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Precarietà

 

Precaria nel lavoro

nella vita

nel sentimento.

Ho compiuto 35 anni.

Mi sveglio con la folgorante intuizione di quelli che potevano essere stati i miei obbiettivi dichiarati: quelli che ci si è poste “da ragazzine” … o anche soltanto qualche anno fa.
Il lavoro: un bel terno al lotto; capire quello che avrei voluto, accettare quello che è arrivato, lasciare quello che forse mi avrebbe realizzato.

La sfida: provare ad aprire un’attività. L’ entusiasmo, i sacrifici, le soddisfazioni, le insoddisfazioni, la noia, la routine. Basta.
Nuova giostra, altro giro: ricomincio daccapo. Ma da dove e da che cosa?
Poco prima che la crisi desse il suo ultimo morso mi accomodo per il rotto della cuffia nel mondo del Pubblico Impiego come già mi era capitato in passato: sposando il precariato!

E qui si passa al secondo argomento: la vita.

Qual’ è il mio posto? Qual’ è il mio spazio? Io ancora non l’ ho capito, ma vi dirò invece quello che posso permettermi: un appartamento in affitto condiviso con una coinquilina, un gatto e un cane!
Il posto? Una cittadina di montagna che non è il posto in cui sono nata e cresciuta, nel Paese che è l’ Italia, in un mondo che non ho ancora capito se coincide con il mio.
Costruire? Costruisco il mio tempo libero, le mie giornate, costruisco le mie speranze, i miei gusti, il mio futuro a breve termine. Rincorrendo il mio presente, il qui ed ora: sì proprio quello dentro al quale ogni grande saggio ci incoraggia a stare –  ma nel quale a volte ci si sente incastrati.

Giungiamo all’ ultimo punto: il sentimento. Qui posso dire, nonostante tutta  la mia buona volontà, di aver dato il peggio di me. Ho sperato, lottato, creduto. Investito tempo cuore e vita. Come capita a molti, se non a tutti ho inciampato, ho sbagliato, ho tagliato.
Ora la solitudine, la disillusione, la difficoltà di confrontarsi con gli uomini. Già gli uomini: ma dove sono gli uomini?
Un amico gay l’ altra sera mi ha detto: “e’ difficile per me ma voi, quelle di voi che sono libere ed emancipate non so come fanno!” 

Per l’appunto: non lo so nemmeno io come si fa,

a mostrarsi interessate ma non troppo proiettate,

a essere femminili ma non troppo aggressive,

ad essere dolci ma non troppo remissive.

Come si fa a non aspettarsi mai niente, come si fa a condividere qualcosa con qualcuno che appartenga al mondo maschile senza fargli paura, senza chiedere troppo?

Nella mia ottica di eterno precariato mi chiedo: qual’ è la giusta dimensione nelle relazioni? Accomodarsi nel bisogno di essere apprezzati o continuare una vita in fuga?Perché la solitudine non ti delude mai: in fondo ti fortifica, ti rassicura della tua identità. L’ unico neo è che preclude lo scambio: ma nella vita si sa, non si può avere tutto!

Chiuso anche questo capitolo. Vita precaria di una precaria trentacinquenne.
Ma non mi voglio dare per vinta: i migliori compleanni sono quelli aperti verso il futuro anche se non propriamente a lungo termine.  E basta con i noiosi bilanci, vado incontro a nuove imprese, nuove avventure, rose da cogliere con la spada fra i denti!

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