COME RONDINI A NATALE

È dalla bocca dello stomaco che parte.

Prima sale, si aggrappa alla gola, entra nelle braccia, contrae le mani.

Poi scende, rapido come una corda tirata a piombo. Penetra la pancia. Le gambe tremano.

Devi andare in bagno forse. O forse no. La testa si svuota. E gira.

Finché perdi ogni appiglio. Ogni riferimento.

Tutto è un lago bianco: ma tu non nuoti e ti fondi. Non nuoti e ti perdi.

Il fiato si accorcia,  il respiro si mozza e piangi senza lacrime. Probabilmente morirai, ma non lo sai dire.

– Papà sto… sono agitata!

– Per cosa Paola? Starò via solo una settimana!

– No… non sono agitata per questo, o per qualcosa… sono agitata e basta…

– Tesoro, ne abbiamo già parlato: stai crescendo, gli ormoni non aiutano e…

– Puoi leggermi un paio di pagine?

– Paola, amore… è quasi mezzanotte e io domattina devo alzarmi prestissimo…

– Ti prego… solo un paio…

Paola sapeva che non sarebbe bastato. Quando il mostro arrivava di notte, la guerra era lunghissima e non c’era modo di combatterla da sola. Non le riusciva di concentrarsi su un libro. Non le riusciva di concentrarsi su niente, veramente. Passeggiando, aveva l’impressione che le pareti delle stanze le si chiudessero addosso. La porta della camera dei suoi genitori rimaneva lontanissima, in fondo al corridoio buio, irraggiungibile: doveva rimanere rigorosamente chiusa, quella era la regola da sempre.

Un rettangolo nero e impenetrabile.

Di chiamare Serena non se ne parlava neanche: svegliare la sua sorellina per mandare via i mostri equivaleva a un sacrilegio e, se la mamma l’avesse scoperto, come minimo l’aspettavano due settimane di lavori forzati. A volte però nella disperazione lo faceva: inventava per lei storie, spettacoli comici, principalmente incentrati sulla cacca. La risata argentina di Serena aveva poteri magici e taumaturgici: funzionava sempre.

Suo padre le prese il viso con una mano e guardò quella figlia complicata e bellissima.

Paola aveva gli occhi azzurri e una treccia di quelle che si lanciano dalle torri stregate. Sembrava una Venere del Botticelli e non te l’aspettavi arrampicata in cima a un ciliegio, o rotolare nuda dai pendii delle viti insieme agli scugnizzi del maso.

Da quando era nata aveva interpretato tutti gli angeli e le madonne delle sacre rappresentazioni paesane, roba da far avvelenare l’intera schiera delle madri autoctone e la loro prole scartata. Ma da qualche mese brutte ombre le attravesavano il volto e davano a lui pensiero.

Renato entrò dalle bambine e con un gesto complice fece segno a Paola di fare silenzio. Serena dormiva, al solito sguaiata: bocca spalancata, un piede penzoloni e una mano caparbiamente aggrappata a Orso, il cane che le aveva portato Babbo Natale e del quale da due anni rifiutava lo status.

Le rimboccò le coperte e spinse il piede ribelle in comfort zone. Poi raggiunse il letto della maggiore.

– Cosa leggiamo?

– La Storia Infinita…

– Palletta, ancora?

– Devi cambiarla. Ho bisogno che Artax ne esca vivo.

– Non sono in gran forma stasera, amore…

– Papà…

Renato percepì ancora quell’inflessione cupa e distorta nella voce di sua figlia e una lama di ghiaccio gli tagliò la schiena.

La prima volta era stato ad aprile, il giorno del suo compleanno. Sua moglie per l’occasione aveva voluto invitare alcune compagne che Paola non aveva nemmeno mai nominato.

– Le farà bene Renato, ha 12 anni… non può frequentare solo maschi selvatici e animali da cortile.

Come spesso era accaduto Renato non contestò la decisione: aveva imparato negli anni a sfumare le perentorie linee educative di Cristina in un nebbioso assenso. Aggiustava il tiro con Paola, che era la cavia designata di questa pedagogia sperimentale, la sera, o nelle domeniche a pesca, a cui la bambina si era sempre prestata volentieri.

Cristina faceva del suo meglio, ma Paola era stata un osso duro da subito: rifiutava il seno, rifiutava la culla. La sua prima parola era stata “sola”. E nonostante i tentativi di sua moglie, che aveva trovato tenerissimi, di farla passare per un più romantico e notevole “sole”, nessuno aveva mai avuto dubbi sulle reali intenzioni e sul significato.

