LIVINGWOMEN INCONTRA CAMILLA ENDRICI

Camilla Endrici è nata a Bologna nel 1982 e da qualche anno vive a Trento. Laureata in filosofia, giornalista radiofonica e copywriter ha da poco pubblicato per la casa editrice Giraldi il libro 194 -diciannove modi per dirlo : diciannove testimonianze di donne che hanno vissuto personalmente l’esperienza dell’interruzione di gravidanza. Astenendosi da ogni giudizio, Camilla ha raccolto queste storie ed ha dato loro voce, in una società che fatica ancora molto a trovare gli spazi in cui poterne parlare e confrontarsi. Le abbiamo rivolto qualche domanda.

Camilla Endrici


194 – diciannove modi per dirlo, edito da Giraldi Editore nel 2018 . Camilla questo è un libro molto coraggioso. Non a caso è stato definito “il libro che non c’era”. Vergogna, isolamento, senso di colpa, silenzio da sempre accompagnano le donne che decidono di interrompere una gravidanza. Com’è nata in te l’idea di scriverlo?

Intanto ci tengo a precisare che vergogna, isolamento, senso di colpa, silenzio non sono cose di per sé connaturate alla scelta di abortire. Anzi. Sono ricorrenti nelle testimonianze che ho raccolto, e questo mi ha dato la misura di quanto l’aborto sia, nei fatti, ancora un tabù. Qualcosa che si può fare, ma non si può dire. È un’anomalia, questa: esiste un diritto, ma quando si ricorre a quel diritto è meglio non dirlo. È chiaro che in questo c’è una forte interferenza della morale.


“L’aria che tira” (pessima per i diritti civili in generale, e di conseguenza per i diritti delle donne) ha influito sulla tua decisione di dare voce a queste esperienze? Oltre che in Italia anche in Spagna, Portogallo, Ungheria, Polonia e Francia si stanno moltiplicando tentativi di cancellare o indebolire le norme che regolano l’interruzione di gravidanza. Lo racconta il documentario Aborto – Le Nuove Crociate (titolo originale “Avortement – Les Croisés Contre Attaquent”) prodotto dalla rete televisiva franco-tedesca Arté nel 2017. (disponibile gratuitamente cliccando qui https://www.dailymotion.com/video/x6ic7g3). Qual’è la tua posizione personale rispetto a questi movimenti, che oltre ad essere diventati delle specie di lobby, stanno minacciando la difficile conquista  di diritti che – forse troppo ingenuamente a questo punto – noi donne della generazione anni ’70 avevamo dati per acquisiti? Che cosa ci dice tutto questo in un’ottica storica dei diritti delle donne? E soprattutto cosa ci sta dicendo secondo te della società in cui viviamo oggi?

Quando ho deciso di scrivere il libro, un paio di anni fa, l’aria che tirava non era così funesta. In un certo senso è un bene che il libro sia uscito ora che invece si stanno facendo tanti passi indietro in termini di diritti civili, sia in Italia che nel resto d’Europa. Ovviamente il periodo che stiamo vivendo spaventa molto, e non solo in termini di messa in discussione dei diritti delle donne. Che peraltro, citando Simone de Beauvoir, sono un’acquisizione talmente giovane che in epoche di crisi politica, economica o religiosa sono tra i primi a rischiare di essere messi in discussione. Lei sottolineava che non sono diritti acquisiti per sempre, e credo che ci sia molta verità in questa affermazione; per questa ragione è necessario mantenere alta l’attenzione. Detto ciò, però, io ho scelto di scrivere prima di tutto per dare un volto alle donne che scelgono di abortire. Non ho scritto un pamphlet filosofico o un manifesto politico, non avrei gli strumenti teorici e culturali per farlo. Ho fatto solo un piccolo, ma credo necessario, lavoro di informazione. Ho cercato di dare il mio contributo perché le scelte delle donne che abortiscono abbiano una loro dignità, soprattutto per chi fatica a comprendere questa decisione. Tutto sommato penso che conoscere sia il primo passo di qualsiasi agire politico. Ma la politica, sia teorica che pratica, la lascio ad altri. Non è il mio lavoro…


In Italia i ginecologi obiettori sono il 68,4% e gli anestesisti il 45,6%. Dall’altra parte, una donna su quattro ha abortito. Come la mettiamo? Questo significa che, oltre a dover affrontare una scelta emotivamente difficile e dolorosa, a vergognarci ed a sentirci in colpa, a non poterne parlare senza essere giudicate, spesso dobbiamo anche farci carico in un momento delicatissimo delle difficoltà oggettive e pratiche di trovare un luogo dove poter esercitare questo diritto serenamente – .

