Un punto nel buio

Il bagno era il posto preferito di Clara.

In bagno c’era silenzio.

C’era il fresco delle piastrelle rosa chiaro.

In bagno aveva preso decisioni importanti: per esempio che lei sarebbe stata buona, sempre. Non buona nel senso di brava. Buona che avrebbe creduto nel bene, e nella felicità, per quanto breve, delle persone.

Per due volte poi, verso i sei anni, in bagno si era connessa con l’universo.

Prima si era visualizzata ferma, rannicchiata nella vasca vuota. Poi aveva visto l’appartamento dall’alto. Poi la sua piccola provincia e l’Italia. Il verde e il blu della Terra. E alla fine era stata contemporaneamente solida e liquida nell’universo, come un puntino. Ma un puntino importante, un puntino che era utile alle stelle e anche un po’ imparentato con loro e comunque un puntino di luce.

Un puntino nel buio.

Soprattutto però in bagno loro non entravano, mentre fuori erano dappertutto.

Non è che le facessero paura in sé e per sé.

I morti dopo che sono morti non sono brutti, statici e freddi come nelle bare. Sono aria sottile, un po’ trasparenti e un po’ fluidi. Hanno toni tenui e sussurrano. Perciò Clara capiva perché la maggior parte della gente non li vedesse. 

Bisognava essere molto attenti per notarli e anche averne voglia. Chi ha voglia di parlare coi fantasmi? 

Vanno piano anche. E il mondo invece corre sempre e sempre. Alla fine loro non ti chiedono altro che di ascoltarli. Non hanno missioni da farti compiere o almeno a Clara non ne avevano mai date. Magari la consideravano piccola o stupida o tutte e due le cose. Chi lo sa? Clara però era contenta di non avere altro compito che starli a sentire. A lei piaceva. Molto più che parlare. 

La vita degli ascoltatori è interessante. Piena di colori che non trovi nelle scatole, neanche in quelle da quarantotto. Clara infatti ne chiedeva tanti.

“Ma gioia, ti ho preso pennarelli, i pastelli, i cosi acquarellabili e tutta la serie dei comesichiamano… in coscienza non saprei cos’altro esista!”

“Non bastano. Non sono giusti. Me ne servono altri”. 

Le parole possono essere poche. Ma i colori…

La nonna le aveva detto che bisognava essere decise ma anche comprensive con loro. Bisognava comportarsi come con tutte le persone, quelle vive intendeva: se non ti va di frequentarle lo fai capire con gentilezza.

Anche lei li aveva visti in passato, ma ora si limitava ad avvertirne la presenza. Invece Clara li avrebbe visti fino alla gravidanza fallita. Poi non ne fu più certa. 

L’ultima apparizione era stata in malga, quando era andata da Bruno per stare meglio. Bruno gestiva questo rifugio: un po’ spa un po’ ristorante, un po’ stalla. Una di quelle imprese improbabili per cambiare il mondo che un po’ funzionano, un po’ ti lasciano sul lastrico e un po’ il mondo alla fine lo cambiano davvero.

Aveva una cuoca, un donnone enorme, ermetico, efficiente.

In quei giorni neri Clara non aveva tanto tempo da dedicare a loro: la digestione della perdita glielo prendeva tutto. C’erano tante emozioni da farla vomitare, e quindi, come le aveva insegnato la nonna, non li aveva voluti vedere.

Però lei era stata insistente e si era presentata all’improvviso: la treccia grigia era una corda fluttuante, lunghissima. Il grembiule azzurro e il vestito di mussola erano nuvola; per andare in cucina Clara dovette attraversarla letteralmente.

“Tu la vedi” aveva detto la donna-armadio gelidamente. “Le piace l’odore dei pini, lei non esce da qui. Metti un ramo sul caminetto la mattina. E canta ogni tanto: sei sempre muta per quel cazzo di bambino”.

Clara era impietrita. 

“Io l’ho perso, il mio cazzo di bambino”. 

Le era uscito morbido, non isterico. Più azzurro del dovuto, forse. Forse è azzurro, il dolore.

“Che tu l’abbia perso non vuol dire che non esista. Magari l’ha trovato lei. Magari è venuto da solo. La saprai una canzone no? Canta, se ti dico di cantare.”

La fregatura è che loro non li vedi tutti.

Clara non aveva mai incontrato i suoi cari, per esempio. 

Non suo padre, non sua madre. Nemmeno il nonno.

Per un po’ ne aveva sofferto: temeva di non riuscire a riconoscerli, o che non le volessero bene, che fossero arrabbiati con lei.

Poi la nonna le aveva spiegato che non tutti trovano la strada per venire da chi li vede. Che non tutti hanno gli stessi bisogni. E che non tutti si fermano qui: alcuni raggiungono la loro dimensione, la meta, il loro posto insomma, quasi subito. Sono stati molto amati e di quell’amore si accompagnano.

Quindi non tornano

“Che jella!” aveva sbottato Clara “Ti capita un dono ma non è per te!”.

“Certo che è anche per te, e che dono sarebbe altrimenti?” aveva concluso la nonna.

