LIVINGARTISTS incontra JÖRG ZEMMLER

Jörg Zemmler vive tra Vienna e Siusi (Alto Adige), e lavora in modo interdisciplinare e sperimentale. Nato nel settembre del 1975 a Siusi, frequenta più tardi l’università di Inssbruck. Si trasferisce poi a Vienna dove nel 2006 è stato il vincitore del concorso per le canzoni di protesta Fm4, campione austriaco del poetry slam nel 2009 e nel 2013 ha vinto il premio Ö1 “Hautnah”. Nel 2015, è stato pubblicato dalla casa editrice indipendente  Klever (Vienna) il suo libro di poesie “papierflieger luft”. Sempre nel 2015 esce l’album  “Own Standards” del duo musicale pop-elettronico di cui fa parte: i Sunday Bob.

Da pochissimo è uscito il suo ultimo lavoro, Airplay. La presentazione del cd con installazione il 6 febbraio scorso alla Galleria Prisma della Südtiroler Künstlerbund di Bolzano. Si tratta di un cd con un’unica traccia di 36 minuti, concepita come un viaggio, qui accompagnata da un’installazione di suoni ed immagini all’aperto molto suggestiva. Tecnicamente i programmi per computer elaborano e proiettano via beamer l’immagine live catturata dalla webcam in cui l’elaborazione e l’astrazione dell’immagine fanno essenzialmente riferimento al suono del cd di airplay in riproduzione.  Anche l’immagine di una candela accesa accanto al pc viene rielaborata dal programma ed inserita nella proiezione. Fa molto freddo, ma l’atmosfera è davvero raccolta e gradevole nell’androne esterno alla sala di esposizione; sotto alle volte bianche del palazzo c’è anche un piccolo banchetto con del vin brulè. Jörg inizia accogliendoci con una bevanda calda e confortante, leggendoci sotto ad una stufa aerea per esterno qualche poesia tratta dal suo libro papierflieger / luft

joerg zemmler
Jörg Zemmler artista, poeta e musicista, vive tra Siusi (BZ) e Vienna (A)

Ci siamo conosciuti ‘per caso’, io e Jörg Zemmler, come spesso mi è capitato in passato con i protagonisti delle interviste. Sono sempre più convinta, con il passare dei miei anni, che non si tratti affatto di casualità, ma piuttosto di sincronicità. È stato lo psicologo Carl Gustav Jung a coniare il termine *sincronicità. Un’ esperienza sincronica di solito si presenta nelle nostre vite quando meno ce l’aspettiamo, ma nel momento esatto, cambiando a volte la direzione delle nostre vite o comunque influendo sui nostri pensieri. Si può trattare del cogliere delle piccole conversazioni, di una canzone, di un libro, di un viaggio, un articolo di giornale. O, appunto, di incontri apparentemente fortuiti.

Forse quella della sincronicità è una delle tante leggi universali che non potranno mai essere dimostrate con troppa certezza, ma la cui esistenza ha toccato la vita di molte persone. Ed è questa probabilmente la vera ragione che nonostante tutto rende questa teoria ancora oggi affascinante. 

(*sincronicità: “Un’intima connessione tra l’individuo e l’ambiente circostante, che in determinati momenti esercita un’attrazione che finisce per creare circostanze coincidenti, tendendo ad un valore specifico per le persone che la vivono, un significato simbolico.”)

