Hikikomori e Dipendenza da Internet: di che cosa stiamo parlando davvero?

Sempre più spesso l’hikikomori viene confuso con la dipendenza da Internet. In questa intervista cercheremo di fare un po’ di chiarezza sulle differenze fra le diverse patologie legate all’uso della rete non consapevole insieme alla Dott.ssa Giulia Tomasi.

dott.ssa Giula Tomasi psicoterapeuta

Laureata in Psicologia clinica presso l’Università degli Studi di Padova, ed ha conseguito anche un Master come “Esperto nelle nuove dipendenze” nel 2014. Ha svolto attività di Tirocinio presso il Centro Regionale per i Disturbi del Comportamento Alimentare dell’Ospedale Civile di Padova e presso il SerT e il SerD di Castelfranco Veneto (dove si è occupata di gioco d’azzardo patologico e tossicodipendenze). Lavora come libero professionista a Trento, effettuando consulenze e colloqui nell’ambito del gioco d’azzardo patologico, delle dipendenza da internet e altre dipendenze. Collabora inoltre con i servizi sociali in ambito minorile a Bolzano e con il Tribunale dei minori di Trento. Ha sviluppato competenze sia nel settore della sanità pubblica che nel privato sociale, avendo come principali campi di interesse la psicologia clinica, la psicologia della salute, le dipendenze comportamentali e da sostanze, oltre ai contesti familiari e relazionali all’interno del quale l’individuo cresce e si sviluppa. Si occupa di dipendenze come terapeuta  presso il suo studio privato a Trento, collabora con l’associazione A.M.A. Onlus di Trento, svolgendo lavoro di formazione e moderazione dei gruppi di auto-mutuo-aiuto e opera in qualità di facilitatrice del Gruppo per genitori con figli reclusi . Fa parte infine del collettivo di professionisti Navigareavista  che prevede progetti di prevenzione e formazione in ambito di problematiche Internet correlate nelle scuole secondarie e di primo grado.

PREMESSA

L’espressione IAD, Internet Addiction Disorder, viene introdotta nel 1995 dal Dottor Ivan Goldberg, psichiatra americano, il quale, con la parola ADDICTION, si riferiva ad una dipendenza patologica, ossia ad una ricerca reiterata di una forma di piacere che crea disagio per dipendenza. Il dottor Ivan Goldberg propose dei criteri riformulando quelli della dipendenza da sostanze del Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali-IV: un uso maladattivo di internet, che conduce a menomazione o disagio clinicamente significativi. A tale dipendenza sono correlati una serie di disturbi che appartengono ad una più ampia categoria di patologie, tra le quali il cyberbullismo (ossia «bullismo online») termine che indica un tipo di attacco continuo, ripetuto, offensivo e sistematico attuato mediante gli strumenti della rete (sms, e-mail, siti web, chat, ecc.).  La letteratura ufficiale individua cinque tipologie di cyberdipendenti:

– Cyber-Relational Addiction: la tendenza a instaurare relazioni amicali e amorose sul Web. Questo causa l’idealizzazione delle persone ed una progressiva perdita del contatto con la realtà per abbandonarsi ad una dimensione amorosa o amicale virtuale. Sono spesso utilizzati siti di incontri, le chat e i newsgroup.

– Net-Compulsions: i comportamenti compulsivi messi in atto tramite Internet, ovvero:
– gioco d’azzardo
– commercio in rete
– partecipazione ad aste on-line.
Frequenti sono i  gravi problemi finanziari per le persone affette da questi tipi di dipendenze.

– Information-Overload: la ricerca compulsiva di informazioni on-line. Nel 1997 è stata condotta una ricerca basata su un campione di 1000 persone provenienti da Stati Uniti, Hong Kong, Germania, Singapore e Regno Unito dal titolo: “Glued to the screen: An investigation into information addiction worldwide”.
Il 54% del campione della ricerca sostiene di esperire una forte eccitazione quando riesce a trovare ciò che stava cercando e il 50% passa molto tempo a cercare informazioni in rete.

