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Un Paese per vecchi

Credo che la crisi non sia un male di per sé.

A noi generazioni figlie della pubblicità e del consumismo, quelle con il motorino, il telefonino, la giacca della Moncler … insomma quelli fra i 20 e i 35 anni, la crisi ha tolto quel senso di “onnipotenza” tipico della mentalità costruita sulle fondamenta dello stile di vita del “consumo veloce”.

E infatti le cose sono cambiate eccome, non è più così facile e noi dovremmo raccogliere la sfida e re-imparare a saper insegnare ai nostri figli il valore del denaro, del sacrificio, del costruire. Come e forse più di prima rispetto ad altre generazioni che ci hanno preceduto dopo il boom economico.

Quello che però sento come un problema non è la crisi in sé ma la sensazione sempre più netta che l’Italia, che il mio Paese, si sia scordato di noi. Di un’ intera generazione.

Ti sei scordata dei talenti che scappano da qui perché non ci sono opportunità, ma anche delle persone comuni che amano il proprio Paese e per le quali andare via non sarebbe una scelta ma una sofferenza.

Ti sei completamente dimenticata delle famiglie, quelle in difficoltà, quelle che hanno perso il lavoro e che con l’aiuto di associazioni occupano le case perché non hanno più un posto dove stare; e pure delle famiglie che si trovano nei palazzi di fronte e pagano il mutuo: due facce della stessa medaglia – entrambe derise dal sistema immobiliare.

Il problema non è imparare ad accontentarsi, non è riscoprire il valore delle cose semplici, dei lavori semplici; benché cresciuti nel mito del marketing sappiamo bene che l’ Italia non è l’America e che il valore qui da noi non è lo sviluppo “capitalistico” ma quello delle piccole aziende.

Il problema qui è il sistema.

Quel sistema che come dicono ormai tutti i leader mondiali, e come dice anche il Papa,  si è dimenticato di noi: dei giovani senza lavoro, dei giovani senza prospettive, dei giovani senza presente e  senza futuro.

In questo Paese i giovani non sono visti come una risorsa ma come un peso, come una questione sempre più ingestibile dal punto di vista sociale e politico. E’ così che ci si trova a pensare “non c’è più posto per me in questo Paese.”

Non è la crisi che mi spaventa ma la delusione di una classe politica che non mi permette di stare dove vorrei, di avere delle speranze, di amare fino in fondo questa Italia, di poter dare il mio contributo.

https://livingwomen.net/2012/10/05/libere-di-non-lavorare/

3 thoughts on “Un Paese per vecchi

  1. Né per i giovani, né per le famiglie “tradizionali”, né per gli anziani. Non lo è neanche per chi è single, né per chi è separato o divorziato, piccolo imprenditore, bambino, etero o omosessuale, italiano, straniero, lavoratore, non lavoratore….probabilmente non è più un Paese.

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  2. Questo “sistema Italia” il presente e il futuro lo sta togliendo a tutti i suoi abitanti, non solo ai giovani ed alle famiglie “tradizionali” – ma anche ai separati che devono gestire i figli e la separazione, a persone più “grandi” che rimangono senza lavoro e non avranno mai l’opportunità di reinserirsi dignitosamente nel mercato del lavoro che non fa nulla per riassorbibili a pari grado del lavoro perso, ai piccoli imprenditori che si vedono costretti a chiudere i battenti e quindi a togliere altri posti di lavoro…il fatto poi che alla luce di tutto questo ci sia un menefreghismo totale nei confronti dei giovani che sono la più grande risorsa di un Paese è soltanto l’ennesima conferma che a chi lo governa, questo Paese (o meglio lo dovrebbe governare) non importa assolutamente nulla nè del presente nè del futuro dell’Italia stessa – Sarebbe bello se si riuscisse a cambiarlo questo sistema. Per ritrovare quell’Italia che manca prima di tutto a chi ci vive. A chi vorrebbe poter tornare e a chi non vorrebbe andarsene.

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