LIVINGWOMEN INCONTRA GIOVELAB

Intervista Masha Mottes

Photos Lucia Semprebon

 

È uno splendido pomeriggio di inizio giugno.

Per raggiungere la destinazione e la storia di oggi seguiamo una strada che si alza sopra il lago di Caldonazzo, circondata da ciliegi colmi di frutti e rumori di campagna, fino ad arrivare a località Masi di Mezzo dove Giorgia Brunelli ci accoglie letteralmente a braccia aperte.

Da quassù la vista è un incanto per occhi e cuore. Verde e fiori ovunque, il bosco sopra e, poco più sotto, lo specchio del lago di Caldonazzo e le sue vele bianche.

Giorgia e Paolo ci aprono la loro casa e davanti a un caffè aromatizzato servito in bicchierini di porcellana Giovelab e un vassoio di ottimi macarons, ci aprono anche il loro cuore iniziando a raccontarci la loro storia.

Iniziamo a parlare della vendita on line.

Facciamo un breve discorso sui social e sul valore del tempo, soffermandoci su quanto, a volte, si rimpiange il dono della sintesi e dell’attesa. Si rimpiange il tempo in cui il telefono era solo un mezzo e non ti dava l’impressione fasulla di essere a contatto diretto con le persone e di poter ottenere tutto subito e con un click. Giovelab (Giorgia Brunelli e Paolo Lessio) è un laboratorio artigiano, si crea, non si “produce” solamente.

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Giorgia: Se vendi online il rischio è quello di non poter garantire un prodotto perfetto, soprattutto in questo mercato che è sfalsato da giganti come Amazon. (Con Amazon prime il giorno dopo si può ricevere un prodotto, mentre noi che siamo artigiani abbiamo altre tempistiche e facciamo i pacchi per le consegne una volta in settimana).

Ho avuto dei clienti molto pignoli, i dettagli, i puntini, la dimensione, la sfumatura di colore.

Abbiamo fatto una pagina dove diciamo chiaramente che ci sono delle tempistiche per gli ordini, non siamo una grande azienda, facciamo tante personalizzazioni.

L’outlet è molto ricco, nel senso che lì ci sono creazioni con piccole imperfezioni che non mi consentono di vendere il prodotto.

Paolo: Per farti un esempio a volte penso vorrei fare 4 ciotole uguali” 

Ma se tu decidi di fare quattro ciotole uguali ci riesci…?

Giorgia: Insomma, non dico uguali uguali, però simili sì. Lui è il mio partner in crime: socio, collaboratore, compagno, marito, siamo anche amici!”

Paolo: Non allargarti troppo … Siamo molto diversi, però insieme lavoriamo molto bene.

Da quanto tempo?

Da sempre praticamente, sono 21 anni che siamo insieme; però in alcuni periodi Paolo faceva più cose sue: piccoli mobili ad esempio. Paolo è specializzato nel lavorare il legno e il ferro, ci sono dei mobili in casa fatti da lui che lasciano senza fiato.

Come avete iniziato?

Come laboratorio siamo nati nel 1997, poco tempo dopo che ci siamo conosciuti. Giorgia aveva iniziato a fare un tipo di ceramica, il Raku; in quel periodo il mercato era completamente diverso, un altro millennio e quindi ci si gestiva anche in un modo diverso: facevamo mercatini dell’artigianato, poi fiere, soprattutto a Milano. Facevamo oggettistica d’arredo, quindi di tipo artistico.

Nel corso degli anni abbiamo intrapreso un’evoluzione significativa, nel senso che siamo arrivati a realizzare degli oggetti veramente belli; si trattava soprattutto di oggettistica, quindi pannelli di alluminio o oggetti di ceramica, anche di dimensioni importanti.

Poi abbiamo intuito il sopraggiungere della crisi: diciamo che abbiamo soprattutto accusato la mancanza improvvisa della classe media, che era il “target” di riferimento per il nostro mercato.

