LA REGOLA DELL’ALTROVE

Puoi capire molto dal carrello della spesa di una persona.

Monoporzioni, verdura bio e cortesia spartana sono alto indice di single in carriera. Uomo.

Se ti presenta i preservativi alla cassa in prima fila, prestare attenzione, maschio alfa.

Pavone in esibizione caudale, allerta incursioni nel parcheggio.

Spesso in seconda posizione c’è un numero tale di integratori che neanche una missione spaziale su Alfa Centauri. I carboidrati sono banditi.

Se il soggetto cambia direzione verso la cassa del collega, con conseguente retrocessione e fortissimo rischio chiusura, trattasi di timidezza patologica.

Se camuffa i Durex tra la schiuma da barba e l’etto di San Daniele ci siamo.

Poi c’è la questione del divisore, quel coso di plastica che serve a determinare la fine di ciò che è mio e l’inizio di ciò che è tuo: braccio sospeso in trepidante attesa, immediato ratto e conseguente posizionamento del separè sul nastro dicono: “È un brutto mondo ma difenderò il mio mentadent white a costo della vita.”

La staffetta a fine conto è spirito di squadra e sottintende: “To’ prima che la cassiera si alteri”.

E poi ci sono gli spiriti nobili e circonfusi di luce, che passano i prodotti a te e aiutano il cliente perfino a imbustare. Rarissimi testimoni di un mondo migliore che può esistere oltre gli sguardi di disapprovazione di chi vorrebbe incenerirli all’istante.

La cassa è due metri quadri di foresta umana e studi sociali. Prima di venire assunta ho sempre amato fare la spesa. Fin da piccola ho scorrazzato dentro i supermercati osservando oggetti, colori e scene di vita. Perché non c’è nulla che metta alla prova la pedagogia e i sistemi educativi quanto un superstore.

Saltellavo tra i detersivi, canticchiando a memoria le sigle delle pubblicità. Riallineavo i barattoli che casalinghe frettolose lasciavano fuori posto sugli scaffali, e rincorrevo gioiosa i commessi come un cane da riporto, consegnando le uova che qualche indeciso aveva lasciato tra le confezioni di pasta, o il sacchetto di arachidi iniziato e poi abbandonato tra le acque minerali. Ma il mio reparto preferito era il banco delle offerte. Soprattutto quando distribuivano bicchierini di caffè, seducendo anche il più bellicoso dei centometristi dello shopping.

Io amavo quell’aroma sospeso nell’aria, che mi ricordava la mia mamma, e le carezze delle signorine, sempre sorridenti, pettinate e truccate come le dive della TV.

Poi sentivo il mio nome scandito nella filodiffusione: “La piccola Iris è desiderata in cassa 5. Ripeto: il papà di Iris la attende in cassa 5.”

Allora me ne tornavo docile al punto di ritrovo, dove mio padre, paziente, mi aspettava con le sporte in mano. Anche più avanti, quando si ammalò, non mi pesava occuparmi delle compere. Ero sempre entrata volentieri in queste cattedrali del consumismo, una specie di 3D delle cose che imparavo a scuola. Per questo quando poi morì mi venne naturale presentare il curriculum prima di tutto lì.

Se non altro qualcuno avrebbe scandito il mio nome ancora. Iris. Iris. La prova che ero. Che esistevo ancora. Che non sarei scomparsa.

Orfanità: condizione di chi ha perduto entrambe i genitori

E la sicurezza di essere amato.

E la presenza di chi rimane nonostante.

Poi incontrai Andrea. E divenni il centro di un universo nuovo.

Per i maschi ero sempre stata rassicurante e anonima. Rapportarmi solo con mio padre per tutta l’adolescenza mi aveva tenuta lontana dallo specchio e dalle apparenze. Andavo dal parrucchiere due volte l’anno, come si potrebbe andare a una visita oculistica o a obliterare il biglietto del tram. Nel mio armadio l’unica gonna era quella che mi aveva comprato mia madre per il suo funerale.

Iris non devi vestirti di nero, promettimelo. Né quel giorno né mai.”

