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Verde, oro e rosso

In ognuno di noi c’è una porticina, più o meno nascosta che, aprendola, ci permette di entrare nel mondo dei nostri più reconditi desideri, oppure ci permette di placare il nostro animo in fiamme. La mia porticina si chiama “musica”. All’interno di questa stanza meravigliosa piena di suono, c’è un’altra porticina, tutta colorata, tutta bella brillante e quando la apro mi trovo subito nel Mar dei Caraibi. Sí, la porticina dipinta con colori brillanti, verde, oro e rosso si chiama “reggae”.

Ascolto la musica reggae da quando sono ragazzina, dalle medie. Ero molto rabbiosa, molto snob e avevo tantissima energia che non sapevo dove dirigere, come posizionare e cosa farne e mio padre che aveva visto come io ascoltassi alla radio cercando la musica di Bob, mi regalò il mio primo doppio album di Bob Marley “Babylon by bus”. E mi ricordo distintamente i telegiornali alla TV, quando Bob Marley venne a Milano per l’unico concerto in Italia, il 27 giugno 1980: poco meno di un anno dopo, il re del reggae, sarebbe morto per un tumore al cervello. Oggi avrebbe 71 anni. Come sarebbe oggi? Me lo sono chiesta più volte. Ma questo è facile perché i vari musicisti del mondo reggae della sua generazione, fanno ancora concerti, altroché se fanno concerti. Volti segnati e di grande intensità, dreadlocks grigi o bianchi che mantengono intatta la loro forza estetica e spirituale, presenza sul palco inalterata a compensare magari una voce non proprio potente come da giovani, se cantanti.

Non faccio trasparire in alcun modo questo mio amore spassionato, profondo e istintivo verso la musica reggae, quindi se cercate dreadlocks o catenine con l’Africa o un abbigliamento “hippie”, diciamo…ecco no, non sono proprio io. Il problema è che questo istinto “roots” che viene da lontano, lo celo anche a me stessa: cioè, sono snob con me stessa…Quando però, riesco a “forzarmi” ovvero a non cedere alle tremila scuse che adduco (sempre a me stessa) per non muovermi, da non-ho-soldi/non-ho-tempo, a un patetico non-posso-lasciare-Jonah-da-solo (è un adolescente che non chiede altro che sguazzare libero e felice senza matre) fino al top, il NON-POSSO senza neppure alcuna spiegazione. Quando dicevo, riesco a superare tutti questi autoblocchi, allora vado ad ascoltare un concerto reggae o una dancehall.

E allora ritorno alle mie roots, allora ritorno ai bassi che fanno vibrare la cassa toracica, allora ritorno al ritmo in levare, ai messaggi di vera unità, One Love, di denuncia contro il potere, contro l’economia capitalistica, alla spinta mistica della meditazione. Tutto questo è il reggae roots. Fuoco/Fyah nelle vene che ti solleva contro le ingiustizie, la meditazione che ti eleva nella spiritualità con o senza l’erba sacra, la ganja, un ritmo particolare che si sintonizza sul battito cardiaco, sono gli elementi che mi fanno sentire “a casa” quando sento Alborosie, Horace Andy, Luciano...

Non mi ricordo dove ho letto o dove ho sentito che con Bob Marley si vede per la prima volta un cantante proveniente dal Terzo Mondo, che ha sfondato proponendo un genere che si ascoltava pressoché solo in Giamaica. A parte che ritengo molto razzista e “bianco-occidentalcentrica” questa impostazione, non mi piace pensare a lui in questo modo. Bob Marley era un carismatico musicista che aveva trovato forza ed ispirazione nel Rastafarianesimo per uscire dalla sua dura condizione sociale. Ha fatto conoscere (ed ha sviluppato) un genere musicale nuovo in un periodo nel quale lo strapotere musicale occidentale e bianco era inequivocabile (dimenticando che le radici di qualsiasi genere musicale “pop” poggiano saldamente nel blues ed in tutto ciò che ad esso si è mescolato).

Arriva Bob Marley, questo giamaicano dal padre inglese, da una delle periferie del mondo ed incanta il mondo con una voce di uno spessore unico, con dei testi profondamente spirituali ed anche molto forti sul piano politico, uno che non si è tirato indietro, non si è crogiolato nel successo. Uno che, in una Giamaica indipendente dalla Gran Bretagna dal ’62 ma dove le leve economiche e politiche erano ancora saldamente nelle mani dei ricchi bianchi, va a vivere nella villa al numero 56 di Hope Road di Chris Blackwell, in una delle zone più esclusive (e bianche) di Kingston, con tutta la sua famiglia, i suoi musicisti ed i suoi amici, facendo impazzire i ricchi vicini che avevano visto dei neri, in quella zona, solo come domestici.