– Cybersexual-Addiction: l’uso compulsivo di siti pornografici o comunque dedicati al sesso virtuale. E’una delle tipologie più frequenti. Le principali attività sono flirtare e instaurare relazioni amorose, ma non sempre si tramutano in conoscenze e relazioni reali.
Kimberly S. Young, docente di Psicologia presso l’Università di Pittsburgh e direttrice del Center for Online Addiction, ha tracciato un profilo del cybersexual addicted : il soggetto si dedica in modo sempre più compulsivo all’uso di internet per trovare un partner o materiale erotico, fino a considerare l’eccitazione che ne deriva come forma primaria di gratificazione sessuale, e fino a ridurre l’investimento sul partner reale. Inoltre il disagio scaturito dalla dipendenza porta il soggetto a nascondere le proprie relazioni virtuali agli altri, provando sentimenti di colpa o vergogna.– Computer-Addiction: l’utilizzare il computer per giochi virtuali, soprattutto giochi di ruolo, in cui il soggetto può costruirsi un’identità fittizia. Il soggetto può avere un’identità parallela: o esprimersi liberamente per ciò che è, grazie all’anonimato, oppure “indossare”, proprio come una maschera, delle nuove identità. (Young K. Et al., 2000).

INTERVISTA

  • Quando parliamo di dipendenza da internet entriamo in un argomento vastissimo, che riguarda sia i ragazzi sia gli adulti. Puoi introdurci a questo mondo, sottolineando quali possono essere le differenze tenendo conto del gap generazionale?

Che l’avvento di Internet e delle nuove tecnologie abbia inciso profondamente sulle abitudini e sulla vita delle persone è ormai evidente. Mettere a fuoco le problematiche connesse a questo contesto in continuo cambiamento è estremamente arduo. Sono sempre più, infatti, le aree di sofferenza individuale, ma anche familiare e sociale, che emergono dall’uso di Internet e delle tecnologie.

Quando si parla di problematiche legate all’uso di internet inevitabilmente il gap generazionale entra nel discorso, non tanto rispetto a ciò che “si fa o non si fa”, ma rispetto al “come si fa”. Mi spiego meglio: non si riscontra grande differenza tra l’uso dei socialnetwork o dei videogiochi in base alle fasce d’età, ma si riscontra una grande differenza nella modalità. Federico Tonioni, in Italia uno dei massimi esperti di queste tematiche (psichiatra del policlinico Gemelli di Roma, dove è stato il primo ad occuparsi della dipendenza da internet in Italia) dice che “gli adulti utilizzano Internet, mentre i ragazzi lo vivono”.  Effettivamente gli adulti utilizzano la tecnologia e il web come fossero strumenti, oggetti che hanno una funzione. Per i ragazzi non è assolutamente così, Internet è un mondo e di conseguenza non può essere accantonato quando vogliamo: anche se non ho con me il mio smartphone il mondo virtuale continua ad esistere e ad andare avanti. Questo concetto Internet-strumento versus internet-mondo è la base del gap generazionale al giorno d’oggi.

Per concludere rispetto al tema della dipendenza da Internet è importante sapere che attualmente la comunità scientifica internazionale considera come “dipendenza da Internet” la dipendenza da videogiochi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità il 19 giugno del 2018 ha infatti riconosciuto il gaming disorder (disturbo da videogiochi) come una patologia e verrà inserita nei prossimi manuali diagnostici.

  • Con il progetto “navigare a vista” https://www.navigareavista.com/ vi occupate di prevenzione e monitoraggio nelle scuole, in modo da veicolare e sostenere un uso corretto della rete. Quanta consapevolezza hai riscontrato nei ragazzi rispetto ai reali rischi che l’utilizzo della rete può comportare?

La questione della “consapevolezza digitale” è centrale al giorno d’oggi. I ragazzi crescono con il mito di essere “nativi digitali” circondati da adulti che rinforzano ogni loro movimento nel mondo digitale, rimandando un’immagine di competenza e abilità che non trova però riscontro.