La tenevo come un piccolo monumento di tulle rosa e stelline. A perpetua memoria.

Andrea mi fece improvvisamente sentire femmina. Aveva quasi dieci anni più di me: mi insegnò tutto. Se non ero di turno passavamo i week end a Milano tra negozi e locali giusti. Mi chiamava “la mia bambolina”. Lavorava nell’azienda dei suoi e spesso mi portava agli eventi di promozione: ero il suo trofeo di caccia, non mi lasciava mai la mano. Brillavo come un diamante.

Ci sposammo nel giro di qualche mese: all’altare ci accompagnarono i suoi tenendoci sotto braccio. Le foto finirono sulle pagine di qualche settimanale barzotto. Un trafiletto da niente, che però fu esposto negli uffici di segreteria della sede centrale.

Non mi chiese mai di lasciare il mio impiego, ma fu naturale che succedesse. Ero felice, adulata. Regina.

Feci il test di gravidanza dopo il viaggio di nozze a Bali e prenotai al Filo Rosso per le nove di quella sera. Poi comprai un succhiotto in lattice e me lo feci impacchettare per bene. Mai e poi mai gli avrei portato un coso lordato di piscio al ristorante, Andrea sarebbe inorridito. Ma ammetto di averci pensato. La farmacista mi strizzò l’occhio e mi fece i complimenti e gli auguri. Passai tutto il giorno a volteggiare a un metro da terra e a prepararmi. Lui mi fece i soliti due squilli e mi aspettò in fondo alle scale: mi vide e si illuminò.

Sei bellissima. La mia bellissima signora Biolcati. Hai fatto bene a voler uscire, ma mi sono permesso di riservare all’Amalfi. Avevo voglia di pesce e poi Aldo del Filo è simpatico ma invadente. Allunga le mani e tutte quelle battute mi mettono a disagio. Stasera sono stanco.”

Mi dispiacque un po’. Aldo era stato uno dei migliori amici di mio padre. Una delle poche persone che avevo invitato a nozze e una specie di gancio col mio passato. Quando mi faceva un buffetto sulle guance era con la tenerezza di uno zio. Andrea invece si irritava, ma subito dopo sorrideva della mia ingenuità.

Ah bambolina, sei troppo bionda per questo mondo”.

Era un apprezzamento che mi faceva spesso e che mi mortificava. Ma lui era così: esplosivo, irriverente. Mi pareva non ci fosse malizia e in fondo non esistono persone perfette. Uomini perfetti.

Aprì il pacchetto e si irrigidì di colpo.

Cosa dovrebbe significare scusa?”

Era scuro in volto. Il labbro inferiore tremava leggermente e gli occhi erano due fessure. Taglienti. Grigie.

Andrea sono incinta, e cosa altrimenti?”

Ero delusa, non volevo piangere ma le lacrime cominciarono a scendere una dopo l’altra, come una pioggia dopo la calura. Gocce grosse. Cariche di amarezza, paura, solitudine irreparabile.

Lui entrò subito in reset.

Bambolina… scusami, è solo che mi hai colto di sorpresa. Non me l’aspettavo, non lo avevamo programmato e onestamente pensavo prendessi ancora la pillola!”

Veramente sei stato tu a chiedermi di smettere. Dicevi che mi avrebbe fatto ingrassare e che era veleno. E che se un giorno avessimo deciso di avere una creatura, il mio corpo doveva essere un “accogliente nido”, un “sacro tempio”. E per quanto riguarda la programmazione, dicevi anche che i figli li volevi presto. Che volevi fare il padre, non il nonno. Ecco.”

Mi abbracciò stretta e mi spiegò che era stato solo un momento. Che era felice di me e di quello che era dentro di me. Gli credetti perché avevo bisogno di farlo. Perché una deve credere in qualcosa. Avevo letto che a volte gli uomini possono essere colti da crisi di panico prima di accettare la paternità. Che è un lungo processo psicologico e per qualcuno ci vuole tempo. Più tempo insomma. Pensai che avevamo nove mesi per lavorarci . Ma sentii uno scricchiolio. Qualcosa si era incrinato per sempre.

