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Roy Ayers @Auditorium “Fausto Melotti”

La mia cultura musicale non è ampia, lo confesso, soprattutto sconta lo snobismo di cui ero musicalmente affetta, da ragazzina: montagne di musica classica, dal ‘500 al ‘900 ma l’enorme contenitore di “pop”, era rimasto pressoché vuoto. Nel corso degli anni ho provveduto a riempire una serie di vuoti: Roy ha contribuito a farmi sentire un respiro, un fiato vero di libertà che mi riporta alle atmosfere degli anni ’60, ’70, quelle del movimento giovanile contro la guerra del Vietnam e contro il colonialismo , quelle della Beat Generation e di Marcuse che insegnava a Berkeley (sì proprio quelle, le atmosfere di una storia recente eppure lontanissima dalla zona grigia odierna che sembra essersi infiltrata nelle nostre vite in maniera totalizzante).

Può la musica fare tutto questo? Può Roy Ayers aver risvegliato in me questi ricordi di esperienze mai vissute, solo lette, mediate? Certo, certo che sì! Per come sono fatta io, due per me sono i sensi più collegati alla memoria: udito e olfatto. Un vibrafono suonato proprio da un signore californiano nato nel 1940 ha questo potere. Non ho potuto fare a meno di chiudere gli occhi durante l’ascolto dei brani Vibrations e Ubiquity: il flow morbido come un’onda di velluto mi ha fatto veramente scivolare in un mondo che io ho solo conosciuto attraverso la lettura e i film. E mi è molto piaciuto, mi sono piaciute queste antiche/nuove sensazioni. Ascoltando Roy Ayers ed i suoi musicisti ho capito “dentro” il significato di groove oltre il suo significato letterale. Andando a cercare la discografia di Ayers, ho poi capito perché mi avesse tanto trasportato la sua musica (che, prima del concerto conoscevo in maniera non approfondita): Roy e Fela Kuti & Africa ’70 in tournee in Nigeria, Roy e Guru in uno dei progetti musicali forse più interessanti degli anni ’90 Jazzmatazz, progetto che ha tentato di mettere in dialogo due mondi della musica (specialmente afroamericana) molto diversi, il Jazz colto ed astratto e la strada dell’hip hop e la durezza del rap. Oggi Mr. Roy Ayers è un signore alto, molto elegante, che veste con abiti dai colori e dai tessuti raffinati, che indossa mocassini con morsetto, disponibile con il pubblico, estremamente vitale e coinvolgente sul palco e che suona con musicisti di varie età. Non posso fare a meno di immaginarmelo come un protagonista di qualche film della , dove gli afroamericani avevano quasi sempre i baffi, i capelli “afro” ed i pantaloni attillati, col fondo a zampa di elefante e che recitavano i film ruvidi e spesso girati nelle strade.

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