#lovepotion · attivismo/activism · Cinema · condivisione-sharing · conflitto-conflict · CULTURE CURES-LA CULTURA CURA · diritti/rights · Donna · festival · identità-identities · Intolleranze · Religion Film Festival · Storie · Territorio-Territory

UNO SGUARDO SU ISRAELE

Durante il Religion Today Film Festival di quest’anno, sono stata attratta da alcuni interessanti film che hanno per protagonista l’Israele di oggi. Da un punto di vista filmico, si tratta di tre pellicole completamente diverse tra di loro a partire dal genere: “The Little Dictator” è il cortometraggio di Nurith Cohn, “A.K.A. Nadia” è invece un lungometraggio di Tova Ascher che ne è anche la protagonista femminile e Measures of Merit”, è un documentario di Roni Aboulafia. Guardare questi tre film dà un’immagine interessante del legame con la religione nella società israeliana contemporanea. Assistere al documentario è stata un’emozione particolare perché in sala abbiamo avuto l’occasione di assistere all’intervista di Ruth Colian, protagonista di “Measures of Merit”. Si tratta di una madre di famiglia appartenente alla rigidissima comunità degli Haredim, gli ebrei ultraortodossi, che si rende conto come la sua sia l’unica fascia sociale, politica e religiosa dove non vi è alcuna donna eletta come rappresentante politica alla Knesset, il Parlamento israeliano, quindi inizia un percorso politico fatto di interviste, dibattiti, incontri con le donne in primis della sua comunità, per riuscire a raggiungere la rappresentanza e poter portare alla luce il punto di vista delle donne ultraortodosse, fino a quel momento, senza voce. Le comunità di Haredim si distinguono per la volontà di conservare al massimo grado di purezza quello che viene considerato il cuore della teologia ebraica, il testo sacro della Torah. Per Torah, si intende non solo il corpus di libri presenti nella scansione cristiana dell’Antico Testamento (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio) ma anche la tradizione orale e le interpretazioni dei rabbini nel corso dei secoli, detta Talmud e Midrash, che compongono la cosiddetta “Torah orale”. Torah in ebraico antico significa “insegnamento”, “istruzione” e proprio in questo consiste la scelta degli Haredim, seguire gli insegnamenti ed i precetti della Torah: quindi il compito principale degli uomini è studiare la Torah e sulle donne ricade la gestione pratica e famigliare, nonché il lavoro quotidiano. Gli Haredim sono coloro che vestono generalmente di nero, indossano larghi cappelli di pelliccia e non tagliano i capelli ai lati del viso che vengono arricciati; le donne haredi indossano gonne lunghe, spesse calze e la testa è sempre coperta da un foulard o, come nel caso della protagonista del documentario, da una parrucca, poiché secondo la Torah le donne devono portare il capo coperto. La forza e contemporaneamente la grazia di questa donna mi ha toccato perché lei riesce a trovare la forza di vivere nella sua comunità, per la sua comunità, senza mettere in discussione i precetti religiosi nei quali lei crede fermamente e, contemporaneamente lavorare per le donne che, lei si rende conto bene ed emerge chiaramente dal documentario, spesso sono in balìa della volontà dei mariti e dei rabbini e soggette alle più intransigenti leggi religiose.

Ciò che io ho percepito da questo documentario è l’estrema difficoltà che ci possa essere anche solo l’idea di un pensiero laico, non inquinato da veleni di matrice storico-politica che riesca a trovare spazio nell’Israele di oggi, come se non fosse pensabile uno Stato di Israele senza la componente religiosa come fondamento.

