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ho paura ho paura ho paura…

La prima volta che sono saltata da un muretto. La prima volta che mi sono tuffata da un trampolino. La prima volta che mi sono lanciata da una discesa con gli sci. La prima volta che mi hanno tolto le rotelle della bici e ho fatto il mio primo cerchio in tondo: così, senza rotelline. Tutte le volte la sensazione che ho provato, le parole che ho sentito urlare nella mia mente sono state: “ho paura, ho paura ho paura”.

Un attimo, una frazione di tempo inafferrabile della cognizione che ci fa oscillare fra la paura più cieca e la gioia, l’esultanza di attraversare la linea di un traguardo. Il tempo passa e la sensazione dentro di me di essere fragile ma al contempo dura, di non essere in grado ma di sentire di possedere una volontà di ferro che spinge verso gli obbiettivi e’ opprimente. Sono momenti che passano, insicurezze che emergono: paure che si fanno fatica a gestire. Non si può controllare tutto, non si deve controllare tutto, e spesso di certo il desiderio di farlo non aiuta a rimanere lucidi. Certe volte è come se l’energia si fosse d’un tratto diradata, dispersa, dissoluta, spirata: forse è questo quello che chiamano esaurirsi.

Due anni fa mi recai a Sant’Arcangelo, al Festival dei Teatri. C’era un’installazione enorme, a cui si accedeva attraverso una giungla di piante: videoclip, interviste, stanze enormi dov’erano esposti degli oblò in cui erano custoditi degli oggetti. Ed a fianco di ognuno una descrizione fatta da chi li aveva posseduti che spiegava il legame con l’oggetto stesso. All’esterno un sentiero composto da piastre che si illuminavano quando ci si camminava sopra. Su di ogni piastra, frasi scritte in corsivo. Ovviamente, o forse ovviamente per una persona come me che ha la tendenza a sentirsi “invasa” quando il contatto con l’altro si fa troppo intenso, non ho volutamente letto né guardato tutto. Ma ricordo una piastra in particolare, ricordo di averla anche fotografata come monito, sopra vi era scritto: “Che cosa mi è successo? Cosa sono diventato? Non avevo paura di niente ed ora non mi riconosco più”. Ricordo di essermi chiesta: Perché? Perché smettiamo di fare le cose che ci piacciono, perché smettiamo di avere coraggio, di osare, perché ci facciamo risucchiare dal conformismo, perché smettiamo di provare ad essere quello che vorremmo essere? Ma soprattutto mi sono chiesta e mi chiedo perché smettiamo di avere fede in noi stessi. Perché ci sentiamo così fragili davanti alla Vita? Perché smettiamo di attingere a tutte le prove che abbiamo superato per ritrovare la fiducia, quella fiducia che ci serve per saltare?

Saltare dentro un nuovo lavoro, saltare verso una nuova vita che vorremmo lasciando da parte la pena e l’autocommiserazione.

Oggi non ci sarebbe nessuno ad aspettarmi all’aeroporto, ma questo non significa che sarà così anche domani.

Sta in noi avere il coraggio di vivere ogni giorno come se non per forza anche il domani debba essere lo stesso oggi. Accantonare la rassegnazione. Sta in noi osare, avere sì coraggio, ma soprattutto credere. Cercare o ritrovare la fede in noi stessi.  Tutto questo sforzo certo non ci salvaguarderà dallo sbagliare, dal cadere, dallo sopravvalutare o dallo svalutare. Ma l’approccio, la voglia, la curiosità, l’entusiasmo segnano quel sottile confine fra il vivere nella paura e restare immobili, o il saltare.

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