E TU VIENIMI A CERCARE

Perché non vieni qui, allora? Perché mi hai portata in questo ospedale? Perché non mi hai lasciata andare dove stavo andando? Io volevo andare. Andarmene da tutto, soprattutto da me stessa. E anche da te. No. Non è vero. Non da te. Tu saresti stato l’unico motivo per restare...

Questi erano i pensieri che attraversavano la testa di Maja ormai da intere giornate. Avrebbe voluto trovare la forza per alzarsi, ma non se ne parlava.

La flebo era tutto il dannato giorno attaccata al suo braccio: come un ponte fra l’essere e il non essere, perché di mangiare da sola non le riusciva ancora. Questo le impediva di essere libera di muoversi e di spostarsi, ma allo stesso tempo la teneva in qualche modo attaccata alla vita: con l’ago invasivo infilato per bene dentro al braccio, con il gocciolare regolare della boccia che altrettanto regolarmente veniva sostituita con una nuova. Come una clessidra sopra la testa che misurava il suo tempo in un luogo dove ancora non aveva deciso se volesse rimanere o meno.

Maja era anche consapevole del fatto che ora non aveva la lucidità necessaria per prendere la decisione più giusta per se stessa. E di nuovo, la stessa domanda: andare o rimanere?

Che razza di posto era questo mondo che le era diventato così estraneo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Tutto aveva perso di intensità, di colore, di sapore. Quello che le era rimasto tra le dita era un mondo consumato e sbiadito che non riconosceva più come suo, e che comunque non le piaceva. Non sapeva nemmeno più se fosse stato il suo destino oppure lei a svuotare progressivamente ogni cosa del suo significato originario.

Ma forse era lei, forse era stata sua la colpa, come le era stato insegnato a catechesi, a suon di punizioni e umiliazioni. Lei che nonostante la consapevolezza della sua unicità non era mai stata giudicata dalle suore sufficientemente in grado: di stare buona, di impegnarsi, di concentrarsi, di stare composta, di non provocare, di non disturbare, di non distrarsi, di trattenersi dal fare domande e affermazioni troppo scomode. Non era stata valutata sufficientemente normale.

Al diavolo.

Al diavolo l’essere normali. Che cosa era mai normalità? Conformarsi? Obbedire? Sottomettersi? Rinunciare ad avere un pensiero critico ed una propria personalità? Auto censurarsi per il quieto vivere di tutti quelli a cui il porsi delle domande fa troppa paura dall’interno delle loro piccole e ordinate gabbiette sociali in cui stare comodi, certi e (troppo) sicuri di sé-

Questi pensieri non la aiutavano, anzi la confondevano sempre di più. Si sentiva sprofondare, sola dentro a quel letto bianco. Inghiottire da tutte le domande senza risposta che la tormentavano sin da bambina.

Domande che aveva avuto sempre paura di formulare a voce alta ad anima viva. Tranne una volta che le aveva poste al prete, in confessione. Avrà avuto sì e no 11 anni. E aveva anche ottenuto risposta: uno sguardo obliquo e gelido di disapprovazione attraverso la grata bucherellata nella penombra del confessionale più 50 Padre Nostro e 50 Ave Marie come penitenza. Per aver pensato.

Eppure Maja sapeva sin da allora di che cosa avrebbe avuto bisogno: di una guida. Se avesse avuto una guida, non si sarebbe persa. Non così. Non così lontano. Non glielo avrebbe permesso, e di sicuro sarebbe andata a prenderla prima che fosse stato troppo tardi la sua guida. Perché anche il pensiero che ormai fosse troppo tardi per lei, per tornare alla vita, la tormentava in quel letto sterile.

E adesso, dove sei finito? Tu che sei venuto a prendermi. Sappi che non basta. Se è la mia guida che sei, vieni qui e rispondi alle mie domande. Adesso. Non voglio impazzire più. Ho fatto cose terribili. Ma voglio perdonarmi. Voglio sentirmi parte di questo mondo di nuovo. Mostrami come. Liberami.

Mentre la sua testa disperatamente formulava questi pensieri, la porta della stanza lentamente si apriva. Kai ed il suo sguardo la raggiunsero in un istante che durò molto a lungo. Però fu lei a stare zitta, e lui quello a non andarsene.

Ho ricevuto la tua lettera Maja. Mi è dispiaciuto che tu non abbia saputo mai rispettare le sinergie.  Del resto mi sono sempre chiesto se quello che ho potuto vedere in noi fosse mai esistito veramente. Quel qualche cosa che mi ostino a voler arrivare finalmente a toccare; volendolo al punto tale di essermi sentito ridicolo così tante volte ormai. Così tante volte che una in più non farà certo la differenza, mi sono detto.