Questo ci ha portato ad una trasformazione. Nell’uso dei materiali, prima di tutto: abbiamo cambiato il tipo di argilla, passando prettamente al gres e alla porcellana. Questo perché è cambiata la produzione: siamo passati a oggetti di uso quotidiano. Per me questo è coinciso anche con la fine di un periodo, nel senso che mi ero un po’ stufata di produrre oggetti artistici, volevo spostarmi sugli oggetti di uso comune, oggetti che fanno parte della vita quotidiana.

Si sono sovrapposte le due esigenze, quella del cambiamento personale e quella del cambiamento del mercato, una fortuna incredibile a guardare indietro, ma una vera e propria rivoluzione nel contempo, perché a livello tecnico cambia tutto.

Non è che cambia solo il modo di lavorare, sono diversi i materiali, diversi gli smalti, diverso il forno, quindi abbiamo dovuto reinvestire anche a livello di attrezzature. Abbiamo iniziato da zero e prima di tirare fuori qualcosa di decente è passato almeno un annetto penso.

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Nel 2007/2008 abbiamo iniziato a produrre qualcosa di più definito, soprattutto nello stile.

Anche se a guardarlo con gli occhi di adesso lo considererei forse un po’ primitivo.

In tutti i casi penso che un artigiano non è mai fermo, c’è sempre un’evoluzione, anche nella creazione della forma, ad esempio.

Paolo è bravissimo a creare tecnicamente le dime in gesso (la matrice in gesso che si usa per dare le forme sulle quali viene applicata la ceramica).

Bisogna premettere che noi lavoriamo soprattutto a lastra la porcellana, quindi usiamo una contro forma in gesso su cui stendiamo la lastra e gli diamo la forma.

Ci fa vedere il bicchierino che abbiamo usato per bere il caffè: c’è una piccola giuntura a lato, si usa il mattarello e si lavora come se si avesse un vero impasto.

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Ci parlano della porcellana, “La bisbetica domata” la definisce Giorgia. Molto bella da lavorare, concordano lei e Paolo, ma spesso imprevedibile. Non perdona gli errori nelle tempistiche e addirittura a volte, pur seguendo attentamente procedure già provate, non dà i risultati che aveva sempre dato e non capisci il motivo, il che è molto frustrante.

Giorgia: Io mi sento spesso frustrata a livello tecnico: ad esempio oggi ho buttato via delle tazze per via del manico. Per inciso cerchiamo di mantenere gli scarti al minimo, quindi, se c’è la possibilità e la porcellana non è stata cotta, la re-impastiamo (anche se non ha più la stessa qualità, nel senso che nell’impasto emergono delle bolle e per far tornare il materiale perfetto ci vorrebbero delle macchine molto costose, quindi in genere la utilizziamo per fare pezzi molto piccoli in modo che il prodotto mantenga la qualità). Ma dove invece è cotta e l’oggetto è rotto non possiamo fare nulla.

Ci sarebbe la tecnica del kintsugi letteralmente “riparare con l’oro”; è una pratica giapponese che consiste nell’utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro, per la riparazione di oggetti in ceramica (in genere vasellame), usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti. La tecnica permette di ottenere degli oggetti preziosi sia dal punto di vista economico (per via della presenza di metalli preziosi) sia da quello artistico: ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed ovviamente irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore. Ma per ora non abbiamo ancora sperimentato anche questo.

Diventerebbe comunque un oggetto che non può andare in lavastoviglie, ha indubbiamente il suo fascino però sarebbe un oggetto da tenere lì, da non usare. Ad ogni modo non ne avremmo il tempo, che già ci manca per portare avanti altre idee. Abbiamo prototipi fermi da mesi, che la produzione quotidiana ci impedisce di concludere. Anche questo è un po’ frustrante, perché io avevo fatto una lista di oggetti che volevo realizzare a gennaio, più altre cose che sono nella mia testa. Ho realizzato ad esempio delle brocche con il tornio, ma poi quando le ho riprese, a distanza di tempo non mi piacevano più.