Quella sera facemmo l’amore, il che non accadde più per il resto della gravidanza. Andrea faticava a toccarmi. Rientrava tardi la sera e lo sentivo infilarsi tra le lenzuola con la destrezza del ninja. Sempre che venisse a letto.

Nel frattempo l’azienda entrò in crisi. Ci furono indagini e ne uscì una brutta storia di tangenti e coperture finanziarie fasulle. I genitori di Andrea lasciarono l’Italia e la loro coscienza una notte di settembre. Senza nemmeno due righe di spiegazione. Olivia nacque un mese dopo.

Presi un taxi per arrivare in ospedale perché io non avevo la patente e lui non c’era. Non rispondeva al telefono. Non fu raggiungibile per ore. Olivia era meravigliosa e io fui coccolata dalle ostetriche di turno e da tutto il reparto maternità. Non avevo neanche vent’anni. E lei aveva lo sguardo di mia madre. Di fatto i ruoli erano ribaltati: credo che sia stata la mia terapia e la mia salvezza per molto tempo. E poi era una neonata facilissima: mangiava in tempi rapidi , dormiva moltissimo e praticamente non piangeva. Miagolava. Andrea arrivò trafelato nel tardo pomeriggio. Mi portò delle pallide rose cremisi e un piccolo dudù per Olivia. Era commosso e stravolto. Aveva passato la giornata dalla guardia di finanza e le cose non andavano per niente bene.

L’azienda chiuse nel giro di una settimana. Vendemmo tutto quello che fu possibile vendere: macchine, ville, gioielli, orologi e quadri. Ma alcune proprietà di famiglia erano congelate. Con la morte nel cuore cedetti anche l’appartamento dei miei. Per fortuna la famiglia che ci viveva, brave persone che avevano coccolato le peonie di mia madre e l’orto di mio padre, lo acquistarono volentieri. Lasciammo casa nostra per 60 mq di affitto in periferia. Non fu difficile per me, ma Andrea entrò in uno stato di torva inquietudine. Mangiava poco e passava ore davanti alla console della play station, l’unico vezzo che si era concesso di conservare. Quando si distoglieva dalla sua apatia era tenero con la bambina. Spesso la sera se la stringeva al petto e le recitava litanie sottovoce. Io lo sentivo dalla camera da letto e mi addormentavo, finché non me la portava per allattarla.

Una sera lo sentii accostarsi. Olivia era nata da venti giorni. Guardai la sveglia: erano le due e mezzo, troppo presto perché la bambina avesse già bisogno di me. Lo guardai in faccia: non succedeva da tempo e mi fece paura. C’era questo sguardo animale. Ombre nere. E una foga allucinata. Non era Olivia che mi voleva. Cominciò a toccarmi con lentezza mentre provavo a spiegargli che non avevo ancora perso tutti i punti di sutura. Non sentiva. Mi penetrò subito, accompagnando le spinte con un grugnito che veniva dalle profondità della terra. Era un dolore insopportabile, totale, devastante. Mentre finiva io provai ad andarmene con la mente da un’altra parte. Come avevo imparato a fare al funerale di mia madre, di mio padre e ogni volta che la vita mi aveva strappato un pezzo di carne. Era la regola dell’altrove.

Pensai al sorriso di Olivia, al sole tiepido delle prime passeggiate. Al suo profumo. Pensai al tepore della sabbia sotto l’asciugamano. Alla canzone dei gabbiani. Pensai a quando nelle prime serate estive scendevo in cortile dopo la doccia, e girovagavo in bicicletta e il vento mi asciugava i capelli bagnati. Pensai alle mani di mio padre. Che adesso erano altre mani.

Fu un crescendo di orrore. Da allora accadde tutte le notti. La prima volta che opposi resistenza mi colpì in piena faccia. E poi il decorso fu quello di tutte. Mi portava in ospedale, mi facevano tante domande, io negavo. Imparò a colpirmi in punti meno visibili. A fermarsi prima di dover chiamare un dottore. Prima di ammazzarmi.