  • Jörg , mi vuoi raccontare la storia di Jörg  Zemmer che diventa Jörg Zemmler? O/e viceversa? E’ una scelta casuale o c’è un che di pirandelliano?
  • La storia del nome è che mi trovavo ad Innbruck, circa nel 2001. Avevo una band che si chiamava Abendroth, e sul volantino del concerto hanno scritto il mio nome sbagliato, Zemmer  aggiungendo la L è diventato Zemmler. Da lì il mio compagno di band ha iniziato a chiamarmi così. E a me non piaceva per niente. Poi invece con il tempo la cosa ha iniziato a piacermi, anche perchè a me piace cambiare. Anni dopo ho avuto l’idea di andare alla banca e di depositare una nuova firma: scrivere Hans Huber e dire al funzionario ‘okay adesso questa è la mia nuova firma. C’è scritto Hans Huber ma vuol dire Joerg Zemmer.’  Ancora non l’ho fatto ma mi piacerebbe provare a farlo prima o poi.
  • Sarebbe curioso vedere la reazione della banca…
  • Sì, bisognerebbe andarci con una telecamera.
  • Quindi questo cambio di nome è nato da un gioco, da un errore.
  • Gli errori danno possibilità. Ci sono errori buoni e ci sono errori cattivi. Quelli buoni si possono tenere, e magari anche ripetere. Può nascere qualcosa di nuovo a cui non avevi pensato. E c’è anche la “teoria del caos”: bisogna lasciare la libertà di lavorare al caos.
  • Hai sempre avuto questo approccio alle cose, alla vita, di lasciare lavorare gli avvenimenti oppure è una cosa che è arrivata dopo?
  • Non lo so. Nell’arte che ho fatto, secondo me con il tempo ho lasciato sempre di più spazio a quello che può succedere, all’improvvisazione. Anche nella musica. Quando avevo 20 anni c’era solo un modo giusto per suonare una canzone. Ma oggi per me un giusto non c’è più. Ed anche nelle mie serate di lettura prima facevo molti più programmi su che cosa avrei letto. Adesso vado e vedo che tipo di gente c’è e scelgo cosa leggere sul momento.
  • Ho trovato molte cose ‘tecniche’ su di te e su ciò che fai, ma ho avuto difficoltà a trovare qualcosa che parlasse di come e perché tu ti sia avvicinato al mondo artistico, mi piacerebbe chiederti se ti va di parlarne, come ti sei reso conto della tua necessità/spinta a creare ed a comunicarla… a quale età hai iniziato a ‘sentire’ tutto questo mondo che hai dentro e ad esprimerlo?
  • Per me ci sono due momenti: il primo è stato in terza elementare dove la maestra di italiano ci ha fatto fare degli sketches. Io ne ho fatto uno divertente con Sibylle ed eravamo molto bravi, agli altri piaceva. L’altro momento è stato quando avevo 20 anni, eravamo al pub di Siusi con Uwe e lui ha detto “Voglio fare una band”. Io ho risposto “Non so suonare niente, ma se ti va io ci sto”. E da lì ho incominciato, e non ho più smesso. Ho cominciato a suonare il basso, poi anche a scrivere testi. Ad Innsbruck poi ho conosciuto una persona che redigeva una rivista di letteratur, gli ho raccontato della band e che scrivevo i testi, lui mi ha detto di dargli qualcosa che magari poteva andare bene per essere pubblicato. E così è stato, e questo mi ha fatto molto piacere. Fino a lì io non sapevo che cosa volevo diventare da grande – ma lì ho trovato una cosa che proprio mi piaceva: scrivere cose che poi rileggi e ti dici ‘questo mi piace’. E poi se la legge qualcun altro e piace pure, meglio. E così sono partito. Facendo musica, scrivendo, provando a combinare tutte e due e poi anche con il video, poi le installazioni… l’esperimento è quello che mi piaceva. Creare cose nuove.
  • Però l’ hai capito a 20 anni. Prima non ci avevi mai pensato
  • Capito no, da lì ho incominciato. Prima scrivevo piccolissime cose, ma più per me: delle poesie a 16 anni quando la prima ragazza mi ha lasciato, oppure quando c’è stata la guerra in Iraq che per me è stata una cosa molto brutta, o quando è morto Freddy Mercury. Ma è ai 20 anni con la band che ho iniziato. Avevo appena iniziato a studiare ad Innsbruck all’Università (Joerg ha iniziato gli studi con storia e poi ha portato a termine la laurea in Scienze Politiche ndr) e per via della band ho lasciato anche la squadra del paese. E così ho anche lasciato tutti gli amici del calcio da un giorno all’altro, senza dire nulla a nessuno, per fare musica… Ero pure il capitano.
  • Ma loro hanno capito cosa ti era successo? Il perché te ne sei andato così all’improvviso?
  • Non ci ho mai più parlato, dopo. Uno di loro con cui andavo particolarmente d’accordo mi ha incontrato un anno fa e mi ha detto che ci era rimasto male. Eravamo anche abbastanza bravi, a 13 anni eravamo i campioni dell’Alto Adige.  Io a quei tempi non ci ho pensato. Però poi riflettendo mi sono reso conto di aver lasciato anche un gruppo di amici di 10 persone. Non deve essere stata una cosa simpatica dal loro punto di vista.
  • Parlando di te bambino, ti sei accorto già allora di avere una particolare sensibilità, di vedere e sentire le cose in un altro modo? Ti sentivi o ti facevano sentire comunque un po’ diverso dagli altri bambini?
  • Quello sì, però non capivo il perché. E poi fino ad oggi non sono sicuro se sono diverso o se invece ho avuto solo fortuna quando quel giorno Uwe è venuto a chiedermi di fare la band; o quando quel tale mi ha detto ti pubblico i testi… è successo a me e non ad un altro, quindi forse è stata fortuna.
  • Ma tu hai detto di sì, quindi forse era anche qualcosa che era già lì dentro di te. Altrimenti avresti continuato a fare il capitano ed oggi avresti le ginocchia rotte con una carriera in terza categoria… (ridiamo)
  • Un po’ forse sì, c’era già. Però sapevo anche di non essere bravo.
  • Sapevi o pensavi?
  • Mi facevano sapere.
  • Chi?
  • Gli insegnanti. Per esempio. Ricordo che cantavo in un coro di bambini, ed era arrivato il Natale. Tutti noi del coro eravamo in chiesa e la maestra venne da me e mi disse: ‘Ti dispiace se non canti? Potresti muovere soltanto la bocca mentre gli altri cantano.’ Bruttissimo per un bambino. Quello ti rimane in testa: TU NON SAI CANTARE. E fino a 20 anni non ho più cantato. Poi piano piano con la band, però queste cose…