Giorgia ci spiega meglio la lavorazione con il tornio (ruota che gira molto veloce e dove si modella).

A gennaio ne abbiamo comprato uno nuovo giapponese, molto bello. Quello che avevo prima non invogliava molto. Questo ha una ruota stabilizzata e ora lo uso almeno una volta in settimana; è una tecnica sulla quale è fondamentale mantenere la manualità per vedere i risultati. Spesso ci lavoro per praticare solamente e faccio prototipi: non lo uso in un’ottica di produzione.

Il materiale lavorato al tornio poi va ripreso nella parte sotto, il giorno dopo. Le terre sono materiale vivo, che richiede lavorazioni a più riprese, a distanza di tempo. E’ anche questo che ci ha portato a cercare una casa che unisse le esigenze di laboratorio a quelle domestiche. Certo poi, dall’altro lato, sei sempre al lavoro. Ma è un lavoro creativo, quindi c’è sempre quella parte di piacere. Cerchiamo però di porci anche dei paletti, dei ritmi: quindi a una certa ora basta, si fanno cose più ludiche: una passeggiata, una torta.

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Quindi sei sempre stata con le mani in pasta?

Negli ultimi 20 anni sì. Anche Paolo, ma lui, che è un artigiano a 360° gradi, cura pure tutta la collezione in legno. Lì io non ci metto mano.

Il nostro è un progetto di una tavola che ogni anno si amplia un pochino di più; il nostro sogno sarebbe arrivare a realizzare il set da tavola (anche bicchieri, brocche di ceramica) al completo, mentre ora siamo arrivati a fare set da caffè, the, mestolini, cucchiaini, la burriera con il suo coltello spalmatore, piccoli taglieri per il formaggio, per la colazione. Lentamente cerchiamo di allargarci sempre di più.

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Tu ti occupi anche della decorazione?

Ora abbiamo due laboratori separati, in realtà sì passo molto tempo nella smaltatura, nella decorazione.

Prima avevamo una sola stanza come laboratorio, lavoravamo con tempi scanditi, molto organizzati e questo non è stato semplice, soprattutto all’inizio. Poi per paradosso cambiare e avere più spazio all’inizio è stato strano: ma ora semplicemente ci possiamo permettere di essere un poco più anarchici.

Per quanto riguarda la porcellana, noi usiamo quella inglese, si differenzia in qualità. Il caolino rappresenta il 95% del materiale. Noi in Italia non abbiamo un caolino di qualità: i migliori sono quelli cinesi, coreani. Però anche in Australia e Inghilterra il caolino è valido, perciò noi importiamo quella inglese ed è una scelta molto costosa.

Voi che formazione avete a livello scolastico, qual è il vostro background?

Paolo è perito elettronico e io tecnico del turismo.

Da dove arriva dunque questa passione?

Arriva. Le passioni arrivano. Poi alla fine, se tu sei fortemente determinato e coraggioso, riesci a portarle avanti. A livello scolastico le cose che mi sono servite di più sono state le lingue straniere: L’inglese soprattutto. Tutto quello che ho scritto in inglese in questi anni ho potuto farlo da me. È una grande libertà quella di poter curare da sola quella parte espressiva e di comunicazione.

Ci mostrano la tecnica con cui lasciano l’impressione del pizzo sulla ceramica, un primo passaggio. Poi ci sono l’asciugatura, una prima infornata e infine una seconda cottura. È un materiale che richiede più processi di lavorazione e una cura diluita in più riprese. Poi c’è la decorazione: le scritte, ad esempio, vengono fatte su prodotto già cotto, che poi viene smaltato.

Un lavoro così, si può definire anche terapeutico?

In parte sì, ma poi c’è tutta quella fase che si definisce “professionalizzante”: ovvero le commesse da rispettare, la produzione, il numero di oggetti. Ci sono anche parti di oggetti estremamente noiose da assemblare, ad esempio le tazze del caffè. Attaccare il manico richiede più tempo e pazienza della produzione della tazza stessa, un lavoro che ci rimbalziamo l’un l’altro. Quando poi il manico si crepa e la tazza non è utilizzabile, ti girano, diciamo.