In primavera dovetti cercarmi un lavoro perché non avevamo una lira. Tornai al supermercato. Furono molto comprensivi: il direttore mi dava i turni più comodi per gestire Olivia, che andava al nido e divenne nervosa e agitata. Mi sentivo in mancanza costante: verso i colleghi, che con pazienza mi venivano incontro, verso mia figlia, che meritava una madre full time, e verso me stessa. La notte, quando riuscivo a prendere sonno, sognavo una Iris bambina che mi fissava e piangeva.

Sono passati vent’anni, due ricoveri e otto fratture da quel giorno.

Mia figlia si è stancata di veder ritirate le sue denunce ed è scappata a Londra. Sta bene, mi scrive. Mi manda delle foto ogni tanto.

Durante un turno domenicale conobbi Leo.

Nel suo carrello c’erano sempre più libri che pasta. Così piano piano acquistai confidenza: lo avvisavo dei nuovi arrivi… o delle offerte speciali. Era gentile, timido. Delicato.

Mi portava il caffè dalla pasticceria. Gli altri mi prendevano in giro sorridendo.

Cominciammo a vederci qualche volta durante le pause. Poi quando staccavo.

Capì in fretta e tornò più spesso.

Mai a lungo però: Andrea non amava gli imprevisti. Lo rendevano sospettoso. Più cattivo.

Qualche volta la sera lavoravo anche al Filo Rosso. Fu Aldo a propormelo, un giorno che passava a salutarmi. Un giorno storto, di trucco pesante e spalle dolenti.

Iris lo sai che puoi chiedermi quello che vuoi, vero? Vieni da me ogni tanto… digli che pago bene.”

Me ne andai un martedì mattina. Mi alzai e gli preparai il caffè, come sempre. Niente di più.

La valigia era al lavoro, in magazzino: l’avevo riempita un po’ per volta nelle settimane precedenti. Aldo e Leo mi avevano aiutato con le faccende burocratiche. Avevo aperto un conto personale dove per mesi avevo versato quello che potevo, con discrezione.

Fu Leo a regalarmi il biglietto per l’Elba. Gli avevo detto che per me era da sempre un posto speciale.

L’unica vacanza che avevo fatto con i miei genitori. Gli avevo parlato del profumo di pino marino e ginestre. Della gita in barca e dei delfini. Del costume intero e dei capelli della mia mamma, sorridente e ancora sana.

Iris, vai lì” mi aveva detto Leo d’impulso.

Tutti abbiamo un posto. Comincia da lì. Forse è il tuo!”

Non ci avevo mai pensato davvero: ero così abituata a staccarmi dalla realtà che non avevo mai preso in considerazione l’idea di un piano di fuga concreto. L’idea che “altrove” fosse veramente da qualche parte.

Aldo mi procurò un indirizzo e un colloquio in una locanda di Capoliveri.

E oggi sono qui. Leo viene a trovarmi ogni tanto, quando può. Mi manda lettere lunghe e serene.

Me la cavo, ma ho ancora molti incubi: sogno Andrea che sbuca da un incrocio e mi mette le mani al collo. Sogno che sono incinta e mi apre la pancia. Sogno di affogare.

Però nuoto: da aprile a ottobre scendo al lido e nuoto.

L’acqua dell’Elba è verde.

Non blu.

Non turchese.

Verde.

Muovendosi verso il largo, bracciata dopo bracciata,

il caos della spiaggia si attutisce,

tutti i suoni sono lontani e ovattati.

Rimane lo sciabordio, come una ninna nanna.

Rimani tu, col tuo dentro.

Al principio ti vien voglia di scappare,

tornare a riva, tornare nel rumore, al sicuro da te.

Ma ti concentri sul calore del sole sulla pelle.

Sui movimenti da fare:

nuotare come volare, piano, avanti.

La paura passa.

La cura funziona.

E il mare mi parla.

Le onde vanno e vengono.

Vanno e vengono.

Ma tu..

Tu resta.

Tu

resta.”

 

 

turesta

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