VINCITOR@ CALL 2020 CIME TEMPESTOSE: RACCONTO FOLATE DI VITA di Nadia Sandri

Le vincitore per questa seconda Call sono 2 a pari numero di votazioni. Questo è il racconto di Nadia Sandri ambientato in Trentino.

“Per una strana coincidenza il racconto “Folate di vita” avrebbe dovuto intitolarsi “Cime Tempestose”… Avevo pensato di metterlo almeno come sottotitolo, ma ho ritenuto che fosse un po’ troppo.” Nadia Sandri

“Dobbiamo andarci insieme, inutile cercare scuse Andrea”. Francesco rispose dopo così tanto tempo che la sua voce  era spessa di silenzio e di lacrime. E ogni lacrima aveva scavato il suo corso giù per la gola lasciandogli l’amara sensazione che il suo stomaco fosse liquido.

Ma  certo che dovete andarci insieme.

“Se aveste ascoltato i genitori, per una volta, non ci sarebbe questo problema e vostra madre potrebbe andare al cimitero e pregare là”

Ed eccolo qui il pater familias, non sopporta  che la sua idea di sepoltura tradizionale sia stata ignorata e cerca di fregare tutti tirando in mezzo la mamma, ah, quando gli fa comodo la mamma c’è sempre.

A quel punto Elvira, che era rimasta seduta in un angolo accanto alla finestra, guardando fuori  assorta, come assente, sobbalzò e quasi gridò: “Ma è la sua volontà, è stata lei a volere che le sue ceneri fossero disperse in uno dei luoghi di montagna che amava di più…” E cominciò a singhiozzare. Francesco si alzò  per abbracciarla quando vide che anche le spalle della madre sussultavano, chissà da quanto stava piangendo in silenzio e nessuno ci aveva badato. Francesco l’abbracciò, perché era sua madre e la madre di sua sorella morta.

Non è facile. Non era stato facile fin dal primo momento, poi piano piano si era tutto trasformato in un’intollerabile tortura. Non solo la malattia, anche la reazione di Yuri, il mio compagno-fidanzato-amico-nulla di tutto questo. Già mentre mi rassicurava promettendomi che mi sarebbe stato vicino, in realtà stava strisciando indietro. Strisciare, il verbo giusto per un verme.

Elvira disse: “Malga Flavona le piaceva tanto – risatina tra le lacrime –  una volta mi disse di essere andata lassù con un fidanzatino e di essere rimasta nuda con lui sull’erba bagnata alla luce della luna.” “Chi era?” chiese il padre. Andrea alzò le spalle: “Solo un matto fa una cosa simile, se fosse rimasta con quello …” Francesco si inserì con foga, forse troppa: “Se fosse rimasta con uno che di sera cammina nel bosco con te mano nella mano per arrivare a Malga Flavona, tra i mughi, con le montagne intorno  e il cielo infinito a fare da cupola, beh, credetemi, uno così non l’avrebbe mai mollata su di un letto d’ospedale con poche settimane di vita.” Si udì un gemito. Questa volta la madre cominciò a piangere rumorosamente. Il padre le diede una pacca sulla spalla.

Quasi quasi mi offendo, Elvira, la mia confidente, ha raccontato uno dei miei ricordi più intimi. Se  papà sapesse con chi ero e quanti anni avevo… Mi scappa da sorridere. In realtà non so se quel dolce ragazzino, inesperto della vita, ma  con tanto sentimento dentro, si sarebbe comportato diversamente da Yuri. Su Yuri contavo, lui mi diceva sempre che i suoi affetti più cari per lui erano sacri, il padre, la madre, suo fratello ed io, naturalmente. Avrei dovuto capirlo da come aveva gestito la malattia di sua madre, vicino, ma non troppo, bene attento a non lasciarsi coinvolgere più di tanto. Gli indizi per conoscere una persona si palesano dopo poco tempo, siamo noi che riusciamo a leggerli solo a posteriori.

“E poi a Malga Flavona ci si arriva solo a piedi” sbottò Andrea. “No, anche con gli sci, mai sentito parlare del Giro del Grostè? Possiamo andarci d’inverno se non vuoi camminare…” lo canzonò Francesco.

Per fortuna c’è Francesco, smorza i toni, riporta un po’ di ragionevolezza, contraddice Andrea.

“Insomma, ci sarà pure un posto che le piaceva in cui si arriva in funivia, seggiovia, bidonvia…” 

“No – Elvira ribatté decisa – deve essere un luogo che dobbiamo conquistare, che dobbiamo raggiungere con un po’ di fatica, ma soprattutto dobbiamo fare insieme quest’ultima passeggiata in mezzo alla natura con lei. Per lei.”

