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ROLLO

Ballata per il primo amore

Rollo abitava in un piccolo paese di montagna.

Un paesino lungo e stretto dove ogni inverno nevicava, ma le strade sempre rimanevano pulite.

Un paesino con la Chiesina, le casette e due ville da Costa Smeralda che per mesi furono credute due discoteche rivali.

Un paesino dove gli uomini andavano al bar, si ubriacavano, poi rientravano bestemmiando dalle loro mogli, che bestemmiando li aspettavano.

Quel vino glielo servivo io ed era un vino buono, per cui nessuno ebbe mai di che lamentarsi.

Un piccolo paese, anzi un paese piccolo, dove tutti conoscevano tutti, anche me.

Anche Rollo.

La prima volta che lo vidi ascoltavo Vasco.

Per quello venne da me, e quella fu sempre l’unica ragione.

La prima volta che lo vidi mi innamorai per la prima volta e non smisi più.

Diventai una canzone: diventai Albachiara e Jenny e Silvia e l’incredibile, un po’ isterica però simpatica, romantica.

Imparai la sottile arte del corteggiamento inutile: conoscevo la sua macchina e la sua targa. Poi le sue macchine, le sue targhe, le sue donne…

Perché il mio primo amore durò quattro anni, poi tutta la vita.

E lui mai, e dico mai, si accorse di me.

La prima volta che lo vidi sbagliai strada e annegai.

Mi ricordo che gli occhi erano verdi, e forse non è mica, non è affatto vero.

Ma è così che me li ricordo io.

Non vi dico quel che lui disse a me.

Non lo so, in verità: se mi parlava, io annegavo, questo so.

Avevo quindici anni ed ero innamorata di due occhi verdi (forse).

Sapevo aspettarlo le mattine d’estate.

Sapevo a che ora avrebbe bevuto il caffè e dopo quale birra la padrona dell’albergo lo avrebbe buttato fuori dal locale.

Rollo dentro era molto spazioso: non ci stava nel paese lungo e stretto, e il paese lo vomitò.

Qualcuno lo prese con sé, ufficialmente per lavorare. Ma in realtà la corte suprema si era mossa: Rollo era sbagliato, e loro volevano sapere come e quanto.

Perché quello era il paese dove tutti conoscevano tutti.

Così Rollo fumò la sua canna del pomeriggio, e qualcuno esultò.

Dieci giorni dopo vennero da me per la grande sentenza.

Perché fintanto che lavoravo nel paese anch’io dovevo sapere.

E la mutazione era ormai in atto.

E la cartina era un cucchiaio.

E il cucchiaio una spada.

Piansi e mi arrabbiai: gridai che non avevo sentito, che non volevo sapere.

E il paese sogghignò e mi rimandò a casa, con l’acida boria di chi ha la Verità in tasca e l’ha rivelata.

Lo incontrai una mattina d’inverno, dopo settantadue giorni, sei ore e venti minuti: sorridete della precisione del corteggiatore inutile!

Io lo feci: sorrisi un enorme sorriso, spalancato su Rollo.

E poi schiacciai il grilletto.

Dissi della spada, delle voci, e dell’infamia.

Lo dissi d’un fiato, lo dissi gridando, come si dice quel che non può essere vero.

E non era vero.

La mattina di Natale suo padre e sua madre erano sul sagrato della Chiesina: la neve scendeva sui loro occhi fiammeggianti. Non dissero una parola, non diedero la mano.

Voltarono le spalle al paese, la mattina di Natale.

Fu allora che accadde: qualcosa scricchiolò.

Nessuno può dire che cosa, ma quel giorno qualcosa scricchiolò e rimase nelle orecchie di tutti.

Oggi Rollo è in America, California.

I figli del paese avevano cominciato a bruciare negozi in città mentre lui partiva per Bologna.

Oggi Rollo è un ingegnere con qualche tipo di aggettivo.

I figli del paese pagano i debiti con la giustizia.

I loro padri e le loro madri bevono e bestemmiano.

Il vino non ha più lo stesso sapore.

Oggi Rollo scrive canzoni.

Forse un giorno scriverà di me.

Forse anch’io sarò una canzone.

Lui è, intanto e per sempre, il mio primo amore.

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