Il pomeriggio della festa Cristina aveva passato due ore con la ragazzina, dedicandosi a quelli che secondo lei avrebbero dovuto essere dei preparativi memorabili. Le aveva fatto indossare una gonna corta e una maglietta affollata di paillettes. Le aveva sciolto la treccia, unica obiezione che lui le aveva mosso e che nel suo cuore aveva il sapore amaro di una profanazione, e le aveva passato perfino un filo di gloss sulle labbra.

Paola aveva accettato tutto con aria dolente ma comprensiva. C’erano stati: l’accoglienza alla porta, il tè coi pasticcini e il ballo della sedia con un sound anni ’90, che però tutte le lolite avevano apparentemente gradito. Serena cinguettava dall’una all’altra, esercitando il fascino dei suoi riccioli amorosi e delle sue guance tirabaci. E poi era successo: durante la posa delle candeline su un’enorme torta rosa fenicottero, Paola era scoppiata in un pianto inconsolabile ed era scappata via, lasciando tutti col tantiauguriate appeso alle corde vocali.

Era toccato a lui andarla a recuperare sul tetto del capanno, tremante e lacrimante nell’aria fresca di una primavera che tardava a mettere radici.

– Che succede Palletta? Troppo rosa?

Ma non era il rosa, né l’invadenza di Serena o l’aspettativa materna: quello che Renato vide negli occhi di sua figlia non era rimediabile con un bell’esercizio di Edipo risolto. Era terrore. Era panico. Era dilagante angoscia.

– Paola… ma cosa c’è?

Chiese, senza riuscire stavolta a mascherare un tono decisamente poco rassicurante.

Lei lo fissò con due laghi tetri in mezzo al volto.

– Ho paura papà. Ho paura di diventare grande.

Renato aveva avvolto sua figlia in un abbraccio ed erano rimasti lì, senza parole, a guardare le rondini sfrecciare a zig zag, senza un’apparente traiettoria, una direzione stabile. Quando il respiro di lei tornò accettabile scesero per mano dal capanno e per mano rientrarono in casa.

Le amiche di Paola avevano già lanciato via smartphone l’allarme e se n’erano andate con educatissimi saluti da addestramento svizzero.

Cristina sistemava i residui della festa con un viso di pietra e li ignorò freddamente mentra varcavano la soglia dell’appartamento. Li ignorò mentre Renato prendeva Paola in braccio e li ignorò mentre saliva le scale tra le domande di Serena.

– Paola si è rotta? Ha la bua? Posso venire anche io in braccio?

Quella volta Renato le rimase accanto accarezzandole la testa, o massaggiandole le spalle, o visualizzando con lei il volo delle rondini. Nelle settimane successive la scena si era ripetuta ancora, e ancora…

Ma poi l’estate sembrava aver portato una tregua.

“Non puoi aiutarmi padrone. Per me è finita. Nessuno di noi due sapeva che cosa ci aspettava da queste parti. Adesso sappiamo perché le Paludi della Tristezza hanno questo nome. È la tristezza che mi rende così pesante e ora devo affondare. Non c’è più scampo.”

Salvalo papà!

– Palletta… posso farlo… ma il libro non cambierà, vero?

– Perché? Perchè la tristezza ci ingoia? Perché non possiamo uscire dalla palude insieme?

– Tesoro è difficile da spiegare: perché qualcosa arrivi, qualcos’altro deve andarsene. Lo sai che la luce di alcune stelle ci raggiunge mentre loro sono già spente? E Fantasia si salva anche perché Artax affonda…

– E se io volessi trattenere tutto? Come Peter Pan?

– Paola, che cosa trattiene Peter? Lui è costretto a dimenticare, a vivere in un eterno istante di solitudine e ricerca… non sa nemmeno che cos’è un bacio, perché saperlo sarebbe una sofferenza insopportabile.

– Papà, e io? Come farò io? Come farò a vivere così?

– Tu sei una rondine, Paola, ricordalo sempre.

– Ma è quasi Natale…

– Allora sarai una rondine di Natale.

Hai mai incrociato l’occhio della rondine?

Una rondine conosce il suo posto.

Conosce il suo tempo e il vento.

Se ne va e ritorna.

Paziente ricostruisce il suo nido.

Non importa quante volte crollerà.

Non importa quale creatura lo avrà distrutto.

Può darsi che un inverno mite e ingannatore la spinga troppo presto a nord.

Allora lei troverà un filo, un tetto.

Un riparo tiepido.

Arriverà primavera.

La tempesta passerà.

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