pettegolezzi

Cesare Pavese

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Photo Lucia Semprebon

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