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TATUARE-NELLA-TERRA-DEGLI-UOMINI

LIVINGARTISTS MEETS  RANIERO REALE

CONVERSAZIONI SULLA SPIRITUALITA’ DEL TATUAGGIO CON

RANIERO REALE (PATUTIKI)

Cercando informazioni sul tatuaggio “polinesiano” -poi spiegherò perché il virgolettato- mi sono rituffata nel mare della mia adolescenza e giovinezza, dove gli dèi e le dee erano tanti e variegati e uno di essi era Corto Maltese, quello del primo racconto nel quale appare assieme al suo amico-nemico-alter ego Rasputin, Una ballata del mare salato. A dire il vero il racconto è ambientato in Melanesia però, sull’onda delle emozioni, nella mia testa il Pacifico è, in qualche modo, unitario, anche se, proprio approfondendo personalmente e parlando con Raniero, è molto chiaro che non lo è, né da un punto vista antropologico-culturale, né linguistico.

pratt-ballata

Come si fa a “contenere” un Oceano?

La Melanesia è quell’arco di isole che vanno dalla Papua Nuova Guinea, alle isole Salomone, Vanuatu, Nuova Caledonia, alle Fiji; la Polinesia è una sorta di triangolo nel quale l’estremo a nord sono le Hawaii, l’estremo a est l’Isola di Pasqua, l’estremo a sud-ovest, la Nuova Zelanda. In mezzo tutte le isole da sogno nelle quali ho tanto immaginato di viaggiare: Tahiti, Samoa, le isole Marchesi, le isole Cook, Bora-Bora…insomma l’immaginario del viaggiatore-esploratore dal Settecento a oggi.

Il mondo, fatto di acqua e di terra, di fiori profumati, di furiosi tifoni che spazzano senza pietà le isole, mondo nel quale è nato il termine che oggi usiamo per definire l’arte di “decorare” il corpo chiamata tatuaggio.

Consultando il saggio-dizionario del tatuatore marchesano Teiki Huukena, Hamani Ha’a Tuhuka Te Patutiki, Polynesian Tattoo Dictionary Marquesas Island, si scopre come questo mondo, il Grande Oceano, presenti aspetti, culture, lingue, che sono molto varie, così varie che, dal punto di vista linguistico, un polinesiano dell’Isola di Pasqua, non può capire la lingua di un Marchesano, entrambi non possono capire un Samoano: certo l’origine antropologico-etnico-culturale e la base linguistica sono condivisi, ma lo sono alla stessa maniera delle culture in Europa. In particolare, l’esempio delle lingue romanze è ancora più calzante: le lingue romanze sono quelle lingue che si sono sviluppate partendo da un antenato comune, il latino, come l’italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese e certo ci sono assonanze, ma non c’è la possibilità di capirsi, non sono lingue interscambiabili. Ecco perché il “polinesiano” come aggettivo è troppo generico ed ancora più generico se si usa per definire il tatuaggio.

Se si usa il termine patutitiki, ci si riferisce specificamente al tatuaggio marchesano, se si usa il termine tatau (il termine da cui deriva “tatuaggio”) stiamo parlando del tatuaggio di Tahiti, tamoko è il tatuaggio neozelandese o Maori mentre il tatatau samoa è quello samoano.

Questa distinzione non è meramente linguistica perché ad ogni isola corrisponde come minimo uno stile diverso, elemento che non è puramente formale ma anche sostanziale e ci possono essere differenze nell’iconografia e nel significato simbolico dell’elemento in oggetto, quindi può esserci una composizione che combini questi elementi ma nel rispetto delle tradizioni ancestrali di ciascuna isola, solo così può nascere un tatuaggio consapevolmente polinesiano.

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Tatuaggio realizzato da Raniero Reale

Parlare del tatuaggio e di tatuaggi con Raniero significa immergersi proprio in un mondo di spiritualità, di ricerca di ciò che va oltre il visibile anche se, quasi paradossalmente, questo mondo e questa ricerca si rendono visibili proprio sul corpo.

Raniero è nel mondo del tatuaggio da almeno 25 anni, quando lavorare in questo mondo non era così diffuso come oggi e quando c’era ancora poca conoscenza a riguardo: gli studi di tatuatori poi, si potevano contare ancora sulle dita di una mano.