  • Sono cose che ti segnano tanto, soprattutto da bambino. Ed anche il non essere compresi. Parlo anche per me, che sono nata e cresciuta in un piccolo paese del Trentino. E’ più difficile.
  • Sì, e anche la cosa dell’arte stessa. Primo, non c’è arte in un paese. E secondo, quello che ti insegnano a scuola pensi che non abbia niente a che fare con te. E così la possibilità di fare tu dell’arte è così remota che diventa una cosa dell’altro altro altro mondo. Non ci pensi neanche.
  • Certo. Ed oltre a questo ricordo anche che anche altri bambini che avevano delle predisposizioni artistiche non venivano per niente considerati, figuriamoci valorizzati. Quindi oltre a non considerare l’arte, non viene nemmeno preso in considerazione che un bambino/a che si esprime in modo diverso possa magari avere una predisposizione artistica. Anzi viene detto di stare zitto, che sei diverso oppure di comportarti ed esprimerti come gli altri – adesso forse meno, ma noi parliamo degli anni 80. Te ne devi accorgere da solo nella maggior parte dei casi, se sei abbastanza fortunato da accorgertene, che ti può piacere qualcosa che è diverso da quello che fanno gli altri. E non si va a vedere niente di quello che c’è dentro a questi bambini.   
  • Vero. Non viene chiesto perché uno è diverso. Viene solo constatato. E, in generale, viene detto: così non va. Questo ancora oggi. E poi, sempre pensando all’arte, non so se io ho scelto l’arte oppure se – pensando a tutto ciò che si può fare nella vita – è l’unica cosa che sia rimasta che sia okay. Le altre cose per me non lo sono. Mio papà avrebbe voluto che facessi l’insegnante di sci d’inverno e il bagnino d’estate. Ma forse era quello che avrebbe voluto fare lui. Quando sono andato a studiare storia a Innsbruck ho sempre detto che avrei voluto fare l’insegnante o il giornalista, ma sapendo che non lo volevo fare. La gente vuole sempre sentirsi dire che fai una cosa perché poi farai quel certo mestiere o quella certa carriera… ho studiato forse anche per non andare a lavorare, perché ho iniziato a lavorare ad 11 anni in estate. Che secondo me è troppo presto: così arrivi a 18 anni che hai già studiato e lavorato. Io non credo che questo vada bene. A 18 anni sei ancora metà bambino, i bambini vanno lasciati stare, devono imparare a giocare non a ‘guadagnare soldi’. Quello poi lo dovrai fare per tutto il resto della tua vita adulta.
  • Tornando alla tua arte, in airplay (2018) il tuo mi è parso un approccio molto ‘cerebrale’ nella produzione del suono; mentre nella tua poesia – mi riferisco a papierflieger / luft (2015) – ho trovato invece ci sia un approccio molto ‘emozionale’. Vorrei sapere prima di tutto, se è così. E poi come convivono in te queste diverse inclinazioni, apparentemente così lontane.
  • Per me le due cose non sono molto diverse perché le poesie in papierflieger / luft secondo me sono come degli spruzzi,  che poi il lettore o la lettrice devono interpretare. E stessa cosa con la musica di airplay. Credo che forse  la musica di airplay sembri più cerebrale perché quel modo di suonare è più fuori dal comune delle poesie. Il problema delle poesie è che sono parole, e si possono scrivere solo in un modo. Altrimenti non ti fai capire. Ci sono anche le poesie astratte, che hanno fatto i dadaisti, quello forse va più verso airplay.  In papierflieger / luft sono parole che c’è la convenzione, per questo forse è più facile da capire.
  • Quale dei due progetti ritieni più immediato?
  • Penso che airplay sia più immediato, perché è una lingua che non bisogna capire. Se hai una poesia di cinque parole, capisci cinque parole e poi capisci forse il senso di quello che tu fai. Qua ci sono i suoni, e non c’è da capire: vai direttamente nel contesto.
  • Hai vissuto per molto tempo fuori regione, in particolare a Vienna. Il tuo rapporto con il territorio come lo vivi oggi?
  • In generale direi che non c’è grande differenza tra Vienna e l’Alto Adige, perché c’è lo stesso sistema di vita, che è quello del capitalismo e della proprietà privata: tutto appartiene a qualcuno e se vuoi andare da qualche parte devi sempre chiedere il permesso, altrimenti  se ci vai ti buttano fuori. E devi sempre fare qualcosa per prendere soldi, per poi poterti comprare le cose che ti servono per la vita. E’ uguale. Ci sono posti nel mondo dove magari è un po’ diverso; forse un po’ in Cina. Oppure in Nord Corea, dove probabilmente è brutto, non lo so. Ma poi più o meno dappertutto è uguale. Vienna è diversa perchè è una città; a me piace spostarmi con i mezzi pubblici e il bello a Vienna è che vanno anche di notte. A Siusi no. Questo mi fa sentire un po’ bambino, perchè quando esco a Bolzano devo rientrare con l’ultimo autobus delle 20,00: che devi andare a casa non te lo dice la mamma, ma te lo dice l’autobus – questo mi scoccia ed è un limite. A Siusi posso fare forse una serata di lettura una volta l’anno. A Vienna ci sono un milione e settecentomila persone,  sicuramente là puoi fare di più. A Siusi molta gente paga molti soldi per andare a vedere la natura, ma io sono cresciuto là, conosco tutto, non mi fa effetto. E poi proprio quegli amici che avevo del calcio che avevo non ci sono più, primo perchè io me ne sono andato e poi perchè hanno fatto famiglia, o lavorano e non si trovano più. In generale trovo poca gente interessata all’arte. Ci sarà anche, ma devo ancora conoscerla. Devo vedere, devo provare ad integrarmi.
  • Strano però integrarsi a casa propria… Ti senti un po’ isolato a Siusi?
  • Sì molto. Ma questo lo sentivo anche quando giocavo a calcio… devo dire che sono anche un po’  difficile io però. Sono molto esigente e molto testardo. Forse è  anche un po’ colpa mia se non riesco a farmi nuovi amici. (ride)  Devo anche dire che non sono del tutto tornato. Torno sempre a Vienna, d’estate sono stato in Germania… Adesso ho appena presentato il cd con installazione a Bolzano e dovevo stare qui, ora sto pensando di andare un mese a Vienna o da qualche altra parte. Credo che se poi vado torno anche volentieri. E ora sento che devo andare.

