E VENNE DAL BUIO UN RAV DI LUCE

Infuriano le polemiche sull’Istituto comprensivo romano (parliamo di scuole medie ed elementari per capirci) che pubblica sul sito una divisione dei dati di contesto dei singoli plessi in base al ceto economico e alla provenienza sociale degli iscritti.

In particolare sottolinea che a Monte Mario c’è il maggior numero di alunni privi di cittadinanza italiana e pure di estrazione medio-bassa, mentre a via Cortina d’Ampezzo (in un mirabile incastro di geografia classista alla Vacanze di Natale) studiano i figli della borghesia, ma anche (udite udite) i figli di chi lavora presso i figli della borghesia, nella fattispecie con le mansioni di “colf, badanti, autisti e simili”.

Parliamoci chiaro: la notizia non è certo l’esistenza di differenze socioeconomiche, né le possibili ricadute in termini di realizzazione personale.

Ed è noto a chiunque operi nella scuola che i Rav (rapporti di autovalutazione) per specifica richiesta del Miur raccolgono i dati di contesto, che spesso e volentieri sono essenziali nell’organizzazione dei piani per l’offerta formativa.

Per capirci, molto banalmente, una piccola scuola di montagna non avrà le stesse esigenze di una scuola di città. La periferia non ha i dati di riscontro del centro. Le isole hanno altre esigenze ancora, e così via. 

Trasporti, servizi, titolo di studio e certamente, occupazione (o disoccupazione!) delle famiglie di provenienza obbligano a riflessioni serie e approfondite i consigli di Istituto e i Collegi docenti.

Ma è innegabile che in questo caso, bypassando il malizioso sospetto che si volesse esercitare una qualche influenza sulle iscrizioni, delle due l’una: o qualcuno non ha compreso il senso e il valore dell’esame di questi indicatori, o ci sono enormi problemi di comunicazione all’interno dell’istituto.

In entrambi i casi la situazione è grave e anche seria: abbiamo a che fare con dei docenti e questa superficialità è veramente inaccettabile e sconcertante.

Sul classismo della scuola italiana, con le solite e dovute riserve ed eccezioni, ho già detto in passato:basti pensare alla vicenda, molto simile a questa, del Liceo Visconti, che si vantava di non avere tra i suoi studenti più di un paio di alunni stranieri e nessuno diversamente abile. E ancora: “Gli studenti del classico, per tradizione, hanno provenienza sociale più elevata. Ciò nella nostra scuola è molto sentito” gongolava la dirigente del Parini di Milano due anni fa.

In effetti i dati pubblicati negli ultimi due anni mostrano che i licei italiani sono ancora dominio dei figli di dirigenti, professionisti, docenti universitari e imprenditori (45% al Classico, dati molto simili per gli altri indirizzi,fonte AlmaDiploma). Non solo: i dati della provenienza socioeconomica dei nostri laureati non sono percentualmente molto diversi da quelli del 1963.

Personalmente credo anzi che la rilevazione dei risultati Invalsi e Ocse Pisa in genere stia rendendo la nostra scuola ancora più inaccessibile dalla secondaria di secondo grado in poi: una guerra delle iscrizioni e della selezione per figurare al top dei ranking nazionali e magari anche oltreconfine.

Ogni anno a dicembre mi prende l’ansia nella stesura dei consigli orientativi: perché so che per molti dei miei alunni si tratta di una condanna all’insuccesso già scritta prima del processo.

E apprendere è, dovrebbe appunto essere, un processo. 

Eppure sono sicura che la scuola sia rimasta oggi ancora l’unico ascensore sociale. Io ne sono la prova vivente: la mia provenienza socioeconomica come figlia di contadino con licenza elementare e di impiegata con qualifica di diploma triennale, spesso esposti al dissesto economico,non mi ha impedito il pieno raggiungimento del successo formativo e professionale. Possiamo discutere dei solidi valori che ho assorbito e delle centinaia di libri che riempivano la mia casa e la mia stanza (e che i miei genitori avevano sempre tra le mani), ma la sostanza non cambia: l’ascensore è salito. 

Invece permane quest’idea che, insomma, la massa debba lavorare: liberiamole queste orde di giovani incapaci, dal giogo dello studio. Mandiamoli a lavorare e lasciamo che i pochi valorosi soldati del sapere (meglio se coi soldi per le ripetizioni e genitori dall’acceso interventismo e dalla retorica eloquente) conquistino le vette del Paese.

Quante volte l’ho sentito? “Non tutti sono fatti per studiare”.

Non è vero: è un assunto che rifiuto, perché sono un’insegnante, non una talent scout. Non tutti sono fatti per i licei, sono d’accordo, e non tutti sono fatti per la memorizzazione, per la ragion pura, per le sudate carte. 

Ma tutti possono imparare ed è meglio che lo facciano.

Non solo meglio per loro (che comunque in quanto giovani ci dovrebbero stare a cuore): è meglio per la comunità tutta.

Non si può lamentare l’incapacità di leggere e comprendere un testo e poi mandare tutti  a lavorare, ad affrontare la vita incapaci di analizzarla, a vagare sperduti nei boschi della complessità, pronti a seguire il primo ululato di lupo.

L’elitarismo culturale produce elitarismo etico, produce inconsapevolezza, anche elettorale, produce servitù mentale e produce infelicità profonda.

Mai come in questi anni, per quanto privi delle guerre e delle catastrofi epocali passate, si è assistito a un tale grado di malessere e scontentezza.

La violenza della comunicazione e l’inconsistenza di senso (cui soggiace perfino il rav di una scuola!) sono all’ordine del giorno e rivelano come per il cittadino medio sia meno utopico credere alla vana promessa che tutti saremo un giorno ricchi, piuttosto che alla speranza che tutti saremo più felici, nel senso di sereni.

È come se il benessere sociale non possa più essere considerato un obiettivo raggiungibile, quando invece dovrebbe essere la priorità di qualsiasi governo e di qualunque istituzione, scuola compresa.

E invece la proposta della giovane leader finlandese di lavorare sei ore al giorno per quattro giorni alla settimana, a un secolo di distanza dalle conquiste sociali in quella direzione (la giornata lavorativa di otto ore in Italia è roba del 1923) è considerata stupida e viene ridicolizzata.

Dobbiamo rendere la scuola un luogo di incontro, un serbatoio di opportunità. Metterla in cima alle agende ministeriali.

Dobbiamo dare ai ragazzi gli strumenti per scegliere, per produrre e riconoscere bellezza, cioè a dire per vivere, non sopravvivere.

E dobbiamo restituirgli, in questo Occidente buio, malato e solo, un “rav” di luce.

A Don Lorenzo Milani, così maltrattato in questo cupo tempo

Approfondimento: https://www.tecnicadellascuola.it/bufera-su-scuola-classista-a-roma-stupore-e-indignazione-nel-mondo-politico-e-sindacale

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