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#solstiziofestival Ascanio Celestini, Racconti d’Estate

Uno dei motivi per cui io rispetto profondamente e amo Celestini è che lui ha una visione, come dire, sociale del teatro e, ancor prima che del teatro, della parola.

La parola è importante, le parole sono importanti: fanno sì che noi siamo come siamo, ci performano da dentro. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, pieno di contraddizioni e tensioni così forti che sembra quotidianamente di sentire un clangore di armi, la parola, il teatro, hanno il compito difficilissimo di fare da “testimoni” di ciò che accade intorno a noi e parlarci di come siamo, di come eravamo e di come abbiamo il dovere di provare ad essere. Celestini di racconta di quanto siamo fragili, stressati dalla quotidianità, facciamo tremila cose insieme, mai soddisfatti, né di quello che abbiamo né di quello che non abbiamo, specialmente noi donne: allora immaginiamo di sdoppiarci, triplicarci e che anche le persone vicno a noi, quelle con cui maggiormente interagiamo, si sdoppino e si triplichino. Oppure immaginiamo di rivivere la stessa situazione più volte, come un infinito deja-vu: ebbene sì, così a prima vista, siamo privi di punti di riferimento. Ma una cosa c’è che ci può ancora agganciare a ciò che è “vero” e, sembra dirci Celestini, questa cosa è la memoria. La memoria personale, la storia dei nostri genitori diventa parte della memoria collettiva e ci permette fare di noi stessi radici belle, salde e profonde da opporre all’orrore strisciante che s’insinua nei nostri occhi e nelle nostre orecchie attraverso la TV, la pubblicità, i tentativi di controllo sociale collettivo contro cui è sempre più difficile opporre resistenza. Ecco allora che Celestini ci invita ad entrare nel suo vissuto di persona ansiosa, di persona a tratti traballante, come tutti noi ci possiamo sentire quotidianamente, che ritrova forza nel ricordo delle storie raccontate dal padre. Il papà che durante la seconda guerra mondiale era un ragazzino ed ha visto la guerra da uno dei quertieri popolari storici di Roma: il Quadraro. Ed ho provato una commozione intensa quando, inaspettatamente, entra in scena la voce registrata del padre di Celestini, che racconta alcuni stralci di vicende legate ai suoi ricordi amari ma in parte divertenti dell’epoca: forse divertenti, perché nonostante ci fosse la guerra con la sua disperazione, che mordeva il ghetto dell’area del teatro di Marcello, l’occupazione dura di Roma, erano comunque i momenti della giovinezza del padre, mista ad una incoscienza connatura all’energia dei ragazzini, per cui si riusciva a vedere l’ironia anche nella condizione estrema della guerra.

ascanio celestini

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