LE SFIDE DELLO SPORT FEMMINILE

La sfida l’ho vista emergere nel tennis in questi ultimi giorni.

Ha fatto il giro del mondo la notizia di Alizé Cornet, giocatrice di tennis francese, numero 31 del mondo, che martedì 28 agosto durante una gara al torneo US OPEN si è vista infliggere una sanzione perché si è tolta in campo la maglietta per indossarla dal lato giusto (era semplicemente rovescia) ed è rimasta per qualche frazione di secondo in reggiseno (sportivo e coprente a spalline larghe) di spalle alla telecamera.

Il warning del giudice di sedia ha scatenato reazioni un po’ in tutti gli ambiti: soprattutto la Women’s Tennis Association (WTA), associazione che riunisce le giocatrici professioniste di tennis di tutto il mondo, ha preso immediatamente posizione contro l’organizzazione degli US Open dichiarando: ”la violazione del codice che la USTA ha inflitto ad Alizé Cornet durante il suo match è stata ingiusta e non basata sulle regole della Women’s Tennis Association, poiché la WTA non ha regole specifiche in merito al cambio di abbigliamento in campo. La WTA é sempre stata e sempre sarà in prima linea per le donne e per lo sport delle donne. Alizé non ha fatto nulla di sbagliato.”

Naturalmente nel circuito maschile è più facile vedere giocatori a torso nudo e, a onor del vero, nel 2016 toccò a Nadal ricevere una sanzione per questo motivo, anche se in molti a seguito dell’episodio della Cornet hanno ricordato Novak Djockovic che nel momento in cui si toglieva la t-shirt anziché essere sanzionato veniva acclamato dal pubblico.

Comunque sia il 29 agosto il torneo degli Open ha modificato la norma che porta alla sanzione.

Il dibattito su tennis e sessismo rimane aperto per quanto riguarda commentatori ma anche presidenti di federazione sempre volti al giudizio sul/del corpo.

Il ritorno al tennis di Serena Williams in tempo record dopo la nascita della figlia Olympia e considerate le gravi complicazioni fisiche post-partum, a cui si è aggiunta una depressione di cui Serena non ha fatto mistero, è stato accolto dal giudizio sulla sua tuta nera aderente, portata in campo anche per favorire la circolazione. Il Presidente della Federazione Francese di Tennis, Bernard Giudicelli, ha dichiarato in un’intervista alla rivista Tennis Magazine che introdurrà un dress code più rigido per le future edizioni e che un abbigliamento come quello di Serena non sarà più accettato perché “bisogna rispettare il gioco e il posto. Tutti vogliono godersi lo spettacolo.”

Un commento razzista e sessista che ha visto schierarsi perfino l’ex presidente dell’Iran, Mahamoud Ahamadinejad che ha tweettato : “Sfortunatamente, alcune persone in tutti i Paesi, incluso il mio, non hanno compreso il vero significato di libertà.”

Le Williams sono state anche in passato bersaglio di commenti sgradevoli: nel 2014, il capo della Federazione Russa di tennis, Shamil Tarpischev, definì Serena e la sorella Venus “i fratelli Williams” cosa che gli costó 25 mila dollari di multa e una sospensione di un anno dalla WTA.

Nel frattempo, sempre agli US Open, Serena torna in campo con un outfit che è un connubio fra un completo da tennis e un tutù in tulle, calze contenitive e sneakers color argento.

A chi le chiede se è una risposta al Presidente della federazione francese, risponde con ironia che non si sarebbe mai rimessa la tuta “perché quando si tratta di fashion non bisogna essere recidivi”.

La lista si allunga volendo rispolverare i commenti su Martina Navratilova o Steffi Graf, in un’occasione definita “little miss tampax” perché avrebbe perso una finale del Roland Garros per colpa del ciclo.

E mentre mi sembra giusto ricordare in questo contesto la differenza di compensi e premi nello sport fra maschile e femminile, mi sembra anche che moltissimo ci sia ancora da fare, non di meno in Italia dove la legge del 1981 taglia completamente fuori le donne dal mondo del professionismo nello sport.

La legge 91 del 23 maggio 1981, all’articolo 2, stabilisce che “sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso, con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal Coni e che conseguono la qualificazione dalle Federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle Federazioni stesse, con l’osservanza delle direttive stabilite dal Coni per la distinzioni dell’attività dilettantistica da quella professionistica“.

In sostanza a decidere quali discipline sportive siano o meno professionistiche è il CONI in collaborazione con le Federazioni Sportive.  A 34 anni dall’entrata in vigore di questa legge però, il CONI non ha ancora chiarito cosa distingua l’attività professionistica da quella dilettantistica. La mancanza di chiarezza determina una grave discriminazione, penalizzando in particolare le donne.

Dopo la legge 91/81 le Federazioni Sportive hanno riconosciuto come “professionistiche” sei discipline sportive, che ad oggi sono rimaste solo in quattro, con un dettaglio che non deve più sfuggire all’attenzione: sono tutte a prevalenza maschile: calcio, golf, basket (solo nella categoria A1) e ciclismo. A tutte le atlete italiane è negato l’accesso a quanto stabilisce la legge Statale che regola i rapporti con le società, la previdenza sociale, l’assistenza sanitaria, il trattamento pensionistico.

Lo sport femminile non assicura una quantità di entrate economiche sufficiente per essere preso in considerazione come sport professionistico. Così anche altri 56 sport considerati dilettantistici.

Le atlete italiane trascorrono lo stesso tempo dei loro colleghi maschi in palestra, nei campi da gioco, sulle piste. A parità di impegno le atlete non solo non vengono riconosciute come professioniste, ma sono anche fortemente e ingiustamente penalizzate. Per gli atleti dilettanti, cioè per la quasi totalità degli atleti, i contratti non prevedono uno stipendio mensile, ma un rimborso spese. Spesso non è prevista un’assicurazione sanitaria o se prevista non ha nulla a che vedere con le assicurazioni previste per gli atleti professionisti, se non per volontà dell’atleta che stipula un’assicurazione privata. In caso di infortunio le spese di cura e riabilitazione sono a carico dell’atleta. Non è previsto il pagamento dei contributi pensionistici e non vi è tutela nel caso di maternità o di invalidità. Inoltre per l’atleta dilettante esiste ancora il Vincolo Sportivo, abolito per gli atleti professionisti con la legge 81/91.

Il Vincolo Sportivo dà diritto esclusivo alla Società sportiva di disporre delle prestazioni agonistiche degli atleti dilettanti e di decidere se attuare o negare i trasferimenti, senza la necessità del consenso dell’atleta stesso. Nonostante il tentativo di eliminarlo, per gli atleti dai 14 ai 25 anni di fatto esiste ancora in molte discipline. A rendere tutto ancora più drammatico c’è l’esistenza delle “clausole anti-gravidanza” che vengono inserite nei contratti fatti firmare alle atlete. Queste clausole prevedono la rescissione del contratto in caso di maternità.

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http://www.sportallarovescia.it/sar5/attualita-nuovi-articoli/non-una-di-meno/900-il-professionismo-sportivo-in-italia-storia-di-una-discriminazione

https://www.agi.it/sport/tennis/serena_williams_tuta_nike_roland_garros-4324801/news/2018-08-29/ 

 

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