 

  • #airplay è il tuo ultimo lavoro, che hai presentato lo scorso 6 febbraio alla Suedtiroler Kuenstlerbund di Bolzano con una installazione artistica. Si tratta di una traccia sonora di quasi 37 minuti, accompagnata da immagini che vengono create da un programma a computer e proiettate all’esterno – in cui i programmi per computer elaborano e proiettano via beamer l’immagine live catturata dalla webcam. L’elaborazione e l’astrazione dell’immagine fanno essenzialmente riferimento al suono – vorrei chiederti quindi che significato hanno per te rispettivamente parola – luce – suono? 
  • Come detto prima, la parola è una cosa fissa. Ha un certo significato e non si può cambiare. Combinata con altre parole, in relazione ad esse, il significato può cambiare. Ed è una cosa molto forte anche credo. La luce si usa come si usa anche il suono. In questo contesto di arte per me suono e luce sono sorelle. Sono più astratte delle parole e per questo non devono passare dalla testa, è un sentimento che ti può venire. Anche le parole lo sanno fare, però devono passare per la testa, e ci mettono un po’ di più. C’è il filtro del pensare.
  • L’ermetismo che ho percepito in airplay (inteso come linguaggio ridotto all’essenziale, anche nei suoni) può avere un  legame con  l’ermetismo che c’è nella poesia di papierflieger / luft –  cioè a dire: esiste un processo di decostruzione  e di trasformazione in un tuo linguaggio più personale che accomuna i due progetti? Questo legame io lo ho individuato nella tua ricerca di sperimentazione di nuovi linguaggi. Si può dire che sia così, nella parola e anche nel suono?
  • Ci sono artisti che hanno provato una cosa e la riproducono sempre, anche per tutta la vita. Si può fare, però questo a me non interessa. Magari un giorno, però adesso no e neanche prima mi interessava. E questo del sempre di meno sì, sono in una fase del di meno; sia con papierflieger / luft che con airplay. Cercare di dire meno per avere più spazio. …Continuità sì. E devo dire che ci ho messo tanto a trovare questa continuità. In un primo momento avevo pensato di provare a fare delle tracce elettroniche che si potessero anche ballare e poi portare nelle discoteche, e metterci sopra i testi di papierflieger / luft. Il concetto ancora mi piace, però lo trovavo sbagliato proprio per la continuità: quello era prendere le poesie e metterle da un’altra parte. Con airplay ho trovato l’ambientazione giusta. E’ un po’ come per il leone: lui abita in Africa nella savana, e se lo metti da qualche altra parte muore. Lo stesso per papierflieger / luft ed airplay. 
  • airplay è un viaggio, ce lo siamo detti più volte. Tu vorresti che fosse un viaggio personale e per ognuno diverso, per coloro che si mettono in contatto con il cd? Oppure per te rappresenta qualcosa di già definito? O entrambe le cose? Se il filo conduttore è il di meno, esiste una continuità, una contaminazione (consapevole o inconsapevole) fra i due progetti ?
  • L’album di per sé non si può più cambiare: 36 minuti e 12 secondi. E’ così. A me piace che la gente lo interpreti, ma non deve per forza farlo. Un amico mi ha scritto che ha ascoltato l’album non ascoltandolo, ma mentre lavorava. Stava lavorando ad un testo, e il cd lo ha aiutato a lavorare. Mi è piaciuto, perché credo che  anche se è un po’ estremo nei suoni, ci si possa anche trovare del rilassamento ascoltandolo.
  • Trovo anch’io. Al primo ascolto, dovevo capire. Perché è qualcosa di assai diverso da quello che siamo abituati ad ascoltare. Ma poi ho scoperto che la traccia ha una sua armonia, un suo movimento che ti può accompagnare nelle varie attività… Quindi airplay non deve essere per forza accompagnato dall’installazione nel tuo pensiero.
  • No. L’installazione è un tentativo di aiutare le persone con la musica: sono dei piccoli segni di interpretazione. Magari con l’aiuto della luce riesci ad eliminare il tuo pensiero… Eliminare o liberare. Per entrare di più nella musica.
  • E tecnicamente, per quanto riguarda l’installazione, come funziona la parte della luce?
  • Tecnicamente, ci sono dei programmi che hanno algoritmi che traducono la musica che c’è nel computer in colori. Poi per esempio a Bolzano ho usato anche la candela accesa che entrava anch’essa nella proiezione, quell’immagine viene trasformata e poi tutte e due le cose vengono sovrapposte. E queste cose le ho programmate io al computer.