In laboratorio decoro, dipingo, faccio i bagni di smalto… anche questa è una cosa che ho sempre amato fare, sin da quando ero piccola. Poi sulla ceramica, che è un materiale diverso sul quale lavorare, faccio cose anche un po’ astratte, delle pennellate, e uso anche i pennelli giapponesi. Voglio dire che si tratta di un tipo di decorazione un po’ particolare, alla quale ho affiancata la cura della calligrafia.

Tecnicamente stai comunque utilizzando un materiale ruvido, dove il pennello non scivola e poi fra il resto è necessario intingere spesso il pennello; quindi devi bloccare il tratto, ma se non sei veloce il colore si scarica e l’ultima parte diventa più chiara e non va bene. Insomma, varianti tecniche molto specifiche! La calligrafia è stata una cosa infinita da imparare. Ho iniziato due anni fa circa. Sembra banale ma una scritta anche corta, tipo “good vibes” ha richiesto un lavoro enorme. Prima di arrivare a quello stile e a quella fluidità nel tratto ho provata anche 100/200 volte. Quindi, quando i clienti mi chiamavano, richiedendomi variazioni e personalizzazioni realizzate in calligrafia, dicevo “no, non posso”, perché quella frase lì devo provarla centinaia di volte prima di raggiungere un risultato soddisfacente per me. Mi piace lo stile, il collegamento tra le lettere e quindi ho una serie di parole che ho deciso, provato e mi vanno bene e le propongo facendo scegliere. Do anche la possibilità di realizzare una frase ma la realizzo con la tecnica dei mini timbrini: è diverso perché lì compongo la scritta, non lavoro attraverso il mio tratto.

Diciamo che sulla calligrafia è necessario fare uno studio anche estetico: sull’armonia del carattere, delle parole, degli spazi lasciati separando una parola da un’altra o andando a capo; un equilibrio di stile tipico della calligrafia giapponese. Inoltre, usare una traccia sotto con la matita non va bene perché il tratto non risulterebbe fluido. A volte poi succede che nelle prove ho risultati perfetti e nella trasposizione non sono così soddisfatta, perché la paura di sbagliare è pazzesca: ti trovi lì e non viene bene.

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Molte delle vostre produzioni portano con sé anche dei piccoli messaggi, ci sei arrivata con un progetto preciso oppure un poco per volta?

Anche rispetto ai messaggi sugli oggetti, da sempre è una cosa mia: mi piacciono le parole, adoro gli haiku, insomma è una piccola vena poetica, un vezzo. Anche sul raku ogni tanto scrivevo.

La calligrafia è arrivata dopo: all’inizio utilizzavo i timbri e poi ho cominciato a vederne tanti in giro e ho ragionato sul fatto di volermi differenziare; quindi mi sono concentrata sulla calligrafia. Inizi seguendo dei modelli, diciamo “standard”; ma poi nel tempo viene fuori una parte di te, che cambia anche lo stile calligrafico e il tuo tratto diventa “tuo”. Qui torniamo al concetto di branding: le tue cose devono essere riconoscibili e uniche, deve venire fuori una parte di te: sei coerente, sei solo tu e diventa più difficile simulare o copiare.