E in effetti erano stati loro a scatenarle la fame di colori e di parole.

Ogni tanto Clara e la nonna prendevano il treno. Andavano a Brescia a trovare la prozia suora. La suora era una specie di tornado senza occhio statico del ciclone. Era solo energia. Dirigeva una scuola di bambini contenti e maestre più brontolone, ma contente anche loro.

Una volta, mentre la nonna si faceva un giro tra certi negozi di scampoli, la zia suora l’aveva accompagnata a una mostra.

Sul pavimento delle sale c’era l’erba vera. Ti dovevi togliere le scarpe e camminare.

Clara cominciò a passeggiare. Non sapeva ancora leggere, ma guardare sì. Perché guardare è un po’ come ascoltare. Van Gogh, Kandinskij. Mondrian, Picasso. La zia le faceva l’elenco dei nomi e dei titoli dei quadri. 

All’improvviso Clara si era seduta per terra tenendosi il petto: piangeva, e alla zia era preso un colpo.

“Che hai creatura?”

Pensava, nella sua infinita praticità educante, a un attacco d’asma, allergia alla polvere, la peste bubbonica…

Ma poi Clara aveva detto: “I colori… non ci stanno tutti… non ho più spazio!”

E allora la suora aveva capito alla svelta e sì che ci stavano invece: si deve respirare, inghiottire, anche chiudere gli occhi. 

“Di spazio ce n’è sempre troppo, dentro. Troppo poco mai. Ma bisogna farlo, fare spazio e che sia quello giusto. Ci sono colori violenti che preferiscono la pancia, altri più timidi che cercano le spalle. Altri che ti sollevano le mani o ti solleticano i piedi. Alcuni, infine, ti percorrono fino ad arrivare al cuore, ma non sono sempre gli stessi e non ci restano per molto”.

La sindrome di Stendhal si chiama così perché pare che il primo a darne una descrizione precisa sia stato proprio lo scrittore. Usciva da Santa Croce, a Firenze, con la tachicardia e la sensazione costante di precipitare da un momento all’altro. È l’incontro col perturbante: un’esperienza estetica in senso stretto che pervade l’individuo fino a scatenare il terrore di sparire.

I sensi, troppo sollecitati, subiscono la sintomatologia psichica. 

I neuroni specchio fanno gli straordinari.

Ma Clara era solo una bambina, arrabbiata perché tutto quello che lasciava entrare un po’ la calpestava. 

E qual era il senso di tutto quel trambusto?

Soprattutto ce n’era uno? Esiste un senso? 

A diciassette anni Clara camminava per strada e si chiedeva questo. 

Il mondo si divide in due categorie: chi pensa che le cose accadano per un motivo e chi pensa che no. Che tutto avvenga per caso.

Ma, voglio dire, qui parliamo di una ragazzina che aveva perso i genitori prima di poterseli ricordare, che vedeva i morti senza essere impazzita e che si nutriva di sfumature.

Decise che la sua personale collezione di coincidenze era sufficiente per stabilire che la vita un senso lo aveva, ma era misterioso, probabilmente impenetrabile e vaffanculo.

Si comprò una pastina alla frutta e la questione fu chiusa per sempre.

O quasi. Perché quando scopri la Verità puoi infrangere il tuo vincolo al silenzio, se hai qualcuno di cui ti fidi.

Quel qualcuno era Nello. No, non era il suo fidanzato, no, non era gay. No, lei non era un cesso. Era la questione delle bolle blu.

La bolla blu è un’aura. Di chi ce l’aveva Clara si fidava ciecamente. E Nello ce l’aveva.

“Che figata! Posso usare questa idea per una canzone?”

“Prego, accomodati.”

La canzone di Nello non avrebbe portato le bolle blu molto lontano e Clara lo sapeva bene. Nello era un pessimo cantante e un grandissimo fotografo, ma lo avrebbe scoperto più tardi, anche se non troppo tardi. 

Che se ci pensate fa una grandissima differenza.

“Ma perché non le scrivi tu tutte queste cose, invece?”

“Perché io devo ascoltare. E basta”

“Madonna come sei definitiva!”

Aveva ragione lui. E anche la suora. L’equilibrio infatti è una questione di organizzazione e va bene registrare tutti i dati e va bene che conteniamo moltitudini, ma, per sistemarsi, qualcosa bisogna levarselo di dosso e la scrittura è la Mary Poppins dell’anima: praticamente perfetta sotto ogni aspetto.

Era un bel pomeriggio di settembre, con le vie del centro ancora inconsapevoli delle distanze invernali.

Una bambina rifiniva meticolosamente i contorni del suo cono gelato e uno di loro la osservava da una feritoia del duomo. A Clara sembrò di scorgere un sorriso leggero, ma con loro non si poteva mai dire.

“Oh, Dario Argento, hai finito di girare i tuoi film mentali per favore?” 

Nello la prese sotto braccio e la trascinò verso il parco. 

Verso una libreria. 

O forse verso la stazione.

È bello quando il mondo è un reticolo di opportunità.

Quando la vita aspetta solo un cambio di direzione.

Un’ostinata partenza.


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