     

  • #papierfliegerluft  è il tuo libro di poesie uscito nel 2015, in lingua tedesca (e che io ho letto senza voler tradurre, nonostante il mio povero tedesco – ricordo un incontro alle scuole superiori con la poetessa e partigiana Joyce Lussu, che raccontava di come lei non traducesse mai le poesie della tradizione soprattutto orale dei luoghi nel mondo in cui si recava. Ci raccontò che prima entrava in contatto ed a conoscenza della tribù o della comunità, prendendosi tutto il tempo necessario. A volte si è fermata anche un anno o più, finché la condivisione di vita non faceva sì che lei arrivasse a comprendere la lingua, ma mai passando per lo studio di essa o per la via della traduzione della lingua in senso classico) pubblicata dalla casa editrice indipendente Klever Verlag di Vienna, e che ha ricevuto a suo tempo diversi riconoscimenti. Prima di tutto, e a me è piaciuto moltissimo, non esiste la numerazione delle pagine. Poi, non ci sono le maiuscole (che nella lingua tedesca scritta sono assai più presenti che in italiano, dal momento che ogni nome inizia con la lettera maiuscola). Le parole, pochissime ed esatte, sono sparse su ogni pagina in modo diverso, solo apparentemente in disordine. Le spaziature, lo spazio tra una parola e l’altra – tra una riga (quando c’è) e l’altra – sono sempre differenti. Quasi a dare una forma al contenuto. Quindi questo libro ha anche un’estetica ben precisa, che manda al lettore attento messaggi altrettanto precisi. La disposizione dello spazio pagina per pagina sembra enfatizzare un legame tra significato della singola parola e significanza del testo.  Ma qui se è vero che ogni singola parola interagisce con le altre nel contesto per creare un “effetto di senso” letterario  – appunto una significanza, da un lato – dall’altro questa particolare disposizione ‘crea’ spazio tra una parola e l’altra anche nella mente, nella testa e nell’immaginazione del lettore. Dandogli la possibilità di trovare ‘la sua personale significanza’: una sua visione, secondo la sua personale sensibilità e interpretazione. Mi è sembrato che ci sia un desiderio da parte tua di creare spazio anche nella testa del lettore, dove possa entrare anche con la sua di interpretazione. Perché tutta questa disposizione fa anche sì che le parole, messe in questo modo, possono essere lette anche in un modo e in un ordine differenti.
  • Sì, in generale la gente inizia a leggere in alto a sinistra e finisce in basso a destra. Anch’io di solito faccio così. Però al Kuenstlerbund di Bolzano ho letto una volta dal basso in alto. A me le poesie lette al contrario piacevano molto. E’ vero che io le conoscevo già prima nell’ordine giusto, non so come è stato per le persone presenti alla lettura, però mi sembrava che il senso ci fosse comunque. E per me c’è anche un po’ di musica dentro. Perché la musica ha anche a che fare con il tempo. Senza tempo non c’è niente e non c’è neanche musica. Però se leggi una parola e poi devi cercare la successiva ci metti un po’. E se è più vicina ci metti meno e se è più lontana ci metti di più. E così ci sono delle pause. E quelle pause sono più lunghe o più corte, e quello è già un tipo di musica.
  • E’ come se tu dessi la possibilità alle parole di cambiare posto e significato  attraverso lo sguardo che vaga sulla pagina, dove il lettore può anche creare da sé nuove combinazioni e nuovi significati.
  • Anche la relazione fra le parole è importante. Alcune sono più vicine, allora hanno più a che fare con le parole più vicine. E le altre sono più su. Da sole. 

