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da un Solstizio d’Estate 2013 -CHILOMETRO ZERO

written by Sweet Poison

Solstizio d'Estate Mezzacorona-Chilometro zero

Solstizio d’Estate Mezzacorona-Chilometro zero

Con il teatro ho un rapporto di amore odio da molto tempo. Il mio primo vero contatto con l’espressione artistica al di fuori della scrittura e delle arti visive, l’ho avuto con la danza. Mia mamma invece l’ha sempre adorato, fin da ragazzina, quando partecipò a dei corsi di teatro e poi dei provini con Fantasio Piccoli ed il Teatro Stabile di Bolzano. Quindi c’era quasi una forma di duello silenzioso tra il corpo senza voce nello spazio e il corpo con la voce nello spazio. Poi, siccome sono cresciuta con alcune costruzioni  intellettualistiche, come quella del “si deve/bisogna” aver visto-visto-letto-ascoltato  questoequello  e non codesto,  mi sono piegata ed ho seguito mia mamma sulla via delle stagioni teatrali. A tratti con una certa pesantezza ma anche con una certa goduria. Poi ho proseguito più convinta per conto mio durante l’università. Teatro di tutti i tipi, di tutti i generi e tutte le epoche. Ora sono tornata un po’ distante dal teatro,  non per critica o per contrasto nei confronti di mia mamma, ma per un bisogno mio intimo di regolare la bulimia intellettuale che è solo uno degli aspetti di un disagio serio e profondo che mi porto dietro come  un fantasma.

Quindi ho bisogno di pulizia, essenzialità, densità di contenuto in una forma lineare, quasi primordiale. E  questo è ciò che trovo in quello che viene spesso definito “teatro di narrazione”. E’ questo ciò che ho trovato nello spettacolo “Chilometro zero” di Pino Petruzzelli.

Sarà per la mia natura di bambina che ama ascoltare le fiabe, che trovo poche cose più belle che sentire la voce di un attore che ti culla raccontando una storia. Palco nudo, quinte nere, attore, anch’esso nudo, in un certo senso: non indossa maschera, non indossa abiti o trucco che stravolgono il suo essere. E’ lì, davanti a noi, indossando una casacca da cuoco rosso vino come unico, sottile diaframma tra realtà e la finzione. Comincia la “fiaba”, la fiaba di un uomo che parte da una zona dura come quella ligure, dura e magnifica sia per il paesaggio, sia per le condizioni di lavoro,  per costruire un percorso che lo porterà a rinascere.  Quello che vediamo non è solo un viaggio nello spazio, in parte è un viaggio nel tempo perché assistiamo proprio al momento storico cruciale nell’Italia del dopoguerra durante il quale siamo passati da una tenera ed innocente Italia contadina ad un’Italia industriale: in trasparenza vediamo la violenza e la necessità di uno sradicamento dal territorio di origine, dalle case contadine spesso di famiglia,  ad una città che confina i nuovi abitanti nelle zone marginali, quelle industriali, quelle dove le abitazioni guardano la Genova-Ventimiglia. Più che abitazioni, palazzoni-alveare che costituiscono una sorta  di  Suq all’occidentale: gente da ogni parte d’Italia, piccoli commerci, piccoli malaffari, preghiere.  In mezzo a tutto questo ribollire umano vi è anche l’incontro del protagonista con un palato diverso, con un gusto culinario diverso,  dove la preparazione di un “raout” alla napoletana ci fa immaginare le delizie di una cucina multiculturale come quella del Sud Italia  e dove il protagonista capirà il cammino che vuole intraprendere, cosa  vuole mettere al centro della sua vita: profumi, odori, sapori, consistenze, spirito di un luogo, tradotti in nutrimento per l’anima.

E’ proprio il gusto, assieme al senso dell’ascolto, quello che balza in primo piano attraverso la delicata descrizione dei piatti che danno il ritmo quasi, ai cambiamenti di paesaggio e di vita del personaggio, dalla Val Graveglia, a Genova, alle Marche, alla Val d’Ultimo. In Val d’Ultimo recuperiamo anche il senso della vista attraverso il magnifico blu della genziana che viene usata per decorare una pietanza a chilometro zero.

Una delle immagini più delicate che mi sono care è la costruzione di una famiglia, da parte del protagonista. Certo non la buona-cara-vecchia-famiglia-borghese, ma un senso di famiglia, basato su un progetto comune, su un’idea comune, su un senso civile comune. Su una fondamentale idea filosofica di base che è l’immettere energie, buone, pure, forza e creatività, tensione costruttiva per tentare, almeno, di realizzare un sogno. Non vediamo la realizzazione del sogno nello spettacolo: vediamo il colore, la luce, l’intraprendenza, l’umanità generata dallo sforzo di questa anomala “famiglia” fino alle soglie dell’apertura del ristorante. L’importante non è il risultato, l’importante è mettere in moto energie che “fanno bene”, perché costituiscono il motore di un  progetto che è la vita stessa, la vita in fieri.

http://www.teatroipotesi.org/spettacolo_16.html

CHILOMETRO ZERO

uno spettacolo di e con

PINO PETRUZZELLI

produzione e aiuto regia
paola piacentini

luci e suono
francesco ziello

elemento scenico
cesare viel

musiche
johannes brahms

una coproduzione
teatro ipotesi
teatro stabile di genova

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