Spesso capita di vedere genitori che applaudono bambini anche di 2 o 3 anni che, assolutamente per caso, sono riusciti a sbloccare il cellulare. Questi rinforzi creano nel bambino un’idea di sé stesso idealizzata e non congruente con la realtà e va a creare in lui o lei l’immagine di un genitore “non competente”. Chiaramente finché i bambini sono piccoli tutto questo non crea problemi. Ma immaginiamo quali ripercussioni ci potranno essere in futuro, quando il ragazzo o la ragazza saranno adolescenti. Il genitore non sarà più ascoltato e ogni tipo di avvertimento verrà ignorato perché verrà da una fonte non o poco autorevole!

Questo, noi di Navigare a Vista, lo riscontriamo sempre più spesso nelle classi. I giovani sono convinti di essere estremamente competenti, ma alla prima domanda “casca il palco”: per esempio quando chiediamo loro “ok, avete questi social-network, usate questi videogiochi… ma cos’è internet?” vediamo visi basiti. Non si sono neanche mai posti la domanda.

Per cui c’è un altissimo uso accompagnato da pochissima consapevolezza. Per questo riteniamo necessario che progetti come il nostro vengano attuati dalle scuole: l’educazione digitale risulta fondamentale già alla scuola primaria!

  • L’adolescenza è un periodo sensibile dello sviluppo cerebrale, durante il quale c’è una fase di transizione neurobiologica che darà forma al cervello adulto. Quali possono essere le conseguenze da un punto di vista cognitivo/comportamentale sui ragazzi che sviluppano una dipendenza da internet?

La plasticità neuronale è una delle caratteristiche che con il tempo perdiamo: quando nasciamo il nostro cervello è estremamente plastico, si adatta agli stimoli che riceve, ma invecchiando questa capacità di adattamento via via diminuisce. Sviluppare un problema di dipendenza nella fase dello sviluppo va a incidere ancora di più, perché crea degli schemi di rinforzo: invece di avere svariati tipi di connessioni, si creano dei pattern preferenziali. Pertanto il cervello si “irrigidisce” su schemi dettati dall’abitudine della dipendenza e siamo meno “adattabili” e resilienti.

  • La tecnologia odierna espone ad una serie continua di micro stimolazioni quali alert, messaggi, chat, like che modificano la soglia di attenzione, la memoria ed il ritmo del sonno. Ci sono dei metodi per non lasciare che questo cortocircuito ci inghiotta?

Questo è un problema estremamente complesso che l’avvento della tecnologia ci pone davanti: “fino a che punto il virtuale diviene parte del reale?”. Può sembrare banale, ma il primo passo è esserne consapevoli, porsi il dubbio e interrogarsi sul “che cosa stiamo facendo?”. Questo step permette di evitare di creare automatismi, come per esempio controllare sempre il cellulare. Perché lo stiamo controllando? Perché non possiamo aspettare un po’ prima di rispondere a un messaggio, se stiamo facendo un’altra cosa?

Il meccanismo del like è un argomento molto ampio. Da una parte crea online un profilo di tutto ciò che ci piace e non ci piace, lasciare quindi like dice qualcosa di noi (vedi il recente scandalo di Cambridge Analytica). Dall’altra parte anche riceverli o “sperare di riceverli” ha un peso sulla vita di chi utilizza i social-network: si è portati a controllare più spesso i propri profili e ad avere oscillazioni dell’umore sulla base della risposta social del proprio post. Non a caso il meccanismo dei like viene gestito a tavolino e alcuni social ci fanno “vedere” che abbiamo ricevuto dei like solamente dopo svariati accessi al nostro profilo, per incentivare questo meccanismo di controllo.

Rispetto ai metodi pratici per gestire il mondo digitale, come per altre cose si parte dalla gestione del tempo. Grande attenzione la sera, prima di andare a dormire, è estremamente dannosa l’esposizione agli apparecchi digitali, sopratutto i videogiochi. L’illuminazione dello schermo influisce sui nostri ritmi circadiani (il ritmo sonno-veglia), e l’esposizione alla luce manda un messaggio al nostro cervello “stai sveglio, c’è luce,…”. Il videogioco inoltre crea un’attivazione emotiva che però non viene equilibrata dalla stanchezza fisica che potremmo avere se facessimo per esempio sport. Pertanto c’è l’effetto della luce, l’attivazione emotiva, ma non la stanchezza fisica. Giocare ai videogiochi la notte è, anche per questo, uno dei principali fattori di rischio della dipendenza da internet.