 

  • Io ho trovato un grande senso di libertà in questa forma che hai dato al libro, mi è piaciuta molto, dal punto di vista del lettore. Grazie. Detto questo, vorrei chiederti se è corretto dire che chiedi a chi ti si avvicina artisticamente ‘un po’ di impegno‘, ma che allo stesso tempo cerchi di dare sempre in cambio una grande libertà di interpretazione.
  • Sì, tutte e due. La libertà anche di impegno però. Se uno non si vuole impegnare, non si impegna. Il padre di un amico ha letto papierflieger / luft in 20 minuti: credo non si sia molto impegnato (ridiamo). Ma va bene, se lui fa così, fa così. Anch’io delle volte l’ho letto a serate di lettura molto veloce. In questo modo la gente deve impegnarsi, perché non  conosce le poesie e non capisce tutto. Forse il 20%. L’altro 80% diventa una cosa astratta, e mi piace: si può fare anche così. E per l’interpretazione, c’è una maestra delle scuole medie di Castelrotto che ha fatto leggere le mie poesie alla classe: c’erano delle interpretazioni che io non avevo pensato prima, e mi è piaciuto così tanto che loro mi hanno insegnato cose nuove. Questo mi piace molto per il testo, che non è fisso. Se uno legge un romanzo c’è scritto tutto ed è così: se non lo capisci sei stupido. Qui non esiste la stupidità. 

