QUELLA COSA PIUMATA

Ehi Tu…

che paura… 

Come si dice quando vuoi e NON vuoi fare qualcosa nello stesso momento, con la stessa intensità?

Sarà l’incertezza che non aiuta. Sarà la scala Mercalli emotiva che ci tormenta da marzo. 

Di solito settembre ha per me la sacralità iniziatica dei riti secolari, non questa inquietudine di fango. Non questa tremula inessenza.

Natale, Pasqua, i compleanni, gli anniversari e la scuola che riparte.

Sì, ma stavolta come? E per quanto?  

E dove la trovo la motivazione da seminare tra le lacrime d’ansia della prima e i vaffanculo masticati della terza?

Imparare.

In-parare…

“Procurarsi qualcosa dentro”. 

“Non chiedere ai tuoi figli se si sono divertiti, chiedigli sempre che cosa hanno imparato”. Chi me lo ha detto?

Imparare è una fame ed è bellissimo. 

Bellissimo quando ti capita, di più quando lo fai accadere. 

Che cosa abbiamo imparato da questa pandemia? 

Voglio dire, se leviamo la coperta della rabbia, e l’ipocrisia del tutto bene, cosa ci siamo portati via davvero?

Io penso che il valore della scuola si sia acceso come un faro. 

Che la scuola stia lì e splenda come un diamante per tutti.

Perché sì, a parole lo diciamo che studiare è importante.

Ma, sotto sotto, striscia la convinzione classista, cinica e definitiva che quello lì è meglio vada a lavorare, e con la poesia non si mangia, e altre amenità di superficie.

Invece dal mare in tempesta è emersa tutta la potenza della scuola. 

L’abbiamo sentita. Ci è mancata.

La scuola è la casa della democrazia, dove tutte le opinioni hanno un valore e se ne discute.

La scuola è giustizia, e tutto si ferma davanti a un errore, e l’errore si paga e poi ci sono nuove opportunità.

La scuola è la comunità, i legami: stare insieme, andare a prendere chi è seduto da solo, chi mangia in un angolo, chi è rimasto indietro. 

La comunità è il vero successo, il resto sono lampi brevi, piccole fiamme dell’ego: poca luce che non scalda, non arriva lontano. Non serve.

Lo so, non sempre è così. Ci sono difetti, mancanze, e sono crudeli, impuniti troppo spesso, che è la cosa più inaccettabile. 

Gli insegnanti sono persone e le persone sbagliano, ma i valori non si discutono, non ci sono dubbi a scuola.

E da quella strana finestra che sono i social ho visto passare tutte le ragioni per cui Tu di prima e Tu di terza dovete lottare con noi per stare a scuola e iniziare entusiasti e venirci felici.

Ho visto la speranza, quella cosa piumata.

Era Flora, che sorrideva da un reparto pediatrico: sorrideva sì, le sorrideva anche la mascherina, la cuffia, lo scafandro in cui era sepolta. 

Ho visto Nicola percorrere fiero altre corsie d’ospedale. 

Ho trovato una poesia sul tempo di Alessandra che dovrebbe stare nelle vostre antologie e ve la leggerò, ve la leggerò ogni settimana. 

Ho seguito i viaggi di Nicolò e Alessia. 

La speranza era negli spettacoli di Giulio e Francesco, nelle foto di Valeria, di Lucrezia. 

È  nei messaggi di Chiara e Daniele, che hanno scelto di diventare educatori e di raccontarmelo. Chiara, grazie! Le tue parole sono state una medicina.

La speranza è con Alberto e Caterina in campagna elettorale. 

È nelle torte di Aurora e nel programma di fitness che chiederò a Nicole, ma non saprò rispettare… 

Potrei continuare all’infinito, davvero: so che un giorno comprerò i vostri libri, frequenterò i vostri ristoranti, mi taglierete i capelli, aggiusterete la mia macchina e io annuirò ignorante a spiegazioni che non capirò. 

Insegnerete nelle mie stesse classi e allora perderò colore e mi trasformerò di colpo in La Prof  Grigia, e poi Bianca, una specie di Gandalf, ma più piccola, con meno barba e più parolacce.

Le mie ragazze e i miei ragazzi, quelle cose piumate…

Alcuni di loro erano già bravi. Ma in tanti hanno penato e detestato certe giornate, certe etichette, certi muri che sembravano invalicabili. 

E tutti hanno pianto in prima e masticato fanculo in terza.  

I miei ragazzi e le mie ragazze di ieri sono miniere d’oro, come voi, che siete i miei ragazzi e le mie ragazze di oggi… 

Le nostre miniere d’oro di domani.

Perciò cara Tu e caro Tu, anche se non sappiamo come, dove, e per quanto tempo, non importa. 

Parleremo con Frida, che inchiodata a un letto ha dipinto la vita, e poi è uscita e se l’è ripresa fino all’ultima goccia.

Con Giacomo, depresso e malato, ma che dei vulcani amava le ginestre e delle notti più nere il canto della luna. 

E vi presenterò Emily, che nella sua stanza/prigione ha aperto al vento e compreso la responsabilità del fiore.

Erano campioni di dolore, ne hanno fatto manifesto: così è la scuola, questo è il senso, e per questo si impara e per questo si vive.

Il resto lasciatelo a noi “grandi”: le polemiche, l’immobilismo, il non detto, le parole di troppo, le verità capovolte.

I problemi li affronteremo noi, ce ne occuperemo noi, troveremo soluzioni: ma voi intanto siate quello che siete, liberi dalle nostre pelose aspettative.

Resistete, perché passerà. 

Passa sempre. 

È passata anche l’estate…

Cominciamo, dai!

La prof

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