  • L’uso dei videogame permette lo sviluppo di competenze positive, quali il miglioramento dell’attenzione visiva e la coordinazione… d’altro canto alcuni dati suggeriscono anche un aumento di comportamenti impulsivi e aggressivi. Esiste un equilibrio in questi aspetti?

Assolutamente. É importante non demonizzare, ma anzi cercare di comprendere. I videogiochi hanno grandi potenzialità, anche di apprendimento e permettono lo sviluppo di molte skills (saper cooperare, decision making, …). Sempre tenendo a mente i consigli di prima, quindi con un lasso di tempo controllato e possibilmente non la sera prima di coricarsi, va poi valutato il tipo di videogioco. La scelta è ampissima, basti pensare che l’industria video-ludica fattura di più dell’industria musicale e cinematografica messe assieme. Se si parla di bambini e ragazzi, consiglio comunque di farsi un’idea guardando il sito della PEGI (Pan European Game Information ), ci aiuta dando una descrizione dei contenuti dei videogiochi e consiglia la fascia d’età per cui può essere indicato.  

  • La tecnologia permette enormi vantaggi sul versante dell’acquisizione delle conoscenze, specialmente se si tratta di conoscenze settoriali e tecniche, mentre rischia di non aiutare a costruire competenze emotive, affettive e relazioni. Qual’è la tua opinione in merito?

La tecnologia è uno strumento utile, che non va demonizzato né idealizzato. Per quanto possa essere una fonte inesauribile di informazioni, non può però sostituirsi alla relazione: è nell’incontro con l’altro, nel confronto e nella condivisione che si impara a crescere. In relazione con gli altri si sviluppano le competenze emotive e affettive, ma non solo. Impariamo nell’esperienza con l’altro anche a conoscere noi stessi, sviluppiamo l’auto-riflessività. Pertanto, la tecnologia, se accompagnata dal confronto permette di sviluppare anche il pensiero critico e la capacità di aprire la mente a mondi diversi dal nostro. Internet e le nuove tecnologie, se utilizzate come finestra sul mondo che sostituisce quindi il mettersi in gioco con gli altri e con il mondo porta al chiudersi su se stessi.

  • In tema di cyberbullismo, che effetti può avere la partecipazione al social-gaming on-line? Dal punto di vista delle relazioni, possono essere riscontrati anche degli effetti positivi sui ragazzi che socializzano tramite  videogiochi on-line di gruppo?

Cyberbullismo e dipendenza videogiochi sono due problematiche in relazione tra loro. Negli anni si è riscontrato infatti che i ragazzi che avevano subito cyberbullismo (o bullismo) erano più a rischio di sviluppare, o sviluppavano, una dipendenza da videogiochi. Se nella vita ci sentiamo emarginati, incompresi, spesso attaccati e non riusciamo a reagire a tutto questo il videogioco può rappresentare una soluzione al problema. Infatti giocando posso creare una realtà “diversa” nella quale sono diverso anche io, io divento il mio avatar.  Spesso i videogiochi scelti come “via di fuga” sono violenti, proprio perché in questo modo si può scaricare la rabbia che non si riesce a esprimere nella vita e si può assumere un ruolo diverso da quello della vittima.

I benefici relazionali che possono derivare dai videogiochi riguardano tutti quei ragazzi che fanno fatica ad avere relazioni significative nella quotidianità. Magari sono ragazzi in un periodo difficile, che non riescono ad aprirsi con i compagni di classe, magari si sono appena trasferiti da altre città e non hanno instaurato relazioni di amicizia, oppure ragazzi con interessi particolari che hanno trovato in altre città gruppi di persone con cui condividono gli stessi interessi. Internet permette di superare le barriere spazio temporali e può fungere da supporto alla persona. Diventa pericoloso se è “l’unico modo” che consente alla persona di relazionarsi con gli altri.