  • Il tuo libro papierflieger / luft è stato definito da qualcuno dadaista adducendo anche che attingesse ad un qualcosa di già visto / già fatto in passato. Io non sono per nulla d’accordo, e se proprio venissi costretta a  definirlo, lo definirei forse un ermetismo popolare – o meglio ancora un ermetismo liberato. Liberato da quella supponenza che lo caratterizzava storicamente per il suo stile difficile e lontano dalla gente, isolandolo in una specie di torre d’avorio intellettuale. Tu cosa ne pensi? Pensi che l’arte debba essere raggiungibile  oppure no?
  • No, non deve essere raggiungibile. Hai usato le parole difficile ed intellettuale… c’e arte che o sai la storia dell’arte oppure non capisci. Va bene, mi piace. Io non so tutto della storia dell’arte, e delle volte mi capita di non capire. Mi piace anche dire a me stesso: okay, non capisco. E’ bello anche doversi dire non capisco. Non capire una cosa non significa che questa non possa piacere comunque. Non ci vedo una conflittualità. Possono verificarsi entrambe le cose nello stesso momento. Ci si può sforzare: se ti va, vai a casa e ti vai a comprare un libro sulla storia dell’arte. Poi vai su Wikipedia, poi vai su Google, poi ti informi, poi ci vai di nuovo e poi ti dici okay, adesso ho capito. Tutto questo ognuno di noi lo può fare. Le cose che non sono raggiungibili, attraverso uno sforzo che ti fa lavorare, servono. E’ così che si va verso il progresso. Con l’esempio che ho fatto, uno ha la possibilità di procedere con la sua testa. Evolve. …Raggiungibile, nel senso che uno possa andare a vederla e possa consumarla, quello invece sì, deve averne la possibilità. E’ come per i mezzi pubblici: servono a tutti. Anche ai bambini si deve mostrare l’arte, non solo dire esiste l’arte. Bisognerebbe dire loro: vai, guardala e facci qualcosa perché ti può dare qualcosa. ” In questo senso sì, l’arte dovrebbe essere usufruibile da tutti indistintamente. Ma non per forza sempre comprensibile.
  • In generale, mi sono fatta l’idea che la tua intenzione sia anche quella di  liberare il contenuto da una forma fissa e prestabilita in precedenza attraverso le tue nuove forme di sperimentazione. E’ così?
  • Sì è così. Devo anche dire che io esperimento sì, ma poi mi ritrovo anche a fare cose che altri hanno già fatto in precedenza. Tipo mettere le parole in giro così sulla pagina, non l’ho inventato io. Io me ne accorgo dopo, o me lo fanno notare gli altri. Ma anche questo va bene.
  • Credo che questo sia inevitabile a volte, e non solo nel campo artistico. Ma non significa che il fatto che qualcosa di simile sia già stato realizzato in precedenza definisca ciò che uno fa attraverso qualcun altro. Rimane comunque qualcosa di personale. Forse è un atteggiamento che caratterizza un po’ i critici, quello di definire e catalogare senza avere sperimentato loro stessi.
  • Catalogare non è un male di per sé stesso, è il giudicare che non mi piace.
  • Hai fatto anche in passato dei progetti di poesia sonora e di  poesia per immagini. Penso ad ‘alle und der apfel’ – una collaborazione – e ‘ein romanticher abend allein’  (entrambi i video si possono trovare su youtube, ndr) che sono ancora una cosa diversa, delle illustrazioni che accompagnano la musica ed i testi.
  • Alle und der Apfel era un progetto di elffriede. Ha chiesto a vari musicisti se avevamo voglia di darle musica con testo e poi lei avrebbe fatto un video con le sue immagini. Mi è piaciuto quello che ha fatto, e mi piace in generale quello che fa lei. Per ein romantische abend allein come spesso mi accade c’era prima il testo, poi ho provato con la chitarra e poi ho aggiunto la parte video. Con quello ho vinto un concorso in Austria. Ma oggi non mi piace più. Questo mi succede spesso, anche 5 minuti dopo aver finito qualcosa penso: no, facciamo la cosa prossima.
  • Non pensi mai a quello che hai fatto prima, pensi sempre a quello che verrà dopo?
  • Sì. Perché nel registrare, mixare, masterizzare il suono si possono fare e cambiare talmente tante cose… non finisci mai. Questo ein romantischer abend allein ha 5 anni ormai. Lo trovo vecchio.
  • Il gruppo musicale Sunday Bob è un altro tuo progetto: un duo electropop con Peter Pichler con cui siete entrati in rotation in Austria e con cui avete suonato anche a New York… dove la metteresti questa tua esperienza? Qui forse dai sfogo al tuo lato più ludico, ed al tuo amore per lo humour. Ed il nonsense…  
  • Il sense ed il nonsense sono amici, anche parenti credo. Per quanto riguarda i Sunday Bob, secondo me siamo bravissimi noi (ride).
  • E’ la cosa che ti piace di più, in un certo senso? Ovviamente non sei da solo e quindi forse c’è anche un altro approccio da parte tua…
  • Sì forse, ma facevo anche poetry slam (Jörg è stato campione austriaco del poetry slam nel 2009, ndr) però alla fine lì ho smesso da qualche anno.
  • Posso chiederti il perché?
