FUTURA E POSSIBILE

(Like an ocean we rise)

La vicenda della giovane Greta Thunberg e dei Fridays for Future non è stata solo un’iniezione di adrenalina per la coscienza collettiva, a dispetto delle (poche per la verità) voci velenose che hanno cercato malignità e dietrologie dove sembrava impossibile trovarne.

È stata un bagno di realtà per questo tempo di cannibalismo virtuale: il web ha finalmente funzionato come tale, portando migliaia e poi milioni di persone a prendersi per mano. A entrare in contatto davvero nel nome di un rischio che mai come oggi è apparso concreto.

È di qualche giorno fa l’intervista di Masha Mottes alla dottoressa Tomasi apparsa su livingwomen.net , in cui si denunciano i rischi di alienazione connessi a internet e ai videogames, che coinvolgono allo stesso modo adulti e giovanissimi.

Con meccanismi diversi però: i ragazzi, barricati nelle loro stanze, rischiano di non sviluppare quella rete neuronale per cui il loro cervello è predisposto, ma che non si attiva senza l’esperienza dell’esplorazione, del contatto umano, della sofferenza, della meraviglia. Del dolore e dell’amore. Senza l’esperienza dell’avventura: sentieri, cadute, nuotate, sabbia e primi baci. Scazzottate, sbornie colossali e risate da piegarsi in due. “Ti odio” e “Ti amo” urlati con indicibile convinzione e abbracci.

Non è tenendoci per mano che salveremo il pianeta: ma è così che ci siamo resi conto che abitiamo tutti qui e che qui non è più un bel posto.

Una ragazzina seduta per terra ci ha parlato di questo olocausto ambientale, come 70 anni fa un’altra ragazzina, Anne Frank, ci descriveva con lucidità un altro olocausto, certa che quell’orrore si poteva superare.

E dieci anni fa ancora una ragazzina, Malala, si faceva sparare perché il mondo si fermasse a sentire che studiare è un’opportunità nonostante tutto.

Non è un caso.

Non mi metterò bistecche da un chilo sugli occhi evitando di guardare ciò che combatto ogni giorno da quando ho messo piede in una scuola come insegnante.

La frenesia, la disattenzione, l’iperattività; oppure l’apatia, le aule come prigioni e i compiti come torture. L’incapacità di vivere frustrazioni, fallimenti, rifiuti. Gli anni che passano a imbuto, fino a quando i ragazzi non ne hanno 16 e scatta la dispersione, alla quale non c’è rimedio se non a prezzo di sacrifici tremendi, inaffrontabili per i più. Ragazzi deboli, figli di adulti deboli. Troppe perdite.

Ma per una volta, una sola volta, vorrei invece mettere il focus sul bene.

Insomma, io lo vedo sempre il bene, ma non sempre riesco a farlo vincere.

Invece stavolta è successo.

Anche altre volte, ma stavolta di più, perché è un bene collettivo, filosoficamente platonico, politico.

Mentre ripercorrevo con i miei studenti i rischi connessi al riscaldamento globale, di cui sono sicura hanno già sentito parlare fino alla nausea in sette anni di scuola, sentivo che era diverso.

Il silenzio denso, il terrore palpabile, la consapevolezza che cresceva: e tutto questo non certo per merito mio, ma di una certa Greta, di Stoccolma, con le sue iconiche trecce e l’impermeabile per la pioggia.

Abbiamo bisogno di eroi. Abbiamo bisogno di leader. Succede da quando l’uomo abita questo pianeta. Può darsi che sia anche sbagliato. Può darsi che gli eroi rendano tutti gli altri gregari o gregge. Qualche volta branco. Però abbiamo bisogno di esempi e l’esempio di questi ragazzini difficilmente può essere fagocitato da qualche sigla o da lobby di qualsiasi tipo, almeno nell’immediato. È troppo pulito.

E infatti i partiti che si sono uniti al Global Climate Strike lo hanno fatto sommessamente, in disparte, con vergogna e (quasi) con ammirazione. In ogni caso la scena se la sono presa i ragazzi.

Insegnare significa letteralmente “lasciare un segno”, lasciare una traccia: e credo che questo sia stato davvero uno di quei famosi “compiti di realtà” che la pedagogia contemporanea tanto sponsorizza.

Il coinvolgimento con il quale i ragazzi hanno affrontato prima la riflessione e poi la decisione su cosa fare attivamente per questa causa, ha avuto l’effetto di una magia. Nessuna intemperanza, nessuna fuga mentre organizzavamo il contenuto dei messaggi da diffondere, la grafica, le mascherine come metafora di un mondo che soffoca. Chi passava i cartelli, chi sceglieva la sequenza. Chi volantinava e distribuiva ai passanti le “regole per salvarci”. O le attaccava alle macchine nel parcheggio. Chi faceva compagnia a S, temporaneamente in sedia a rotelle. Chi consolava un’amica perché la vita nel frattempo continua e non sempre è generosa.

E poi il corteo, colorato, rumoroso, forte. Più bello e forte di qualsiasi youtuber o delle pagine Instagram.  Un’onda futura e possibile.

Insomma i ragazzi sono usciti dalla camera in cui ci è comodo vederli rinchiusi: domani torneranno lì. Forse due ore dopo erano già lì. Ma sono stati “fuori” e ora sanno che un fuori c’è e deve essere invaso. Custodito.

Sanno che rinunciare alla Terra è rinunciare alla realtà; che i fucili di Fortnite non distruggono né i rifiuti né il senso di inferiorità rispetto a un pianeta che ci può eliminare con uno starnuto.

Io penso che lo sappiano.

E noi?

Vedremo.

Intanto, per oggi…

Vince il bene.


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