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Contro-Poetica della Liberazione/Against-Poetry of Liberation

Si avvicina il giorno della Liberazione, ci saranno certamente centinaia di post ed articoli e tutto un gran parlare di liberta’. Ma io vorrei restare con i piedi per terra, parlare di liberta’ e separazioni. Quanto ci costa essere fedeli a noi stess* ? Qual’è il prezzo da pagare? E poi: siamo davvero sicur* di potercelo permettere; tralasciando la questione postuma delle considerazioni sul se ne sia poi valsa davvero la pena? La risposta alle prima domanda ce l’ho: altissimo. E ho anche capito che c’è una forte spinta personale/caratteriale verso la ricerca/necessità di libertà.

Etimologicamente per libertà s’intende la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni, usando la volontà di ideare e mettere in atto un’azione, ricorrendo ad una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a metterla in atto. Secondo una concezione non solo kantiana , la libertà è una condizione formale della scelta che, quando si tramuterà in atto, in azione concreta, risentirà necessariamente dei condizionamenti che le vengono dal mondo reale, sottoposto alle leggi fisiche necessitanti, o da situazioni determinanti di altra natura.

Io – più dolente che volente – ho scoperto di essere per inclinazione naturale il corrispondente della seguente affermazione di  Isaiah Berlin  «L’essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla».Bell’affare. Tenuto conto che si tratti di una capacità.

Premessa: mi piacerebbe poter discutere un giorno sul grado effettivo di libertà che implicherebbero in teoria la separazione e conseguentemente il divorzio  nella vita di una donna o di un uomo: discutere su quali siano invece le oggettive conseguenze per entrambi nella vita di tutti i giorni ed in particolare nei rapporti sociali. Ultimamente mi è stato fatto notare più volte di essere stata sfuggente, di non essere stata disponibile e presente. Risposta: “Non vorrei essere giudicata per come gestisco il poco tempo libero che ho quando non ho i figli da gestire.” Ho risposto così proprio perché erano amic*. Altrimenti, fossero stati conoscenti o giù di lì, sarebbe stato facile: tiri fuori due frasette banali, ti inventi delle scuse verosimili e se la mettono via. E questo sarebbe valso anche per me. Ma con chi senti più vicino, come si fa? Va a finire che ti aspetti sempre che ti capiscano di più e loro si aspettano  lo stesso da te. Ho parlato della scoperta di questa mia nuova esigenza molto apertamente, l’ho fatto con chi ho scelto di avere attorno nella mia vita. Ma permane il timore di aver creato delle piccole crepe sulla superficie liscia delle cose. Anche se questo non significa provare necessariamente del rimorso, comporta dispiacere.

La mia vita da quando sono diventata genitore – non mi piace la  parola madre o padre quando si parla di figli in generale, esclude la presenza dell’altro genitore, dove c’è dove non c’è dove dovrebbe esserci e dove sarebbe meglio non ci fosse, gli scenari possibili signori miei potrebbero essere molteplici! –  è stata principalmente fatta di responsabilità, orari molto rigidi, sacrificio e dedizione. Dopo la separazione, il lavoro è semplicemente raddoppiato; con la gestione di 2 figli: quadruplicato. Non sono il tipo di persona che fa pesare agli altri la propria fatica, ma credo di essermi conquistata la mia piccola libertà in questi ultimi anni. Libertà dalle imposizioni sociali che qui richiedono ancora ad una donna – nonostante l’apparente liberismo – il buon matrimonio, l’avere un marito (quello buono o cattivo di solito fa poca differenza) e ci aggiungerei – idealmente – un padre. Non so esattamente cosa venga richiesto ad un uomo oggi da parte della società…ma comunque qualcosa di equivalente al maschile.

Il percorso di questi ultimi anni è stato molto complesso e tutte le scelte fatte dopo aver perso tutto quello che c’era e poi improvvisamente non c’è stato più  (la casa, la famiglia nel senso più tradizionale del termine-o almeno una parte di questa, a livello psicologico ed emotivo, il compagno, il denaro, il lavoro)  sono state importanti. Ho l’impressione che ci siano passati in molti per questa via, ma che pochi ne parlino. Ancora uno delle centinaia di taboo di questo strano Paese.

Io ho deciso di scegliere la mia libertà, ho perso tutto ma sono riuscita a conquistare quella cosa lì. La libertà di espressione, la libertà di scelta, la libertà di sentimenti, la libertà di pensiero…mi sono concessa un grande lusso, cioè quello di essere me stessa. Non è stato facile, non lo è nemmeno oggi perchè gli equilibri sono sempre molto sottili e delicati, soprattutto nelle relazioni con gli altri. Si tratta proprio di questo: non solo sono consapevole del fatto che tutto questo  faccia sembrare che io sia sfuggente: la verità – che conosco bene e sono disposta a riconoscere – è che non lo sembro, lo sono.

Ma non è un modo per svicolare, è il mio modo per avere un equilibrio che ho conquistato conoscendo un pochino più a fondo me stessa. Sono io. Ho bisogno di momenti di libertà, di solitudine e decostruzione. E me li prendo quando posso. Mi rifiuto (con me stessa, non nei confronti del prossimo) di sentirmi in colpa per questo.

Mi fa piacere che le persone che hanno avuto la pazienza di sopportarmi per tutto questo tempo desiderino ancora trascorrere del tempo con me, ma non credo di volermi scusare o giustificare perchè faccio delle cose che mi piacciono, di cui ho bisogno e che mi permettono di “starci dentro” nei modi e nei tempi che me  lo rendono possibile. Altrimenti se cominciamo a rinfacciarci fra noi quello che ci hanno rinfacciato le madri ed i padri prima, i compagni sbagliati poi – se cominciamo fra noi a non accettare le nostre diversità e la nostra libertà, il fatto di non appartenere l’uno all’altro come esseri umani – non so voi, ma io vado proprio in sofferenza.

2 thoughts on “Contro-Poetica della Liberazione/Against-Poetry of Liberation

  1. Stiamo imparando con costi altissimi a dire “NO” al femminile.
    Io credo sia un regalo anche per le nostre amiche, che non solo possono capire, ma anche iniziare a riprendersi la propria vita.
    Di certo è un regalo per le nostre figlie, se sapremo trovare il sottile equilibrio fra legittimo spazio per sè e indisponibilità.
    Sono certa che in giro da qualche parte, ci siano uomini coraggiosi capaci di vivere accanto a donne non solo libere, ma che non sono più disposte a sacrificare un briciolo di questa libertà così dolorosamente conquistata o per lo meno non nel senso più tradizionale del “sacrificio” e della “buona mogliettina”.
    Ma… ne avremo poi bisogno?!!!!!!!!!
    Beh, se passate di qua, dite la vostra, giusto per confermarci che esistete!

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  2. Reblogged this on cronichlesofmari and commented:

    Ma quanto ci costa essere fedeli a se stess* ? Qual’è il prezzo da pagare? E poi: siamo davvero sicur* di potercelo permettere; tralasciando la questione postuma delle considerazioni su se ne sia poi valsa davvero la pena? La risposta alle prima domanda ce l’ho: altissimo. Le altre risposte sono in fase di elaborazione dati. E ho anche capito che c’è una forte spinta personale/caratteriale verso la necessità di libertà.

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