La calligrafia per me è stato uno degli scogli tecnici più duri, ci lavoro da circa due anni, ma all’inizio ho fatto una fatica mostruosa. Alle volte volevo gettar via tutto e il grande paradosso, a cui ha assistito anche Paolo durante questo percorso impervio, è stata il momento in cui ho smesso di andare dietro alla traccia in matita. In quel momento sono emersa. Dopo mille prove di cui non ero mai contenta, un giorno ho detto: “adesso basta, adesso scrivo così.” ed è venuto benissimo! Lì ho capito di essermi liberata. C’è dietro tutto un mondo, che è quello della filosofia orientale: nel senso che la calligrafia è una cosa che comprende un po’ tutta la persona. Questa cosa mi ha fatto capire che dovevo intraprendere un’altra strada e ho cominciato a scrivere a mano libera. Mi facevo una bozza a matita su un foglio per avere un’idea ma poi cercavo di copiarla senza traccia e da lì il miglioramento è stato velocissimo, mentre per un anno e mezzo avevo boccheggiato nel fare questi esercizi. Nel momento in cui ho detto “okay, adesso basta quel che viene”. L’ho capito anche attraverso i maestri giapponesi: vedevo una libertà nel movimento che io non avevo e ho pensato che forse era quella la chiave. Quella è stata per me una battaglia durissima, però ora sono contenta. Adesso riesco a scrivere frasi più lunghe con il tratto più fine: su questo devo dire la pratica è fondamentale.

Ci mostra che per esercitarsi scrive sul piano di lavoro con l’acqua, che poi si asciuga e se ne va.

Facciamo una digressione sul culto della calligrafia orientale (che torna spesso quando si parla con Paolo, istruttore di thai chi). Ci mostrano anche come cambiano le tazze in fase di lavorazione: la porcellana dalla fase di lavorazione al prodotto finito ha un calo nelle dimensioni del 25% e naturalmente anche il peso cambia. Tutti aspetti tecnici che vanno attentamente valutati. La porcellana attraversa un processo alchemico pazzesco: arriva al punto di massima temperatura in cui il materiale è liquido dentro. Poi si ricompatta ed è per quello che nel materiale finito ci sono anche dei movimenti, delle deformazioni. A volte succede che si ovalizzano le tazze, succedono in realtà tante cose anche in base a come tiri la lastra. Spesso il materiale si crepa.

In questo processo produttivo ci vuole tanta sopportazione perché la delusione, la frustrazione sono dietro l’angolo. Infatti aprire il forno, per Giorgia è descritto come un momento di gioia ma anche di grande ansia.

A proposito di questo: ci sono stati dei momenti in cui avete pensato “Basta, adesso smetto!”?

Paolo: No,  è capitato di pensarlo per le cose legate agli scarsi margini di guadagno o alle politiche del nostro Paese, che non sono così protettive nei confronti degli artigiani rispetto ad altri Stati; il che è un grande paradosso, considerata anche la natura e la storia della classe artigiana e delle piccole aziende in Italia.

L’altra cosa demotivante sono gli ostacoli tecnici: ad esempio se vuoi creare una lampada ci vogliono un sacco di certificazioni che per una realtà piccola sono difficili da ottenere.

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Ci fanno vedere alcuni prodotti dove anche la figlia ha dato un contributo: frequenta la scuola Artigianelli e il catalogo dell’anno scorso lo ha realizzato lei.

Giorgia ci fa vedere fra gli scarti un piatto preso sulla misura del servizio Richard Ginori di sua mamma.

Giorgia: Lo avevo scartato perché piccolo: ma poi pensandoci ho fatto una considerazione su come è cambiato il modo di mangiare, le porzioni. C’era poco margine per le coreografie e più portate: il mangiare era mangiare e lo spazio era più ridotto.

A casa tua girava tanta porcellana?

Mia mamma aveva un culto per Richard Ginori, avevamo un servizio per le occasioni in bianco; e poi aveva un servizio di tutti i giorni, tipico degli anni ’70, sempre di Richard Ginori, ma con sopra delle margheritone colorate. Ci teneva. Aveva alcune teglie in terracotta per fare il ragù, aveva tazze inglesi da tè con decori floreali blu. Sì, credo che anche nei miei ricordi ci sia qualcosa rispetto a quella passione di cui si parlava e che viene da lontano.

L’esperienza del salone del mobile, ci raccontate qualcosa di questa avventura.

Risponde Giorgia: Allora, partiamo da quello che per noi è un concetto fondamentale. Ci piace pensare che un oggetto possa avere più usi: per una questione di sobrietà dei consumi, di risparmio di spazio. Quindi abbiamo pensato ad una serie di ciotole in gres e cucchiai in gres nero, che potevano andare bene sia per cuocere in forno che per servire l’insalata, mangiare la zuppa, la pasta. Avevano tre dimensioni.