Bob Marley era un “resistente”. Resistente contro l’oppressione economica e sociale. Contro il vecchio colonialismo ed il nuovo colonialismo, contro tutto ciò che trasforma il creato in denaro (per pochi, pochissimi), dove vivere diventa un privilegio. Contro Babylon. Resistente come gli schiavi importati dall’Africa per quasi trecento anni e brutalizzati in ogni possibile e immaginabile maniera, nelle piantagioni delle ricche Antille, nel sud degli Stati Uniti, in Brasile. Schiavi che sono riusciti a trovare una fiammella di speranza e di sollievo, nella voce, nel suono e nel canto. Che poi hanno organizzato una vera resistenza politica, non solo umana: i Maroons in Giamaica e poi i filosofi e politici come Marcus Garvey, Leonard Howell senza dimenticare le lotte parallele negli USA di Malcolm X e Martin Luther King e sí, arriviamo pure alle Black Panthers.

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Quando ascolto una canzone reggae, altri sorridono e dicono “quattro fattoni…”, io penso all’utopia, alla speranza di Zion, un mondo sano, salvo dalla speculazione bieca, dove si possa proprio dire One Love e dove il creato è veramente I’n’I -io sono il tutto, il tutto è dentro di me ed io sono in tutto quanto, quindi non ha senso l’opposizione “io/tu”, “noi/voi”-, dove ci sia spazio per la luce e per l’equilibrio tra ombra e luce, dove invece sembra davvero che avanzino le tenebre. Un mondo dove non sia necessario l’hashtag “Black Lives Matter”, o dove i nativi americani vengono attaccati dai cani della polizia in una manifestazione contro la costruzione di oleodotto che passa su un cimitero sacro, o dove tutti e tutte noi non veniamo sacrificati e sacrificate da logiche economiche che stritolano vite come nell’immagine terribile del fiume della Storia nei Malavoglia.

Ecco, è l’idea che tutti e tutte possiamo essere “resistenti” ad un sistema violento, aggressivo e tragicamente iniquo, e muoverci verso un mondo possibile, sconfiggendo i Leviathani contemporanei, che siamo uomini o donne, bianchi o neri. Siamo tutti I’n’I, tutti resistenti insieme con Gaia  (dea della fertilità e della natura che veniva identificata con la Terra stessa; nella mitologia greca chiamata appunto Gaia).

Bibliografia:

Saggi

A. Baraka, “Il popolo del blues”, Shake Ed., Milano 1994. L’edizione originale in italiano del 1964 è stata pubblicata da Einaudi.

L.E. Barrett, Sr., “The Rastafarians”, Beacon Press, Boston 1997.

H. Campbell, “Resistenza Rasta”, Shake Ed., Milano 2004.

B. Chevannes, “Rastafari. Roots and Ideology”, Syracuse University Press, Syracuse, N.Y. 1994.

Romanzi

M. Thelwell, “The harder they come”, Grove Weidenfeld, New York 1980

Filmografia: 

“Agente 007-Licenza di uccidere” può sembrare una scelta stravagante ma, oltre ad essere il primo film su James Bond e con Sean Connery, è ambientato in Giamaica ed è stato girato proprio nel 1962; secondo me è interessante per vedere il contesto “coloniale”.

“Marley” di Kevin Macdonald, documentario del 2012.

“The harder they come” film del 1972 tratto dal romanzo e che ha come protagonista uno grandi musicisti reggae, Jimmy Cliff.

Musicografia:

Impossibile…posso solo dire qualcuno dei musicisti che io amo e per diversi motivi sono importanti: Max Romeo, Luciano, Gentleman, Steel Pulse, Morgan Heritage, Dennis Brown, Alborosie, Buju Benton, Horace Andy, Skatalites, Sud Sound System, Mama Marjas, Africa Unite, Anansi…dal reggae roots alla dancehall più consapevole, allo ska, al rocksteady…tutto ciò che esce ritmo in levare con diverse modulazioni ed energie, purché obbedisca all’idea/regola di verità, giustizia, antirazzismo, amore.

«Un’esperienza molto forte suonare al Campovolo Reggae Fest» dice Alborosie appena dopo il concerto a Festareggio, proprio nel giorno in cui esce “The Rockers”, nuovo progetto che lo vede impegnato come produttore artistico. Dodici brani cantati da – tra gli altri – Jovanotti, Elisa, Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, Caparezza, Fedez. 

trailer JAM IT – film-documentario sul movimento Reggae in italia 

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