  • Da qualche anno ormai anche in Italia si sente parlare del fenomeno degli   Hikikomori. Letteralmente “stare in disparte, isolarsi”, è un termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento (non andare più a scuola è una delle conseguenze più gravi). Tali scelte sono causate da fattori personali e sociali di varia natura. Il termine si riferisce sia al fenomeno sociale in generale, sia a coloro che appartengono a questo gruppo sociale. Si  tratta di una condizione psicologica che colpisce persone – generalmente giovani tra i 14 e i 25 anni – che decidono volontariamente di vivere reclusi nelle proprie stanze, evitando qualsiasi contatto con il mondo esterno. Spesso escludendo di relazionarsi anche con i familiari conviventi, riducendo al minimo le interazioni. Mi impressiona molto l’idea di un’ iper-connessione da un lato e del totale ritiro sociale dall’altro del mondo moderno. Quali sono i campanelli d’allarme ai quali bisognerebbe prestare attenzione come genitori? C’è un profilo specifico che può aiutare a riconoscere questi soggetti come bisognosi di aiuto? Pesano di più a tuo parere le cause ambientali – come ad esempio una scarsa comunicazione in casa oppure un’eccessiva competizione nell’ambiente scolastico o sportivo – oppure si tratta invece di una predisposizione caratteriale?

Questa problematica che ha origine in Giappone, attualmente ha raggiunto oltre un milione di giovani e giovanissimi solo nel paese del Sol Levante. In Italia si stima che ci siano oltre centoventi mila casi. Lo hikikomori rappresenta una forte rottura rispetto alle patologie psicologiche finora riscontrate nella cultura occidentale, per varie ragioni.  Innanzitutto questa problematica si manifesta con comportamenti di tipo “implosivo” piuttosto che “esplosivo”: non è infatti una spinta aggressiva verso l’esterno che rappresenta il sintomo di disagio, come classicamente si ritrovava negli adolescenti (scappare di casa, litigare, uso di droghe,..)

Secondo lo psichiatra giapponese Tamaki Saitō , il primo terapeuta ad occuparsi di Hikikomori, i sintomi ricorrenti sono:

  1. Senso di stanchezza, svogliatezza;
  2. Abbandono scolastico;
  3. Paura degli altri;
  4. Disturbi ossessivo-compulsivi;
  5. Insonnia e inversione ritmo sonno-veglia;
  6. Comportamenti infantili;
  7. Mancanza di comunicazione con gli altri membri della famiglia;
  8. Violenza domestica;
  9. Depressione, pensieri suicidi o di morte.

Questi “sintomi” si manifestano attraverso un totale rifiuto di instaurare o mantenere relazioni interpersonali non solamente con persone al di fuori della casa, ma anche all’interno del proprio nucleo familiare.

Cercando di tracciare una descrizione che può comprendere alcuni dei principali tratti della persona hikikomori si può immaginare un ragazzo (nella maggior parte dei casi sono di maschi), con un età compresa tra i 14 e i 30 anni, di estrazione sociale medio alta. Spesso si può trovare anche una tipologia di famiglie molto simili alle spalle del ragazzo: loro sono figli unici, con un padre spesso assente e la madre si occupa della gestione dei figli e della casa.

In Giappone viene considerato un problema sociale, derivante dalle enormi pressioni sociali che i ragazzi subiscono per le performance scolastiche e accademiche. In Italia il fenomeno presenta caratteristiche simili ma il contesto sociale è differente. Attualmente anche la comunità scientifica è in fase di studi e ricerche su questo fenomeno, pertanto è difficile dare una risposta, nonostante per ora sembra che le cause ambientali (sociali e familiari) abbiano un peso notevole sugli avvenimenti, i motivi e le variabili causali della patologia Hikikomori.


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Pubblicato da

"When nothing goes right, go left." Ex imprenditrice, ex impiegata pubblica, ex ragazza di un ragazzo. In perenne mutazione a volte voluta altre volte voluta dal caso. Nata sotto il segno della Vergine ansiosa senza speranza ma pronta a combattere qualsiasi battaglia. Rebel, classe, sweetand better: di tutto un po' ma q.b.

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