E’ nata la serie di ciotole e di cucchiai, anche lì ci è voluto un po’ prima di trovare le misure giuste. Praticamente il motto era: “Bake, eat, serve in one bowl”. Fai la torta, dolce o salata e la metti in tavola direttamente.

Eravamo a Brera, in Via Palermo. In una settimana ho visto tanta di quella gente! È stato faticosissimo anche affrontare la mole di persone: all’inizio ero sola poi Paolo mi ha raggiunto.

Ma mi riaggancio a qualche anno prima perché vi voglio raccontare una storia. Nel 2010 ho partecipato al Fuorisalone a La cascina cuccagna; è una vecchia cascina che è stata ristrutturata ed è diventata spazio per eventi. È in zona Porta Romana, uno dei distretti culto: l’ho fatto pensando “mi lancio”, perché uno dei problemi più grossi per gli artigiani è la visibilità, non c’erano ancora i social che sono un aiuto enorme in questo senso.

Per poter raggiungere questa visibilità abbiamo investito. Là era il tempio dove passa il mondo, giornalisti designer. Ho incontrato una ragazza di cui già avevo sentito parlare, attraverso una stilyst che aveva scelto alcuni nostri pezzi per un servizio di Mariclaire Maison, uno shooting. L’amica faceva la pr per Saba italia e quando è venuta a trovarmi è nata questa collaborazione come ufficio stampa.

È nata una collaborazione: lei a casa sua teneva tutti i nostri oggetti e chiamava le stylist delle varie riviste, che li prendevano e facevano questi shooting.

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Ed è cominciato, come dire, il calvario – interviene Paolo.

Lei era esigentissima, pretendeva le presentazioni di tutto in italiano e in inglese: i cataloghi, le newsletter. E’ stato in quel momento lì che ho capito: dovevo fare un salto. Spesso il piccolo artigiano non bada a queste cose e da quel punto di vista ho dovuto metter in campo una professionalità nuova, che grazie a lei si è sviluppata moltissimo: ho imparato tantissimo.

Lei spingeva su Facebook, ma io non me la sentivo all’inizio. Quindi abbiamo aperto la pagina e la gestiva lei, ma nel tempo mi sono resa conto che ero io quella che doveva venire fuori, non lei. Capivo sempre di più che per poter rendere il tutto più coerente dovevo farlo io: era delle mie cose che si parlava.

Quindi molto timidamente ho cominciato a fare dei post. Ho imparato a fotografare in modo diverso.

Lei comunque ha curato l’ufficio stampa per quattro anni e qualcosina ancora l’anno scorso. Per cui conosceva sempre tutte le novità. Mi ha fatto entrare nel sistema delle due collezioni: ci vogliono due collezioni all’anno primavera/estate e autunno/inverno. Lei girava tutto ai suoi contatti, stylist, agenzie di shooting e poi arrivavano le richieste per fare i servizi. Alle volte arrivava un contatto nuovo, magari a New York. Quindi mi diceva “Fai, bisogna correre!”. Non sempre si realizzava qualcosa, ma naturalmente fa parte del gioco: da lei ho imparato davvero tantissimo.

Fino a quando non siamo arrivati al punto, recentemente, in cui mi ha detto: “Non ho più niente da insegnarti, tutti ti conoscono, se qualcuno vuole qualcosa ti contatta.” E questo è coinciso più o meno con l’apertura di Instagram, dove ho fatto un salto enorme in visibilità. È rimasta l’amicizia e la porta aperta se un giorno volessimo realizzare un progetto speciale.

Questo è stato per noi il cammino. Perché okay, fai delle belle cose, però altrimenti nessuno ti conosce, a meno che tu non vada alle fiere di settore ecc., il che comunque è molto costoso, e non solo in termini economici, ma di energie, pausa della produzione ecc. Adesso ci sono anche delle fiere di settore che vanno a cercare i maker bravi (che comunque scarseggiano) e propongono dei pacchetti vantaggiosi.

