DISFONIA 22

La bambina era seduta accanto al finestrino. Teneva la testa appoggiata alla spalla del grande.

Il vetro restituiva il riflesso invernale di lunghi capelli chiari e piccole mani, incrociate su gambette esili e composte.

I ragazzini guardavano uno di quei video che i genitori avrebbero disapprovato sorridendo, senza intervenire.

Ai lati della carrozza il paesaggio scorreva veloce: un’anonima successione di capannoni industriali e campi brulli, grigi, fra la giustificata e generale noncuranza. Perciò i due si dividevano sghignazzando le cuffiette, in un raro momento di epifania fraterna.

La madre e il padre, sui sedili anteriori, discutevano con leggerezza della posizione migliore per la nuova scrivania e per una scarpiera, forse.

La macchina era da sistemare (ecco perché quel pomeriggio viaggiavano in treno) ma la spesa era affrontabile. Lei poteva dare qualche lezione privata in più. Lui era sicuro di poter riscuotere un paio di fatture arretrate.  

Dopo le feste la gente è più portata a estinguere i piccoli debiti.

Il sole filtrava nel vagone silenzioso, e chino su una platea di smartphone.

D’improvviso si udì un guaito, inizialmente sordo e poi sempre più squillante.

La porta si spalancò e la donna entrò abbaiando. Si sedette abbaiando nei posti a destra dei bambini, che alzarono lo sguardo, spostandolo però subito dopo in modo rapido e interrogativo verso i genitori.

Ma fu lei a spiegare tutto.

–  Wof Wof. Abbaio perché non ho lavoro. E se non ho lavoro io abbaio. Wof Wof. Non mi date da lavorare e io abbaio. Vi sembra possibile? Tremila persone per un concorso da lavapiatti. Quindi io abbaio. Wof Wof. Cos’altro devo fare? Ridete pure di me, ma vi conviene che abbaio. Sapete perché vi conviene? Perché ammazzo la gente.

A questo punto la bambina si fece pallida e il padre si voltò di scatto per capire.

– Io sono super pericolosa. Insomma, ho fatto fuori i miei a coltellate! Sì sì, avete capito bene, a coltellate. Potete pure guardarmi, e fate bene. Una che fa fuori la gente a coltellate deve fare paura.

Mio padre il 7 ottobre, a mezzogiorno e un quarto.

Mia madre il 7 novembre, mentre dormiva.

La polizia mi ha definito… come si dice? Ah sì, “pluriomicida”. Del resto una che uccide i suoi a coltellate come la vuoi definire? Questione di eredità, cari miei. Pretendevano indietro l’appartamento. Solo perché non pagavo le spese. E be’, sì, anche perché abbaiavo. Del resto non avevo lavoro, ma questo ve l’ho già spiegato.

I ragazzi intanto avevano fermato il video ma senza togliere le cuffie. Stavolta fissavano intensamente il panorama, con tutti i sensi in allerta. La madre si era girata cercando di rassicurarli e calcolando la distanza tra loro e la donna e probabilmente la tempistica di intervento da tigre urbana.

– I miei parenti non hanno reagito bene per niente. Del resto avendo ucciso i miei ex genitori non sono più tanto raccomandabile. Mi hanno ostracizzata. Anche se effettivamente oggi penso di avere un po’ esagerato. I carabinieri mi hanno rilasciata perché sarei… come si dice? Ah, ecco, “non in grado di intendere e di volere”. Così hanno scritto sul rapporto.

Però io ho sempre il problema del lavoro. Capisco eh! Già di lavoro ce n’è poco, poi una di 55 anni, pluriomicida, chi vuoi che l’assuma? Metti che qualcuno mi faccia arrabbiare o mi contraddica… E allora giro, giro… non ho paura, neanche nei vicoli bui alle due di notte. Ve l’ho detto, sono gli altri che devono avere paura di me. Se ho ucciso i miei ex genitori immaginate cosa potrei fare agli estranei. E il mondo è pieno di estranei. Ho più estranei che conoscenti. Ma mica solo io, non fatevi illusioni. Io avrò pure fatto del male, ma non ho lasciato solo nessuno. Difatti li ho uccisi praticamente insieme. Invece a me mi hanno lasciato tutti sola. Prima intendo. Prima di essere pluriomicida, ero sola. Dovrebbero arrestarvi, arrestarvi tutti: siete… solicidi. Cattivi siete.