La componente religiosa la vediamo lavorare ancora più in profondità, per certi versi, nel lungometraggio “A.K.A. Nadia”, dove si mescola con la componente “etnica”. Il film parla di una giovane palestinese, che crede nel dialogo israelo-palestinese e nella possibilità di costruire una società multiculturale e multireligiosa -infatti partecipa ai seminari di incontri di ebrei-israeliani e palestinesi per studenti-. Nadia si innamora di un giovane attivista palestinese, lo sposa andando contro la sua famiglia e lo raggiunge a Londra, dove lui si è rifugiato per motivi politici. Il giovane marito di Nadia fa parte di una rete di supporto terroristica palestinese e, dopo una retata della polizia, alla quale lei riesce casualmente a sfuggire, rimane sola a Londra e senza contatti. Faticosamente riesce a procurarsi dei documenti ed una identità falsa che, però è quella di una giovane ebrea israeliana rimasta vittima con tutta la sua famiglia di un grave incidente stradale. Con grande sofferenza Nadia si convince ad accettare questa che è l’unica possibilità per lei di ritornare in Israele ma non più a Gerusalemme Est, dove lei rischierebbe la vita, ma mescolata ai cittadini Israeliani di religione ebraica. La ritroviamo una quindicina di anni dopo con la sua nuova identità, quella di Maya Goldwasser, coreografa di una giovane compagnia di danza contemporanea, sposata con un uomo innamorato e affascinante, madre di due adolescenti. La vita di Maya è molto simile a quella di una qualunque donna intellettuale appartenente alla media borghesia europea: non vi è alcun accenno alla religione, la vita della famiglia è improntata ad una equilibrata laicità, una bella casa, l’indipendenza economica e sociale in una Gerusalemme che è quella spesso vista in film ed anche in servizi giornalistici, una città dominata dal colore bianco burro delle pietre calcaree, il paesaggio quasi brullo, con vegetazione bassa ed ulivi sparsi. L’unico elemento di possibile distonia che vediamo, sono gli incontri di Maya/Nadia con la madre, nei quali le due donne mangiano le prelibatezze arabe in un pic nic all’ombra degli ulivi. E a noi che guardiamo, sembra quasi che Maya/Nadia, quasi respiri in quei momenti nei quali può parlare arabo con la madre, condividere il cibo arabo in un momento che sembra una sospensione spazio-temporale: lì c’è solo amore, c’è solo il cibo della madre che è esso stesso amore, c’è il contatto con la vegetazione e con la terra. Entrambe sono clandestine: la madre perché l’altro figlio, molto irrigidito nella fede islamica, ha proclamato la sorella “morta” e quindi infrequentabile, dopo che è fuggita a Londra e Maya/Nadia perché sospende la sua identità di cittadina ebreo-israeliana.

Impercettibilmente la vicenda scivola verso un punto di non-ritorno: così come lei non riesce a trovare delle soluzioni alla coreografia in preparazione per un debutto, così non riesce a tenere i fili, insieme ma separati, della sua identità araba ed ebreo-israeliana. Tutto crolla, la relazione con il marito, la vita da coreografa, la fragile laicità quando egli, temendo che Maya la tradisca, scopre l’identità segreta, quella di di Nadia. Nadia tenta di ricucire lo strappo, provando a dire di essere sempre la stessa, mentre il marito non riesce a superare l’idea di essersi “mescolato” ad una donna dall’identità non ebreo-israeliana. Maya, tornata Nadia, si rifugerà nuovamente a Londra, come se, nel suo essere una città fortemente spersonalizzante, fosse l’unica in grado di accettarla nella sua identità complessa ed ormai mista: Nadia/Maya che pensa in arabo, pensa in ebraico, sposa un israeliano, ha una madre araba, un fratello arabo, che segue le festività del calendario ebraico, che ha due figli arabo-ebraico-israeliani. La raggiungerà la figlia, ormai maggiorenne, a seguito del suo rifiuto di entrare nel periodo di servizio militare nell’esercito israeliano: la giovane è un’obiettrice di pace.