Però se vuoi fare il salto devi imparare a gestire tutti questi strumenti di comunicazione. Instagram poi apre una finestra anche sulle stories, così puoi mostrare il processo creativo e non solo il prodotto finito.

L’E-commerce è iniziato nel 2016 insieme ad Instagram, che è il canale principale per me, siamo felicissimi, riceviamo così tanti feed back che a volte non ci credo. Penso che sia un canale prezioso e indispensabile per tutti i piccoli artigiani, anche per quel che riguarda i contenuti ma soprattutto per l’impatto visivo che è determinante.

Il grande progetto dello shop online che per noi è un traguardo.

 

È Giorgia a gestire l’e-commerce.

Quindi la tua giornata inizia molto presto.

Dalle 6.00 alle 8.15 gestisco mail, ma se pubblico dei post richiede più tempo e comunque rispondo a tutti per la regola dell’engagement. Poi si passa alla produzione e decorazione, in più ci sono i figli, il cane, pranzo e cena e ora anche lo shop.

C’è sempre da fare: devi mantenere uno stile, una coerenza visiva, devi capire come funzionano i meccanismi. Io non sono mai stata molto tecnica in queste cose, però sono riuscita a capire bene quali sono i meccanismi. Se qualcosa non è chiaro ti informi: però bisogna superare quel blocco del “non sono capace, non è roba per me, richiede troppo tempo ecc. ecc.”

Io sono una che si impunta, mi pongo un obbiettivo e vado a testa bassa finché non lo raggiungo. Per questo dopo 20 anni sono ancora qui. Grazie anche a Paolo, che non solo mi sostiene e aiuta da sempre, ma che fisicamente si occupa della produzione mentre io seguo questi aspetti.

C’è fra loro una sintonia pazzesca, si sente che parlano la stessa lingua.

Siete sempre in sintonia sul gusto estetico?

Non sempre, dipende, dice Paolo. Ad esempio a me piacciono di più le forme tonde a lei quelle quadrate. Ogni tanto veniamo a compromessi, ogni tanto andiamo d’accordo. Nella linea in legno ci sono io, è il mio campo. Ma ovviamente il confronto è sempre giusto per la crescita.

Parliamo del legno.

Le posate in legno, ci dicono, nascono sempre da quell’idea di set da tavola completo, e dalla volontà di abbinare materiale freddo (ceramica) e materiale caldo (legno). La cultura che usa il legno per mangiare viene dal Giappone, che unisce i due elementi. Giorgia dice che la prima fonte di ispirazione per lei è il concetto di Wabi sabi, una vera e propria filosofia estetica, ma anche umana. In breve definisce che tutto ciò che è fatto a mano, unico, invecchiato dal tempo, e imperfetto è wabi sabi, il resto no. Una filosofia di vita che si basa sul recupero.

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Le parole wabi e sabi non si traducono facilmente. Wabi si riferiva originariamente alla solitudine della vita nella natura, lontana dalla società; sabi significava “freddo”, “povero” o “appassito”. Poi con il tempo i termini hanno assunto connotazioni più positive. Wabi identifica oggi la semplicità rustica, la freschezza, il silenzio, o anche l’eleganza non ostentata. Può anche riferirsi a stranezze o difetti generatisi nel processo di costruzione, che aggiungono unicità ed eleganza all’oggetto. Sabi è la bellezza o la serenità che accompagna l’avanzare dell’età. Anche la vita degli oggetti è determinata anche dalla patina e dall’usura o da eventuali visibili riparazioni.

Nonostante ci sia un rimando alla solitudine, quasi alla desolazione, questi sentimenti possono essere visti come caratteristiche positive, che rappresentano il cammino verso una vita più semplice.

Andrew Juniper afferma: “se un oggetto o un’espressione può provocare dentro noi stessi una sensazione di serena malinconia e un ardore spirituale, allora si può dire che quell’oggetto è “wabi-sabi”. Richard R. Powell riassume dicendo “(il wabi-sabi) nutre tutto ciò che è autentico accettando tre semplici verità: nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto”.