A Genova è stato un vero e proprio pioniere: il suo studio è stato tra i primi “su strada”, come dice lui, con una vetrina, visibile come una qualsiasi altra attività. Come altri tatuatori, racconta di come fosse già molto interessato al “tribale”, ma come all’inizio abbia tatuato di tutto, tutto quello che all’epoca era diffuso, come le piccole fasce tribali che andavano di moda, stelle, fate, scritte di ogni tipo, tutto quello che veniva richiesto, veniva tatuato. Raniero spiega come all’epoca si lavorasse in maniera diversa: c’era un raccoglitore con una serie di immagini di vario tipo, il cliente sceglieva, il disegno veniva stampato e riprodotto in forma di tatuaggio sulla pelle. Ora invece c’è una consapevolezza maggiore ed una cultura maggiore: “…ora si va alla ricerca del tatuatore e della sua passione…si va alla ricerca di qualcosa che sia anche più emozionale”. Inoltre, il primo luogo di sperimentazione è stata la propria di pelle, tatuata con qualsiasi cosa stimolasse il suo interesse, e provando diversi stili, tecniche ecc…Questo è un elemento in comune con altri tatuatori, il bisogno, la necessità di sentire sulla propria pelle il tatuaggio, fare a se stessi il tatuaggio ed è un aspetto che io amo molto, mi sembra un tratto distintivo dei tatuatori intellettualmente onesti.

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Raniero Reale, Ink Master

Continuando a parlare del mondo “tatuaggio” di qualche decennio fa, Raniero nota come, sotto molti punti di vista, cominciare il mestiere di tatuatore non fosse per nulla facile sotto vari aspetti: bisogna trovare il materiale per tatuare, cosa che, all’epoca, era possibile solo tramite un tatuatore “esperto”, uno di quelli che si può dire appartenessero alla prima o alla seconda generazione di artisti in Italia, che forniva il contatto; c’era anche un certo stigma per cui si veniva immediatamente giudicati “male” anche solo con la presenza di un piccolo segno sulla pelle…la cosa interessante che lui osserva però, è il fatto che ci fosse maggiore “rispetto” di una serie di regole che all’epoca erano ancora non scritte come ad esempio quella di non tatuare i minorenni. Quindi la constatazione che 25 o 30 anni fa, la situazione fosse sicuramente più “naive”, e anche un lavoro un po’ più sacrificato e a “catena di montaggio” però, al contempo, c’era maggiore passione, maggiore idealismo. Ora, c’è più apertura mentale ed accettazione sociale del tatuaggio, ma anche maggiore “commercializzazione” grazie ad internet, grazie al fatto che è possibile trovare facilmente tutto ciò che serve per cominciare a tatuare, si trova anche la pelle sintetica ed è verosimile pensare al tatuatore come un vero e proprio artista-artigiano-imprenditore che, specialmente se diventa una star, può guadagnare molto: tanti giovani cominciano a tatuare molto presto, grazie anche alla facilità di reperire il materiale ma, a volte, senza la passione e la spinta dei “padri”, con un’idea del tatuaggio più vicina al concetto di business.

Ad un certo punto del suo percorso Raniero sente la spinta ad approfondire il mondo del “tribale” o “etnico”:

“La passione per il tribale è la passione per le culture passate, passione per queste culture che coltivavano il profondo o che coltivavano comunque un’interiorità, una spiritualità che era legata comunque all’ambiente esterno, ai rapporti e alla possibilità di marcarlo sulla pelle sia in forme decorative che sono sicuramente belle esteriormente ma anche proprio dal punto di vista del significato interiore, che sono da considerare un’armatura per il proprio corpo, una protezione anche…”.

Con questa affermazione Raniero si riferisce proprio al complesso mondo di simboli e di significati che appartiene al mondo del tatuaggio polinesiano, dove nulla è neutro, non il disegno, non la composizione in relazione agli altri tatuaggi, men che meno la zona, la posizione del disegno. L’aspetto del tatuaggio come “armatura” è importante, però il tatuaggio in Polinesia non è solo questo ma anche

“…rappresentazione della tua vita, dei tuoi valori, di quello che è anche parte spirituale e quindi l’entrare anche nella cosmologia polinesiana, nel modo che hanno loro di rappresentare proprio il cosmo dalle origini: loro hanno le loro leggende, la loro filosofia che per molti aspetti non è differente dalle nostre antiche culture del Mediterraneo e del continente europeo”.