L’aria estiva si stava facendo bruna. I tre fratelli e i genitori seduti accanto al tavolo non avevano voglia di mangiare, le settimane di agonia, la morte, e il giorno precedente, quello del  funerale, li avevano asciugati dentro, lasciati senza energia, come vestiti improvvisamente troppo larghi che coprono la nudità del dolore. E anche ora parlare di cibo sarebbe sembrato sconveniente, irrispettoso… Ma la vita va avanti. Andrea si alzò silenziosamente e mise a bollire una pentola d’acqua. Elvira lo guardò e poi andò a cercare un sugo nel freezer. I genitori si scambiarono un lungo sguardo. La madre sospirò e mormorò: “Nel paese di mia nonna, nel sud, quando moriva qualcuno il fuoco non poteva essere acceso per tre giorni, così i vicini cucinavano e portavano cibo per tutti, molto più di quanto fosse necessario …” “Mamma, chissà se lo fanno ancora, e poi qui siamo al nord, non ti preoccupare, è fuoco anche quello dei lumini sulle tombe…” Francesco si interruppe di colpo e la mamma si rimise a piangere. Il padre sbottò: ”Ma insomma, già è una tragedia perdere una figlia così giovane, vederla soffrire nel corpo e nell’anima, e voi negate a vostra madre anche la consolazione di poterla visitare al cimitero. Cosa farà povera donna, metterà un lumino davanti ad una foto su una tomba vuota?”

Cari, cari mamma e papà. Proprio non capiscono che voglio tornare nella natura in una nuova forma, in un luogo che per me ha tanti ricordi, risuona di voci, sorride di visi, è poesia. E voglio che siano i miei fratelli a portarmici,  loro, così diversi, avranno l’occasione di stare davvero insieme solo lungo i miei sentieri, camminando, respirando aria pura, bevendo acqua e sambuco, non in modo formale e rigido come nei banchi di una chiesa. I miei genitori non capiscono che nella disperazione di lasciare questo mondo, mi sono aggrappata al sogno che se le mie ceneri saranno disperse lassù, in qualche modo tornerò ad essere, ad esistere, a respirare con il vento, a gelare con la neve, a sciogliermi con il sole, a giocare a nascondino con le ombre e con le luci. Non posso pensarmi chiusa al buio per l’eternità.

Francesco apparecchiò la tavola per sei.  Andrea fu sul punto di dirgli che si era sbagliato, che sarebbero stati solo in cinque, che non aspettavano nessuno, poi capì, abbassò il capo e tacque. Anche lui, Andrea, il fratello scontroso, chiuso, talvolta arrogante, aveva sofferto atrocemente vedendo la sorella smagrire, rimpicciolirsi, sbiadire, ridursi a due grandi occhi scuri, ma era stato in disparte, presente e silenzioso. Elvira le era stata vicina fin dalle prime avvisaglie del male, le analisi, i dubbi, gli approfondimenti, il tempo che diventava denso, il verdetto. Elvira aveva aiutato la sorella a lottare, a lottare contro le diagnosi infauste, a lottare al di là di ogni ragionevole speranza, ad aggrapparsi alla vita, a continuare a credere che i sogni si avverano e i miracoli avvengono. Erano andate insieme a scegliere  una parrucca, di capelli veri, dono di una associazione di volontariato. Avevano anche riso quel giorno, scherzato sulla possibilità di un drastico cambio di look, immaginando l’espressione dei genitori davanti ad una figlia malata e punk. Poi Yuri se n’era andato, no, non con un’altra, da solo, per vigliaccheria, per debolezza, perché non aveva avuto il coraggio di condividere la speranza là dove speranza non c’era. Ed Elvira aveva capito che la magica bolla di vita era scoppiata e che un grande vuoto stava risucchiando la sorella, prima lentamente, poi ad una velocità devastante. Francesco, il fratello saggio, il fratello grande, anche se era il più piccolo, si era diviso tra la sorella e i genitori. Il padre aveva provato a sminuire la cosa, la scienza oggigiorno… Poi aveva visto la figlia spezzata, non dalla malattia, ma dall’abbandono, e aveva capito che quella battaglia l’avrebbero persa tutti. La madre non aveva mai avuto il dono, o la tortura, della speranza, si era chiusa dietro un muro di lacrime, si era ingrigita, non aveva più messo gli orecchini, non si era più guardata allo specchio, non aveva nemmeno reagito alla fuga di Yuri: sua figlia stava morendo, sua figlia sarebbe morta prima di lei. 

I miei genitori respirano, si muovono, papà bofonchia e brontola, ma ormai loro vivono una vita non vita. Forse uno dei miei fratelli avrà un bambino e allora magari si riprenderanno il sorriso, magari il papà correrà ancora nell’erba alta e canterà di nuovo. Forse. Mi si spezza il cuore vedere tutto il dolore dei miei cari, vedere la tavola apparecchiata e la mia sedia vuota che sarà riempita dalla loro disperazione. Vorrei tanto che capissero perché ho scelto di volare nel vento di Malga Flavona: da lassù potrò seguirli con l’aria frizzante, accarezzare i loro visi, ballare il valzer. Ogni volta che una folata li abbraccerà sarà come se li abbracciassi io. Sono certa che un giorno anche mamma e papà comprenderanno, anzi, saranno sollevati nel pensarmi nella nebbia dei canaloni e nelle nuvole attorno alle cime anziché ai loro piedi, sotto un  metro di terra pesante.

Si sedettero a tavola. Andrea borbottò qualcosa, poi con voce più chiara disse: “Magari potremmo portarci il sacco a pelo e stare su a dormire, no?” Francesco gli sorrise, Elvira si sporse e abbracciò quel fratello orso, gli occhi di tutti luccicavano. Il padre si alzò in piedi e propose un brindisi. Quando  i bicchieri si toccarono e gli sguardi si incrociarono il padre esclamò, rivolto alla sedia vuota: “A te, perché nel nostro cuore la morte non esiste!”

Nadia SandriNanno, giugno-agosto 2019

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