Quanto può, secondo te, trasmettere un oggetto a livello di energia?

Io credo tantissimo. A volte mi contattano clienti scrivendomi che hanno rotto la tazza e non riescono più a bere in una tazza diversa. Cioè: un oggetto parla se c’è dietro una storia. Ad esempio una tazza di produzione industriale per quanto bella e conveniente non sarà mai la stessa cosa di un lavoro artigianale. C’è un’energia che passa, l’energia di chi lavora con il cuore. Passa perfino nelle foto e poi mi scrivono “Le tue tazze dal vero sono ancora più belle!”. Eppure mi sembra che le immagini siano già efficaci. Ma quando le prendono in mano è un’altra energia che parla. Quell’altra cosa che parla: la passione per il lavoro, la cura, la ricerca.

Quando sono andata a Roma avevo un cliente che importava dal Giappone delle tazze fatte a mano. Quando ho preso in mano una di quelle ho avuto un’emozione pazzesca. La trasmette tutto: l’ergonomia, come sta dentro il tè … noi facciamo tantissimi prototipi e li teniamo con noi in casa molto tempo per capire e misurare bene questi aspetti. Anche creare tazze mug è stato un percorso lungo, c’era sempre una micro-crepa. Abbiamo studiato, abbiamo ingrossato i manici fino a raggiungere  il nostro risultato.

Un aspetto da sottolineare è la carenza dei maestri: manca tutta la parte dell’eredità del lavoro. Abbiamo fatto un corso di tornio perché sono autodidatta, ma c’è un nostro fornitore che è anche maestro e mi ha dedicato un giorno. Ci ha spiegato un sacco di cose di cui non trovi traccia da nessuna parte. Il valore aggiunto è stato pazzesco. Ad esempio ho scoperto di aver imparato a tornire alla rovescia perché ho letto un manuale che era in posizione speculare rispetto a me!

Dove è possibile trovare fisicamente materialmente i tuoi oggetti in zona?

Qui in Trentino, a Pergine presso ALL WHITE – Via Crivelli 71 – Pergine Valsugana (TN)

Tutto invece è acquistabile dall’ onlineshop GIOVELAB  

 

Giovelab  di Giorgia Brunelli
Loc. Masi di Mezzo 72
38057 PERGINE VALSUGANA (TRENTO)
contact info@giovelab.it +393479138288

logo giovelab

 

Va detto  che non sei mai profeta in patria: ci ho messo molto a vendere qui. Trento poi è stata la piazza più difficile per noi, rispetto all’Alto Adige, dove abbiamo trovato prima dei rivenditori.

Tanti mi contattano pensando che venga da fuori, un’artigiana di Milano, un’australiana

Chiudiamo l’intervista chiedendoti qual è il messaggio che ti piacerebbe dare attraverso quello che fai.

Il concetto che amo trasmettere è la sobrietà nel consumo: poche cose, però fatte bene, che abbiano un’anima e che durino negli anni. Oggetti che possano essere trasmessi ad altre generazioni.

Ai maker invece direi che sono contraria alle collezioni stagionali, che di volta in volta spazzano via quello che c’era prima. Questo vale per le creazioni di abiti di moda come per quelle di oggettistica per la casa.

Nella mia visione ogni anno c’è qualcosa di nuovo che si può combinare tranquillamente con quello che è stato fatto tre anni prima; quindi non c’è il problema che ne risulti un pasticcio. Deve essere tutto abbinabile liberamente e in maniera allegra.

E poi c’è l’idea di trasparenza: è giusto che la provenienza e la produzione del prodotto siano trasparenti. Come ad esempio con l’etichetta Who made my clothes. E questo vale anche per il prodotto cheap, che comunque racchiude un lavoro, anche se di altro tipo e con un’altra etica. Senza voler demonizzare nessuno, il consumatore ha diritto ad essere consapevole della scelta che fa. 

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