È così. Per quello che mi riguarda, l’obiezione non dovrebbe essere contemplata. Ma per eliminarla bisognerebbe cambiare la legge, e certo questo non è il momento favorevole. Mi viene da dire che ora è il momento di resistere per mantenere ciò che si è acquisito. Purtroppo non mi sembra, e qui parlo prettamente da un punto di vista politico, che ci sia uno spazio di miglioramento ora. Dobbiamo evitare il peggio, e cioè che a poco a poco i movimenti pro-vita vengano legittimati a rendere ancora più difficile esercitare il diritto sancito dalla legge 194 e che il discorso pubblico si inasprisca ancora di più su questi temi.


L’hai ribadito più volte, il silenzio attorno a questo argomento è tanto. Troppo. E viene strumentalizzato, politicamente e non solo. In questo silenzio la donna diviene (o torna pericolosamente ad essere) un concetto astratto su cui teorizzare (e legiferare) senza che questa nemmeno venga interpellata. Le storie raccontate sono a mio parere preziosissime, perché restituiscono a queste donne – e a tutte le donne – la propria individualità in un contesto di realtà. In questa dimensione di vita reale, che posto occupa questo libro all’interno delle tue scelte e della tua esperienza – diretta o indiretta – di interruzione di gravidanza?

Questo libro nasce da un’esperienza personale ma volutamente non è autobiografico. Non mi interessava questo aspetto. Semplicemente, avendo vissuto sulla mia pelle la difficoltà che ancora esiste a parlare di aborto, ho pensato che iniziare a raccontare potesse essere un modo per scalfire un silenzio.


Un altro argomento taboo che viene da te sdoganato è l’insensibilità dei medici. A che cosa è dovuta a tuo parere? Ho vissuto 4 anni in Inghilterra e lì è considerata parte integrante della professionalità del personale medico ed ausiliario l’avere sempre un atteggiamento prima di tutto non giudicante ed in secondo luogo di sensibilità e rispetto nei confronti di chi si rivolge ad una struttura sanitaria nazionale, anche per un’interruzione di gravidanza. Forse, a maggior ragione. Questo atteggiamento così negativo tutto italiano, che cosa ci dice del nostro paese?

Beh, mi viene da dire che innanzitutto è un fatto culturale. Forse proprio di arretratezza culturale. Penso che su certi aspetti che riguardano l’etica abbiamo molto da imparare. Anche se siamo in uno stato laico, la morale cattolica influenza ancora significativamente il nostro agire e il nostro giudicare.


Un altro fatto che denunci è l’uso improprio delle parole legate al tema dell’aborto. Vuoi spiegare meglio questa tua affermazione?

Più che uso improprio, vorrei dire “uso fuorviante”. Mi riferisco per esempio al fatto di usare l’espressione “pillola abortiva” per parlare della RU 486. Non è falsa, ma questa locuzione rimanda a una semplificazione del processo che rende facile l’attacco da parte dei suoi detrattori, che l’associavano all’ “aborto facile”. In realtà è una procedura farmacologica che può essere anche dolorosa e impattante per una donna. Riempire di significato e soprattutto di esperienza un’espressione così “nuda” ci permette di difenderla per quello che è.


Che tipo di educazione sessuale andrebbe fatta nelle scuole oggi, in un momento dove forse non se ne fa quasi più, dopo aver raccolto queste testimonianze? Che cosa avrebbero veramente bisogno di sapere i ragazzi e le ragazze che si avvicinano ad una sessualità attiva?

Credo che a fianco dell’educazione sessuale ci vorrebbe una educazione all’affettività. Con questo intendo un’educazione all’incontro con l’altro, al rispetto di sé e di chi ci sta di fronte, ma anche alla conoscenza di sé e delle proprie emozioni. A volte ci si trova impreparate di fronte a una gravidanza, e per questo si abortisce. È  assolutamente legittimo, ma siccome credo che sia più bello non abortire che abortire (tanto per semplificare ma essere chiara e diretta), forse prevenire questa possibilità conoscendosi meglio come donne e come persone aiuterebbe.


C’è un progetto che andrà a seguire la pubblicazione del libro? Oppure un tuo sogno?

Ho delle idee nel cassetto, ma devono prendere forma. Comunque io vorrei continuare a scrivere ma senza essere vincolata al tema dell’aborto. Mi interessa affrontare temi di cui si parla poco o si parla in modo semplicistico, restituire spessore a ciò che sta nell’angolo. Non per forza voglio rimanere ancorata a tematiche che hanno a che fare col femminile. Anche se è vero che sul femminile c’è ancora molto da esplorare.


L’ultima domanda che faccio di solito, è che cosa vorresti comunicare che non sia stato già detto attraverso queste domande. 

Nulla, non ho messaggi da dare. Per me era importante ascoltare e pormi delle domande, che è quello che ho cercato di fare scrivendo. Quindi non ho risposte né certezze; anzi, su questo tema ne ho meno adesso di quando ho iniziato a scrivere.

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...never trust a woman who loves the blues. Also, a jazzy girl, single working mother of two...and so on.

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