DA LONTANO

È molto semplice: io figli non ne volevo.

Femmine poi, figuriamoci!

Ma non ho potuto scegliere. L’aborto l’ho votato due anni dopo e comunque non sarebbe mai stata un’opzione. O forse sì, chi lo sa: allora le istanze erano chiare e la strada percorribile. Io però abitavo in una casa insieme a Gesù Cristo in persona. Dieci tra fratelli e sorelle, rosario mattina e sera, e la vita scandita dai tempi liturgici. I figli si aspettavano in grazia di Dio, perché sposarsi sennò? E se non arrivavano loro, arrivava lo stigma di una coscienza mal lavata.

Comunque…

Ero incinta di Elettra due settimane dopo il viaggio di nozze, un giro di tristezza sul lago di Como. La mia non è stata una gravidanza, ma un lutto.

Ho celebrato per nove mesi il decesso irreversibile della mia libertà. Mi ero sposata a vent’anni per andarmene: niente di sconvolgente per la campagna degli anni Settanta.

Mio marito è un brav’uomo, uno zitto, onesto, fuggito tra gli zotici da una dinastia opprimente. La scopata del giovedì e il bar del sabato sera. Niente zoccole, bestemmie o alcol: giocava solo a carte, una rarità ai tempi miei.

Io volevo essere come lui: spaccarmi la schiena nei campi, vestire pantaloni sdruciti, sporcarmi con la terra e decorarmi coi calli. Pescare, andare a caccia. Invece passavo carte in un ufficio commerciale, dove perlopiù contavo le ore che mi separavano dall’orto.

Della casa m’importa poco. Delle mode. Mentre le mie sorelle accorciavano la gonna sulla strada per la scuola, io fregavo i jeans ai due maschi e li tenevo su con la corda da sacco.

Le trecce me le ero tagliate in giardino una domenica mattina, come atto di rappresaglia per un cinema negato. Da allora tengo i capelli cortissimi.

Non mi piace fare l’amore.

Magari dovevo andare con le donne: chi lo sa?

Non me lo sono mai chiesta. Non è cosa che avrei potuto prendere in considerazione in passato. Oggi non m’interessa affatto.

Però me li ricordo gli occhi di Elettra mentre le urlavo “Pensi che il sesso sia una cosa bella?”.

“Il sesso è meraviglioso” mi aveva risposto, con quello sguardo beffardo e luminoso che mi ha sempre maldisposta.

L’avevo sorpresa sul divano con quel deficiente di Giovanni. Un fricchettone ignorante che puzzava di fumo, di piedi e di chissà quali altre porcherie. Per un periodo ha portato a casa questi zozzi.

L’ho tanto picchiata quella volta.

Di questo mi spiace assai. Ho dentro un fuoco, una rabbia esplosiva che non ho mai saputo contenere. Io non posso fermarmi: devo brigare, camminare, dare una mano al prete, nonostante con Dio abbia chiuso da mo’. Per tenere al sicuro gli altri da me, e me stessa dai rimorsi.

Mi piacciono i vecchi anche: ne ho due o tre a cui faccio assistenza per qualche soldo. Li tratto malissimo ma mi vogliono un bene vero. Li ho fatti piangere e consolati bruscamente e loro sopportano, come cani che tornano sempre dove c’è una ciotola, anche se c’è pure il bastone.

Coi miei genitori, nella malattia, mi sono comportata proprio allo stesso modo: gli altri frignavano, io pulivo culi e piaghe. Mescolavo medicine e facevo iniezioni senza proferire verbo. Non sono cattiva, sono distante. La mia cura è di gesti necessari, di forza, di ordine. Così o te ne vai.

Elettra infatti non torna spesso.

Vorrei spiegarle che è stato difficile.

Che a modo mio le ho dato quel che ho potuto.

Il latte no: è uno schifo allattare. Ti svuota, ti costringe. Ti smembra.

E poi si diceva a noi madri che quegli intrugli artificiali facevano crescere bambini più intelligenti.

Tanto Elettra mangiava pochissimo. Strillava di continuo. E non dormiva mai.

Se la coccolavano il padre, i nonni, gli zii e tutto il vicinato dai 5 ai 90 anni. Era una principessa di paese, ma non la mia, ché io padroni non ne ho.

Sono scappata in ufficio il giorno in cui compiva tre mesi.

Anche adesso scappo dai neonati: non sopporto i loro imprescindibili bisogni. E questo fa di me un mostro, ma io un mostro non sono. È che non sono una madre.

Eppure ho lavato pannolini, ho comprato giocattoli. Ho accompagnato Elettra ai corsi di nuoto, di sci, di musica, di danza. Le parlavo in italiano e non con quel dialetto duro e tagliente di tutti gli altri bambini.

Elettra leggeva e scriveva a quattro anni. Non gliel’ho mica insegnato io, non propriamente, insomma. Un po’ guardava gli zii fare i compiti. Un po’ i fumetti.

Finché un giorno, mentre affettavo qualcosa in cucina, mi ha chiesto di disegnarle il suo nome. Lo sapeva scrivere in stampatello, ma non in corsivo. Quello voleva dire.

Da allora l’ho sempre scrutata da dietro la copertina di un libro. I libri erano la sua barriera, il suo scudo spaziale. Il suo guscio di tartaruga.

Baci, carezze… il contatto fisico non era il nostro codice di comunicazione. Io credevo li detestasse in generale.

Ricordo che mia suocera la faceva scappare a gambe levate. Arrivava da Milano con una scia di Chanel N.5, così dolciastra, invasiva. Portava rossetti vistosi e da vicino l’odore della lacca per capelli sovrastava perfino il lezzo della stalla. La stritolava tra trine e merletti e allora gli occhi le occupavano la faccia intera e correva a rifugiarsi dietro la grande tenda color ruggine del soggiorno, trattenendo a stento il vomito.

Tanto lei non se ne rendevano conto.

La caricava di bambole, pentoline, mini ferri da stiro. Non le ha mai comprato un quaderno, una penna, una mozzicone di matita, sostenendo che a far di conto imparavano anche gli asini, mentre a diventare donne vere ci riuscivano in poche. Lo diceva fissandomi con disprezzo. E con ragione, credo.

Una volta cresciuta però, ho osservato Elettra prendere e dare una tenerezza che mi sembrava non le fosse mai appartenuta. È come esplosa. Confesso di averla considerata debole, tutta smancerie e toccamenti. Mica solo coi bambini o con il compagno del mese. Si aggrappa a tutti.

Mi fa vergogna, così spudorata e sempre gravida.

Finora mi ha dato quattro nipoti, ma non me ne porta mai più di un paio alla volta.

“Ho paura che altrimenti me ne ammazzeresti uno” scherza.

Io ho un brivido, e, anche se posso sorriderne, con lei in braccio ho evitato tutti i ponti.

Al di là di questo, credo mi somigli. Vicine ci oscuriamo, ma da lontano lei mi ha vista e anche io. Da lontano non le faccio del male.

L’amore è senza traduzioni, senza pareti, senza copione. L’amore non è un filo, è una trama. È libero l’amore, è una vedetta. Una luce accesa, una fessura, una crepa oltre la tempesta. Sa cercare senza stancarsi, e io stanca non sono mai.

Ogni essere vivente ha il proprio ecosistema.

Il mio è fatto di roccia, pioggia e spinte.

Il suo è fatto di mare, crepuscoli e bracciate.

Sono energie diverse, ma se mi perdessi lei saprebbe dove venire a cercarmi: in quale piega del tempo, oltre quale ombra.

E, soprattutto, perché

photo lucia semprebon
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