ONYRICA (leaving Ipanema)

C’è un filo di luna a increspare il cielo non ancora notturno.

Il formicaio in tangenziale non penetra i miei pensieri, ma la tua ragazza di Ipanema sì.

Mi disturba.

Sento la tua voce calda andarla a prendere ai confini dell’oceano.

Il tepore dell’abitacolo mi proietta lì. Sono costretta a essere lì.

Vedo le immagini come se mi passassi le foto, una per una: il litorale deserto, l’alba silenziosa, i fantasmi dei pescatori.

Il vestito che si abbassa.

Questa idea di leggerezza.

È che non sono così, io.

Non sono mai arrivata come una visione. Non cammino come gli angeli, andante, a pelo d’acqua. Non ho mai preso gli occhi ondeggiando.

Sì, le ragazze di Ipanema mi disturbano.

Sono figure eteree alle quali il mondo si piega per assioma.

La curva del fianco, moltiplicata per l’onda dei capelli, sommata all’iride languido genera gravità spirituale.

No, io non sono così.

La genetica e le radici non me l’hanno concesso.

Ero una bambina che vedeva volti sulle montagne: una testa di Nefertiti sopra la zona industriale, due giganti dormienti verso la curva del fiume e là, proprio di fronte alla campagna, un istrice guardingo, dagli aculei pronti.

E vedevo le loro storie: quando si erano adagiati, perché avevano scelto la stasi e che cosa ne aveva pietrificato l’anima.

Così mi sono abituata ad arrampicarmi, roccia dopo roccia. A strapparmi dalla terra. A prendere senza rapire. A precipitare verso una vertigine che ho affrontato con fatica e brivido.

Oppure arrivo investendo, come i vulcani, i terremoti, le maree.

Io corro come una frana e qualcuno davvero l’ho travolto.

Perché non trattengo.

Come con te la prima volta.

La stanza era piena di voci, corpi, umori di un’estate che esalava gli ultimi, torridi respiri. Ma è su di te che sono piombata, in emersione da un dove profondo.

È così che mi lego alle persone, a volte loro malgrado. Nel tuo caso non saprei.

E poi in più occasioni ho spalancato porte di stanze in cui ti ho sorpreso, sempre con quei movimenti tellurici e nessun secondo fine.

Perché non li conosco.

Non è un pregio: è una condizione. Una debolezza, talvolta, una forza spesso.

Non mi importa più, ne ho preso atto.

Comunque in certi momenti il viso mi si incendia ancora e tormento il collo fino a graffiarlo. Ho il collo lungo di chi si spinge sempre oltre: una giraffa urbana.

Un periscopio stralunato.

Ho passato anni a studiare le vite degli altri, ma nel frattempo non sono rimasta sola. Ho imparato. E poi mi è stato utile. Il vuoto precede sempre l’urto.

Per esempio lo vedo quando ti infastidisco, ma reggi. O almeno così sembra.

Sei fragile, stanco, lontano dai giorni di Ipanema, dalla sabbia bianca.

Dalla carezza del mare.

Da una lingua che ti sfiora come una canzone.

Dai tuoi viaggi mentali e cosmici.

Eppure reggi, non cadi e non ti sono nemica.

Beh, grazie.

Perché sono in guerra, ma esausta anche io.

Sono armata, ma cerco sempre i volti sulle montagne.

Non è vero che aspiro alla battaglia. Non è vero che so usare la spada.

Mi credi?

Dovresti: sai quanto posso rimpicciolire.

Adesso il cielo è scuro e le mie creature di pietra sono inghiottite dal buio.

Mi fermo dopo il ponte colorato per guardare un po’ il mondo e per una sigaretta.

Mi fermo per fermarmi, occuparmi dei pensieri scomodi.

E all’improvviso so cosa mi ha infastidito: quello è il mio sogno.

Sono io, ferma all’alba davanti al mare. Di Sicilia, se non ricordo male. Sono uscita dall’acqua dopo molto nuotare. Medito o fumo. Probabilmente fumo, perché meditare non so. Intanto mi asciugo.

Tu arrivi e mi siedi accanto. Parliamo, forse mi baci, di sicuro mi tieni le mani.

Il giorno esplode e torniamo ad immergerci. Mentre mi guardi riesco a vedere l’azzurro dei miei occhi, che dimentico sempre.

È anche l’azzurro delle persiane della casa che sta lassù, in cima alla scogliera, a guardia dei miei desideri.

Vedi? Ho capito e domani farò pace con la tua ragazza di Ipanema.

Forse scriverò di lei e ti farò tornare indietro, a restituirle la promessa.

Sarà una bella storia e un bel finale, ma poi vincerà la realtà.

Anche quando sono solo spallate, occhiate sghignazzanti e non detto.

Preferisco il poco al sempre. Devo.

Il resto posso immaginarlo. O anche aspettarlo.

Per stasera invece mi concedo il lusso di avere paura. Di crollare a valle.

Ogni tanto vince la realtà…

Me lo devo ricordare.

Ogni tanto vince la realtà…

Adesso le mani, per favore.

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