Dunque mentre parliamo, pensiamo alla forte connessione dei nostri padri e delle nostre madri con la natura, la vegetazione, il cielo stellato, il fatto che tutte le attività fossero governate dal sole e dalla luna e quindi considerate delle vere e proprie divinità come i Greci, i Celti, gli Etruschi sentivano quando erano ancora delle civiltà arcaiche e veneravano non dèi in forma umana ma energie, simboli, visioni della natura…

Raniero continua “…il mio approccio al tatuaggio tribale è quello di poter lasciare a una persona, dare a una persona un lavoro che comunque lo colleghi un pochino a se stesso, non è solo il decoro, anche se certo, è importante, ma ci devono essere sempre questi due aspetti, l’aspetto esteriore che deve essere una cosa bella, armoniosa, che piace, che poi è l’aspetto immediato, quello che vedi e poi, quello che è bello nel polinesiano (così come in altri stili), è che ti porta ad un contatto con te stesso, con certi valori, con certe tematiche a cui tutti pensiamo, a cui tutti siamo legati come la famiglia, l’amicizia, la spiritualità”.

Il tatuaggio polinesiano, da un punto di vista del significato e dell’iconografia si può suddividere in tre campi: la famiglia, il prendersi cura della famiglia; il tatuaggio più legato al mondo del guerriero, la protezione, il combattimento, l’essere pronti a proteggere i propri cari, ad un aspetto, se vogliamo, “più attivo”; il mondo dello spirito, che è fatto di un dare e un ricevere, di solidarietà, dell’equilibrio personale in rapporto alla comunità, il dentro in relazione con il fuori, l’oggi in relazione con il passato. Questi valori, questi campi dell’esistenza non sono un’esclusiva della cultura polinesiana, sono qualcosa nei quali possiamo riconoscerci anche noi oggi, nel nostro mondo occidentale. Forse in un passato, passato che per noi è difficile da vedere, che vediamo solo sfumato, anche noi usavamo il tatuaggio con la stessa intensità di significato che riscontriamo nel “tribale”, solo che l’abbiamo in qualche modo dimenticato o, forse, solo relegato nello strato più basso della costruzione di uomini e donne occidentali.

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tatuaggio polinesiano uomo-donna

Nel tatuaggio polinesiano, i tre àmbiti di cui ho parlato sopra possono coesistere non solo nella medesima composizione del tatuaggio ma addirittura in un solo segno, in un solo simbolo: la complessità interpretativa del disegno è tale per cui le possibilità di lettura possono essere non solo una o tre ma molteplici: “…il tatuaggio può portarti a questo: se il tatuaggio ce l’hai solo come qualcosa sulla pelle, lo utilizzi come qualcosa di esteriore, come una cosa carina da far vedere, se invece lo usi per quello che è il tatuaggio, il tatuaggio è una forma sacra, come un mandala in un certo senso…ogni simbolo esprime un significato, un concetto; nel tribale ogni simbolo esprime un’idea, un valore da seguire, su cui focalizzarsi, concentrarsi”. Per colui che porta il tatuaggio tribale con la consapevolezza del segno, del simbolo, del valore, il disegno, il simbolo, possono costituire un aiuto per perseguire i propri valori, per riconoscere ciò che è buono, vero, giusto, bello, saper vivere nel qui-e-ora, saper “mostrare i denti” se necessario.

Un tatuatore maestro nello stile polinesiano, come Raniero, ciò che fa è proprio questo: ti guarda, ti osserva e fa una traccia di massima sulla pelle e poi tatua a mano libera. Il tatuaggio lo “scopri” una volta finito: certo, questo approccio implica una grande fiducia ed un lasciarsi andare per noi molto difficile da mettere in atto, visto che viviamo in una sorta di cultura del controllo -che poi nulla riesce a controllare- però il rapporto spirituale, il legame che si crea tra il “tatuatore-nella-Terra-degli-Uomini” -questa la definizione in marchesano dell’espressione patutiki o te Henua ‘Enana- e colui che accetta il tatuaggio è forse assimilabile ad una sorta di iniziazione, a qualcosa che ha a che fare con la parte più profonda, più arcaica dell’essere uomo e dell’essere donna.

Per capire come si rapporta la cultura polinesiana con noi “bianchi, per capire noi stessi è illuminante leggere un piccolo ma straordinario libro, Papalagi, testo che riporta i discorsi al proprio popolo di un capo samoano al ritorno dalla Germania nel 1920, pubblicato da Stampalternativa. Si tratta di un testo che ci fa ripensare la maniera che noi abbiamo di pensare al mondo.

Facebook https://www.facebook.com/raniero.patutiki?fref=ts

papalagi

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