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Ferite a Morte

Il tema e’ davvero complesso; merita deferenza e immenso rispetto: lo spettacolo ” Ferite a morte” di Serena Dandini *(tratto dal libro edito da Feltrinelli) si sviluppa su uno “scheletro” fatto di ipotetici monologhi ispirati a fatti realmente accaduti per raccontare le donne vittime di femminicidio in Italia.

La mia riflessione volge nella timida direzione di voler dare voce ad un problema di cui si parla poco, specialmente in maniera costruttiva e non ” voyeuristica” e sterile. Un problema che semplicemente esiste.

Ciò che emerge da un punto di vista oggettivo e che è altrettanto semplicemente la cruda realtà è il fatto che i mostri esistono.  Gli uomini bestia, i manipolatori, gli apparentemente timidi riservati mansueti e compressi maschi che rinchiudono in loro stessi ben altra/e personalità.

Sia chiaro che non intendo in alcun modo caricare ulteriormente le donne di nuove responsabilità, ma piuttosto è mio desiderio lanciare un invito, un messaggio di speranza. E’ fare un piccolo passo verso di loro,  per sussurrare loro un antico segreto: noi donne, anche se ci imbattiamo in questi mostri, nel momento in cui  (a volte sembra persino inevitabilmente) cadiamo in queste trappole – dobbiamo saperli riconoscere il sopruso e la prevaricazione; e cercare dentro a noi stesse gli strumenti e le  forze per combatterli.
Possiamo, sappiamo e dobbiamo essere più consapevoli.  Legittimare e riconoscere gli istinti che abbiamo dentro di noi per liberarci di un amore tormentato, sofferto.  Giocato sulle debolezze e sulle ingenuità di chi spesso non ha gli strumenti per distinguere l’adulazione dal sentimento. Debolezze di chi è stata abituata ed educata ad essere amata poco e male.
In passato antropologicamente in alcune tribù di matrice matriarcale faceva parte dell’essere donna il riconoscere a  se stesse un ruolo-guida per sé e per le altre componenti femminili della comunità che riusciva saggiamente a mettere al riparo da certi insidiosi meccanismi. Se non altro dando alle donne una consapevolezza di sé più profonda  che oggi sembra essere andata smarrita.
Quello che vorrei dire alle donne, me stessa compresa,  e’ che anche se a volte ci sentiamo sole, ci sentiamo fragili o disorientate comunque non dobbiamo scendere a compromessi quando ci troviamo ad avere a che fare con un certo tipo di relazioni. E’ una vera e propria lotta fisica e psicologica liberarsene e questo lo dimostra il fatto che purtroppo non tutte ce la fanno.
Questo messaggio e’ rivolto con maggiore intensità a chi dentro di sé porta le ferite profonde procurate da un’infanzia vissuta  accanto a genitori incapaci o irrisolti: bisogna imparare a distinguere con lucidità fra amore e prevaricazione, fra tormento e piacere, fra oltraggio  e rispetto, fra essere valorizzati da una persona oppure subirne la brama di possesso e di controllo. Il punto e’ che ci si deve aiutare. Non solo fra donne, fra generi. Per aspirare ad essere donne e uomini più consapevol*ed attent* e pront* a spezzare le catene della violenza che in realtà è una trappola per entrambi i sessi.
Possiamo uscire da questi meccanismi, allontanarci da queste relazioni perché noi donne siamo anche forti.  Dobbiamo solo convincerci che non dobbiamo  più esserlo nella sopportazione di certe ingiustizie, ma al contrario nel perseguire la propria emancipazione. E provare così sulla propria pelle che si cammina meglio sole che con una zavorra che ci tiene schiacciate a terra, e non solo metaforicamente.

Non solo non abbiamo bisogno di quel tipo di uomini, ma possiamo tornare a vederci per quello che davvero siamo senza avere accanto chi si fa forte sminuendoci, e saper trovare così dei compagni diversi.

Ciò che invece dico agli uomini, ai tanti uomini che si mostrano sensibili a questi argomenti e’ che mostrino apertamente di prendere le distanze e la  loro repulsione davanti ad un certo tipo di maschio dal quale non si sentono rappresentati: e che possano essere d’aiuto all’intera società condannando attivamente gli atteggiamenti nei quali non si riconoscono siano essi esercitati da un amico, da un fratello, da un padre o da un semplice collega.

Dobbiamo raggiungere ed insieme pretendere maggiore impegno anche da parte delle istituzioni nel trasmettere questo nuovo tipo di messaggio.  Fare in modo che cominci a passare anche attraverso le scuole ai nostri figli e nella formazione sul posto di lavoro: si deve pur incominciare da qualche parte a trasmettere il rispetto contro la prevaricazione in questo Paese.

*Special thanks to Isa Malfatti che mi ha ispirata dedicandomi un’ora del suo tempo per spiegarmi cosa le si è mosso dentro e cosa le ha dato questo spettacolo.

https://www.youtube.com/watch?v=OutJJi6itJA

BE M.A.D.

M.A.D.

 

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