  • Non mi piaceva più… forse perché per me era diventata una bolla: c’era molta aria calda. Ed era sempre la stessa aria. Quello che mi piaceva era che c’era un pubblico anche di 500 spettatori; a me piace salire sul palco e “rock the house”. E con i Sunday Bob quello lo facciamo ancora, un po’. Okay, abbiamo 20 spettatori anziché 500, però mi piace. E poi Peter a Vienna è veramente un buon amico, con lui sto bene. Anche solo a bere birra, o a stare in casa, o a suonare insieme. E’ bello comunque. E per la musica, è semplice quello che facciamo. E mi piace. Poi siamo anche diventati molto più rilassati: adesso se sbagliamo ad un concerto è proprio lo stesso. Ridiamo anche. Una volta era tutto un ‘ah la prossima volta dobbiamo fare meglio’ – ora ci guardiamo e ci diciamo ‘vabbè machissenefrega’. Abbiamo anche ricominciato le canzoni sul palco. E va bene così.
  • Chi è il signor Zemmler secondo Zemmer?
  • Questa è la domanda che mi faccio da 2/3 anni. Ed è rimasta una domanda. perchè anche nell’arte ci sono talmente tante cose che faccio che è difficile dire ‘oh, ma chi sei?’ Adesso ho fatto l’album e l’installazione. Prima c’era il libro… Penso che sia una persona che è difficile da tenere. Da gestire. Anche di umore… come nell’arte. Adesso sono abbastanza contento. Anche se l’altro giorno c’era il film su Falco e là ho pensato ‘Madonna che peccato con i Sunday Bob volevo fare anche io un concerto per 50,000 persone. Volevamo fare quello anche noi, e non ci siamo riusciti. E’ un peccato.’ Allora mi sono un po’ rattristato. Poi l’altro Zemmler interviene e dice ‘Ma dai, adesso hai appena fatto l’installazione a Bolzano ed era  bello…’ . La gente a volte a Siusi legge di me sul giornale. Tipo quando ho vinto il poetry slam in Austria nel 2009; è venuto un signore e mi ha ha detto: ‘Jörg ti ho visto su YouTube! Ma tu adesso devi fare una serata di cabaret e diventare una star!’ Ed io ho pensato tra me e me ‘Ma che cabaret!’ Per me quella era sempre letteratura. 
  • Quindi ci devi convivere anche tu con questo signor Zemmler?
  • C’è stato un momento nel 2005. Ero a Siusi ed era uscito il mio primo libro, così hanno scritto qualcosa su di me nel giornale del comune; c’era scritto che facevo lo scrittore e l’artista. E li ho pensato ‘okay adesso la gente sa che io sono questo e se farò delle cose strane loro sanno il perché, e non ci sarà problema’.  Perché se fai il cretino ma fai di mestiere chessò  – il ragioniere – allora non si può. Però se fai l’artista si può. E mi sono sentito libero.
  • Però non è cambiato poi molto…
  • Nooo… Per un giorno ti senti libero… Io vorrei andare più nell’ illegale (si avvicina al registratore ridendo, ndr) Nel senso che nell’arte devi sempre chiedere per favore di avere uno spazio, fare la domanda al comune o chi per esso per poter avere i soldi, chiedere il permesso per poter fare una serata di lettura… Un mio amico ha fatto lo sprayer quando era giovane, ma che bello! E poi c’era anche l’avventura…
  • L’arte è avventura. Dovrebbe esserlo. Invece nell’arte sei sempre obbligato in qualche modo a transitare per questi passaggi istituzionali, che non piacciono moltissimo neanche a me. Quello che mi piace del blog è il fatto di essere indipendenti, di avere un po’ di libertà. Di scegliere chi e cosa ci piace veramente, e però anche le persone possono scegliere ed avvicinarsi perché i contenuti li interessano veramente. Non perché l’ha detto il giornale oppure il comune o qualcun altro.
  • Due anni fa qualcuno della Provincia mi ha chiesto di scrivere un testo editoriale per una rivista di arte e cultura che fa la Provincia di Bolzano insieme a quella del Tirolo d’Austria sul tema della letteratura. Mi ha detto che mi conosceva tramite poetry slam e che voleva qualcosa di divertente in quella direzione… per me la storia era già finita. E quanto ci ho pensato a come potevo fare per non tradire me stesso e anche per non tradire nemmeno le sue aspettative… alla fine ci sono riuscito. Però alla fine quello che ti viene chiesto è di non essere te stesso. Alle volte la gente ha una certa idea di me e mi invita a fare delle cose; allora io poi mi informo. E alle volte mi domando non solo che cosa pensino di me o che cosa si aspettino, in certi contesti. Ma se sono veramente sicuri di volermi lì a dire e fare le mie cose.  Per questo motivo un anno fa mi sono detto che vorrei entrare nelle gallerie. Per questo l’installazione. Mi fa molto piacere di averla fatto adesso alla Galleria Prisma. Perché è più la cosa che porti, e non te stesso. Non sono io che vado a suonare la chitarra. O che devo leggere.
  • Sì. Esponi la tua arte, e non la tua persona. L’installazione è molto bella. Si presterebbe molto ad essere portata in spazi più grandi…
  • Mi piacerebbe farla molto più grande. Magari al Transart a settembre… vediamo.
  • L’ultima domanda che faccio di solito a chi incontro, è che cosa vorresti assolutamente comunicare attraverso questa intervista che non sia stato detto attraverso le mie domande: una cosa che non può mancare e che vorresti dire parlando di te e di ciò che fai.

Credo e spero che le cose che io faccio possano dare alla gente un po’ di consolazione. Sì. E credo che il mondo come funziona oggi sia un grandissimo caos. E ci sono cose che ho fatto che corrispondono a questo caos, così uno si può sentire meno da solo. E ci sono altri lavori che sono contro il caos – che provano a fare un po’ di ordine – e che possono consolare in questo modo. In molti lavori artistici si può trovare questo, non solo nei miei. E per questo credo che l’arte faccia bene alla salute.

 

Sono d’accordo Jörg. Grazie. 

sito web joergzemmler.net

canale YouTube  jörg zemmler

 

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