9 NOVEMBRE 1989

La caduta del muro di Berlino e il crollo delle Torri Gemelle sono forse gli estremi di un tempo che ha segnato almeno tre generazioni.

Rappresentano, nell’immaginario comune, l’apice del sogno di libertà e la voragine di ogni certezza sbriciolata. Sono i topos del postmoderno, e ognuno ha chiaro dove si trovava, e cosa e chi era, e che cosa è diventato da lì in poi. Io per esempio ero una tredicenne di belle speranze, troppo grande per la sua età nonostante le ridotte dimensioni. Si cenava con la TV accesa e sento nitida la voce di Lilli Gruber, in prima linea come sempre, e come fu poi durante la guerra in Iraq.

Ricordo la gioia, la folla in movimento, uomini, donne, ragazzi soprattutto: tantissimi ragazzi, un’onda in fermento che abbatteva ogni mattone con quello che aveva trovato in casa, martelli, pentole, mazze e mestoli… Vedo Berlino est, paralizzata nel bianco e nero, riempirsi di colori. Sento un vento, il vento del cambiamento, come recitava la canzone barzotta degli Scorpions, che fece da colonna sonora a mesi in cui finalmente la parola #futuro sembrava avere la sua dignità.

Poi sarebbero venuti i ‘90, i ragazzi di nuovo in piazza, a lottare contro la guerra, le mafie, la politica corrotta. Sappiamo com’è finita, non bene, che bene finiscono solo le fiabe. Resta però il ricordo di un attimo vivo, una sorgente di possibilità: resta il sociale che davvero scardina gli apparati. Una bella lezione che ormai ha trent’anni. E a pensarci il cuore trema.

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