Il grottesco è uno spettacolo sì, ma è doloroso.

Sandra sale e scende da ogni treno. Li percorre in lunghezza e indifferenza, senza smettere di parlare. Molti la fissano ma nessuno l’ha mai vista davvero. Il suo delirio spegne presto l’ilarità. La muta in imbarazzo e poi in pena e poi in angoscia.

C’è una Sandra ad ogni bivio del tempo e della coscienza. E della vita.

È nella crepa delle vostre certezze.

È in un cocktail ormonale venuto male.

È in una spietata lotteria genetica.

È in un copione biografico mal scritto.

È un racconto che non vuoi leggere, ma ti costringerà, perché da sempre supera le più buie pagine della storia.

La stazione brulicava di turisti. La famiglia si avviò verso l’uscita. C’era un parco lì vicino, dedicato a un grande Poeta del Paese. Nel parco, appositamente montata per le feste, un’enorme ruota panoramica. Era quella la loro meta.

Salire.

Fermarsi ad ammirare la città vestita a neve.

Mangiare zucchero filato e bere tè caldo. Vin brulè forse.

Lo chiamano tempo di qualità, ma è solo riappropriarsi delle relazioni. Tornare a vivere con gusto i propri contatti senza considerarlo un aborto dell’ego, una rinuncia forzata.

O una campagna pubblicitaria del proprio benessere.

La bambina si aggrappò alla mano della madre.

– Mamma, che cos’ha quella signora?

La madre esitò.

– Cosa vorresti sapere esattamente, Chiara?

– Voglio sapere che problemi ha…

– Credo che i suoi problemi li abbia spiegati perfettamente, amore. È sicuramente sola. È sicuramente senza lavoro. È sicuramente senza una casa o un posto che lei possa chiamare così. Si può star male anche per molto meno, credimi…

– Ma ha davvero ucciso i suoi genitori col coltello?

– Be’ io non la conosco. Ma sono abbastanza convinta che i pluriomicidi, specie se rei confessi, non girano a piede libero. Però sai, è complicato: certe volte abbandonare è come uccidere. E certe volte essere abbandonati è come morire. E altre volte ancora è il contrario… Riesci a capirmi?

– Ma mamma… quella signora quindi è matta?

– Matta… dipende che cosa intendi. Anche mamma sembra svitata quando si arrabbia. O quando indossa certe cose e tuo fratello cambia marciapiede. Anche papà perde il sonno quando non gli saldano il lavoro… e be’ possiamo aprire un intero capitolo su quante volte zia Lisa passa i pavimenti. I bambini che fanno i capricci sono matti? E i nonni che chiedono la stessa cosa dieci volte? Credo che tu possa considerare questa signora un po’ pazza: ma non devi mai, mai dimenticare che ognuno ha la sua storia. E che non sempre c’è un’etichetta per definirla. Ogni persona è unica.

– E quindi la signora è unica…

– È unica. Unica, sì.

Raggiunsero la biglietteria e presero posto.

La ruota girò lentamente e si fermò nel punto più alto.

Il vocio dei passanti arrivava attutito dalla distanza e dalla musica in sottofondo.

La piccola cabina rimase sospesa tra il tramonto e le montagne, per il tempo necessario a spalancare cuori e bocche di ogni età.

La città da lì sembrava più azzurra.

Era serena e meno provinciale.

La ruota riprese a scendere, verso la statua del Grande Poeta col braccio teso verso la stazione.

“O voi ch’avete gl’intelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto il velame de li versi strani”.

Di colpo si alzò una violenta tramontana e le foglie danzarono disperate nel parco: un turbinio di spiriti senza speranza, o direzione.

Intanto Sandra tornava a nord, col treno delle sei.

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