E così eccomi qui, con quello che ho da dirti. Puo’ darsi che sia qui anche per la mia incapacità di ammettere che sono io il cretino in tutta questa storia. Oppure che tu sia molto meno di ciò che mi dico e che tu dici. Non ha importanza, perché il motivo per cui ti ho voluta rivedere oggi è il voler chiudere un cerchio dove l’unica linea rimasta da tracciare per poterlo fare era affrontare la realtà della storia con te. Qualunque essa sia. Chiunque tu sia.

Ingenuamente non ho calcolato che la cosa potesse anche riaprire un altro cerchio per me. Me ne sono reso conto nel guardarti. Sono disposto  a correre il rischio e sai perché? Perché sarebbe comunque per me una partita già persa in partenza, dove come sempre il gioco lo conosci e lo conduci solamente tu. E dove giochi sola. Io non ho più’ niente da perdere arrivato a questo punto sai, ed è proprio questo che finalmente non mi pone più in una posizione di inferiorità in questo rapporto senza logica. E la sai un’ altra cosa, Maja? Non mi interessa nemmeno più chiederti perché ti comporti come fai. Non mi interessa più capirti.

Quando ho preso certe decisioni su di te in passato, quando si è trattato di restarti comunque vicino – anche quando eri respingente, anche quando mi allontanavi, anche quando alzavi i tuoi maledetti muri, anche quando andavi con tutti gli altri con la scusa patetica della tua libertà  – che si e’ rivelata invece la tua stessa prigione – sappi che si e’ sempre trattato soltanto di considerarmi altrettanto libero di vivere la vita che io volevo vivere, seppure decidendo di restare attaccato ad una stronza.

Ebbene, come vedi la vita comunque ci porta alla fine esattamente dove dobbiamo essere. Il punto qui cara non è nemmeno più se tu provi qualcosa di importante per me oppure no. Non lo è affatto. E per me non cambierebbe grandi cose oggi, dal momento che non lo ha mai fatto in passato, non credi? Sono io ad essere cambiato. Questo è il punto.

Mi sono posto talmente tante domande con te a cui non ho mai avuto risposta. E mai ce l’avrò ora lo so. Perché con te ogni domanda diventa retorica. Le tue piccole aperture nei miei confronti che sono semplicemente tuoi virtuosismi fine a se stessi, lasciano il tempo che trovano considerando ora che le cose che dici alla fine non tornano mai fino in fondo.

Sono stanco di tormentarmi la mente con questi monologhi, che anche ora sono qui a sottoporti per egocentrismo forse, con la pretesa di smuoverti qualcosa dentro e avere così una stramaledetta risposta da te che invece riesca a smuovere me.

Quello che a me passa per la mente e mi attraversa lo conosci bene, e forse questo è stato il grande vantaggio che ti ho sempre lasciato. Comunque è arrivato il momento di dirti che si è trattato di un privilegio che non ho concesso a chiunque e non di una mia ingenuità. E questa concessione perché abbia un senso richiede reciprocità. Ed è qui Maja che arriviamo alle sinergie.

Forse sono stato io a non essere stato abbastanza chiaro in passato con te:  quello che a me manca non è mai stato il desiderio di condividere un appartamento insieme alla banalità ed ai problemi del quotidiano. Eri tu, quello che mi mancava. Ti trovavo così bella, così complessa, così diversa ed unica da renderti inconoscibile: questo mi piaceva. Sarebbe bastato che tu mi aprissi un piccolo varco per entrarti dentro, ti avrei portato l’amore che sei sempre andata mendicando per il mondo. E ti sarebbe bastato, credimi. Non sarebbe nemmeno stato necessario mettermi al centro – al centro c’eri tu ed anche questo mi piaceva.

Volevo un posto discreto ma esclusivo dentro di te, dentro a quella che già eri. Non volevo snaturarti, non avevo bisogni da soddisfare: volevo amarti e sentire il tuo calore e il tuo profumo da vicino. Per scelta tua.

Ma sai cosa ho capito Maja? Ho capito che se tu fossi veramente unica come dici lo avrei già avuto quello che cercavo da te, o meglio in te. Ma tu ti basti, con la tua convinzione di essere migliore e di non essere capita per questo. So anche che tutto questo mio spettacolo è in un certo modo una lusinga per il tuo ego e non sarebbe male sai se per una volta sapessi fare lo stesso per il mio. Ma cara non hai ancora compreso che più hai lasciato che il tempo trascorresse fra noi per tergiversare dietro alle tue scuse ed alle tue paure, più ne hai lasciato a me per arrivare alla conclusione che siamo solo due cretini a fasi alterne, io e te.Ti ho portata in ospedale perché l’avrei fatto con chiunque altro avessi trovato nelle tue stesse condizioni dell’ultima volta. Ma  ora dimmelo tu Maja: dov’è che ti trovi esattamente tu adesso?

lisa martignetti as maja



Pubblicato da

...never trust a woman who loves the blues. Also, a jazzy girl, single working mother of two...and so on.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.