L’ORA QUIETA DELLE OMBRE

“Ti comprerò una spider rossa”.

Mio padre è questa promessa.

Gli tenni la mano fino all’ultimo sospiro.

Il tumore se lo mangiò un centimetro alla volta, mentre gli spasmi lo torturavano come un animale ferito.

Vibrava, corda tesa, su un materasso duro, in cui mia madre non poteva più stare.

Toccava a me, e io rimasi.

Per notti intere, insonni.

Maledette.

Una specie di via crucis verso il vuoto.

“Ti comprerò una spider rossa”.

Una spider negli anni Sessanta era la vittoria contra la fame, dalle mie parti.

Un pugno contro la fatica lanciato a 100 all’ora su strade deserte, di trattori, biciclette e ubriachi alla domenica sera.

Morì alla fine, e perdemmo tutto.

Il maso fu squartato per la pace di noi fratelli e all’improvviso fummo non poveri, ma non più signori.

Forse peggio.

Era novembre e la campagna era un deserto giallo, spoglio.

Le piogge però tardavano, col rispetto che si deve alla fine, ai tradimenti e al mistero di questo mondo inglorioso.

Il freddo pungeva solo all’alba, ma a mezzogiorno il segugio si muoveva lento nei lembi di sole tiepido e le galline chiocciavano, educate e dimesse.

Quella sera tornai a casa come l’ultimo uomo dell’universo.

Ero solo un ragazzo.

Comparve come la nebbia, sul suo sgabello.

Il cappello calato, la pipa in bocca,il gilet della festa.

L’aria assorta, un po’ malinconica e un po’ beffarda, come nelle vecchie foto in cui liscia il pelo ai cani da caccia, o pesca sul fiume.

Non gli parlai, perché nell’universo si sta bene almeno in due e io avevo paura.

Paura che svanisse per sempre e di perdere quell’ombra. L’ultimo riflesso di lui.

Non gli parlai, perché noi non parlavamo.

Ci sono gesti antichi che srotolano la vita e suoni che danno al mondo un ordine benedetto.

La paglia calpestata nella stalla, il muggito delle vacche. Gli uccelli che cantano ad aprile e quelli che cantano a ottobre. La roncola che attacca un ramo. Il ferro sulle braci cangianti.

Babbo, poi sono stato anche io padre, di tre figlie matte.

Ho cacciato, ho pescato, ho voluto bene a questa terra bruna.

Sono stato fedele, retto. Ma ho chiesto alle mie donne di non vestire mai di rosso.

Il colore delle promesse mancate, del dolore.

Dei miei capelli perduti con la giovinezza.

Perduti insieme a te.

Babbo, mi sono ricordato i tuoi sentieri.

La filosofia delle scarpe consumate.

E ora che ti sono più vicino, penso a ciò che ti dirò e non ho detto.

E lascio sui miei passi impronte di ruvide carezze.

E l’eredità di tutto l’amore che ho potuto.

A mio padre. Al padre di mio padre. Ad ogni padre.

SEMPRE (Un padre)

Mio padre mi ha insegnato la meraviglia.

Cercare sulla montagna l’albero di Natale.

Sentire le campanelle di Santa Lucia.

Preparare il presepe il 24 e che un uomo può cucinare una volta l’anno.

Mio padre mi ha insegnato che la magia arriva.

Se sei buono.

Se hai fiducia.

Se la meriti.

Mio padre mi ha insegnato l’umiltà.

A non aspettarsi complimenti.

A dare tutto a prescindere dalle sirene.

A essere sicuro di averlo fatto.

Mi ha insegnato che la riconoscenza è muta.

Ma ha certi sguardi, certi gesti.

Mio padre mi ha insegnato la fatica.

Che la pianta dipende dall’innesto.

Che la schiena curva è un’opera d’arte.

Si raccoglie fino all’ultima mela di una scalata.

Si aspetta l’ora di tornare a casa.

Mio padre mi ha insegnato la dignità.

Quando indosso le mie stranezze sorride.

Mio padre dice: “Non ti manca niente”.

Io vorrei che ogni bambina sentisse nella sua vita: “Non ti manca niente”.

Mio padre mi ha insegnato l’integrità.

Mentire non è da prendere in considerazione.

Chi ha bisogno d’aiuto, si aiuta.

Anche se hai dodici ore di lavoro alle spalle.

Anche se chi lo chiede vale poco.

La camicia più pulita si indossa dentro, la sera, prima di chiudere gli occhi.

Mio padre mi ha insegnato l’ironia.

A sorridere della vita.

Anche quando sei in un letto d’ospedale.

E hai la bocca chiusa a chiave.

E un faccione più largo di uno schermo piatto.

Mio padre mi ha insegnato l’intelligenza.

Che un libro in mano è il più ricco dei gioielli.

Che la cultura è l’unica vera eredità.

Mi ha insegnato la libertà.

Essere quello che sei.

Fare quello che puoi.

Testa alta e sguardo basso.

Lingua veloce e cuore grande.

Mio padre mi ha insegnato la tenerezza.

Una mano di notte.

Ittottò bel cavallin.

Un braccio che ti circonda le spalle.

Mio padre mi ha insegnato l’amore.

Tutta la vita me lo ha insegnato, ma soprattutto una volta.

Una volta in cui pensavo di aver perso tutto e lui ha detto:

“Questa è la tua casa, sempre.

Io sarò tuo padre sempre

Tu sarai mia figlia sempre.”

Trovate qualcuno che vi dica “sempre”.

Sempre è proprio una bella parola.

pinocchio

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