In questa vicenda vediamo le fratture sociali e psicologiche di un paese incapace di accettare la natura molteplice delle sue narrazioni, delle sue culture, delle sue religioni e religiosità superando quello che è stato il trauma violentissimo della Shoah in Europa, la successiva emigrazione di tanti ebrei, per la nascita dello Stato di Israele nel 1948. Per questo motivo è sinceramente commovente pensare che la regista di questo film, che recita anche nella parte di Nadia/Maya, sia israeliana, proprio, in questi giorni nei quali sentiamo dichiarazioni da parte di Netanyahu che sostiene come, dopo l’elezione di Donald Trump, si possa archiviare la questione dello Stato Palestinese.

Il cortometraggio “The Little Dictator” è straordinario: dura meno di mezz’ora ma riesce a scavare in profondità nelle contraddizioni della società israeliana contemporanea, quelle stesse che per prima Hannah Arendt aveva osservato quando era stata mandata dal New Yorker come reporter per il processo ad Eichmann. Quel processo, a parte l’importanza storico-giuridica, è considerato uno degli atti fondativi, in qualche maniera, dello Stato di Israele ed una sorta di confronto tra generazioni: i padri e le madri arrivati con la nave Exodus dall’Europa che parlavano tutte le lingue e i figli e figlie che ormai parlavano ebraico moderno, i padri e le madri “perdenti” giunti nella nuova terra nella disperazione più totale dopo aver perso tutto quello che avevano, spesso anche la lingua-madre, i moderni Israeliani che riescono a catturare un aguzzino tedesco ed a processarlo “da vincenti”. Hannah Arendt coglie però alcune fortissime “discromie”: la Corte, il pubblico Ministero parlano tedesco perfettamente, da madre-lingua, come l’accusato; Adolf Eichmann  è stato prelevato dal Mossad in un’azione segreta poiché  l’Argentina non avrebbe concesso l’estradizione e dunque la filosofa si domanda come sia possibile, se sia “sano” fondare culturalmente, filosoficamente uno Stato su un’azione di questo genere e su quello che poi lei interpreterà come vendetta di Stato.

Per l’appunto in questo cortometraggio vediamo un professore universitario esperto in storia dei dittatori totalitari del XX secolo, che però non ha alcun carisma ed alcun credito, né tra i suoi studenti, né in ambito famigliare dove viene regolarmente sottostimato ed anche sottomesso. Il professore ha il compito di fare un discorso per il compleanno della madre della moglie, di origine tedesca, sopravvissuta ai campi di sterminio. Mentre la famiglia raggiunge la festeggiata e gli altri parenti per l’imminente inizio dello Shabbat, il professore, guardandosi allo specchio si rade la barba e i baffi, impersonando via via i dittatori che ha studiato e ripetendo i loro discorsi, fino a quando si accorge che l’ora dello Shabbat è già cominciata e da quel momento, da ebreo osservante, non può più rasarsi con il rasoio elettrico il resto dei baffi…che si rivelano essere come quelli di Hitler. Il panico si fa strada nel povero professore e nella moglie che nel frattempo lo ha raggiunto non vedendolo arrivare,  che lo insulta e trova quella che sembra essere una buona soluzione: mettere un cerotto sopra i baffetti, peccato che il cerotto è colorato e con un supereroe. La famiglia raggiunge la sala della festa e l’unico che sembra capire l’anziana nonna, Oma, sembra essere proprio lui, che la saluta in tedesco, le ricorda le poesie che lei studiava da ragazzina. Il resto della famiglia rimane contrariata dall’uso del tedesco. Il professore comincia il discorso e si toglie all’improvviso il cerotto, mostrando empatia con la suocera mostrando di capire lo strappo interiore della donna che ama, ha amato la sua madre-lingua, il tedesco, la lingua proibita, la musica tedesca, tutto ciò che di mirabile esiste nella cultura tedesca che è anche la lingua e la cultura  a causa della quale ha perso tutto. E l’arrivo in Israele, amato e odiato, perché le ha fatto pesare la provenienza, quasi come se, per essere complici dell’orrore tedesco, bastasse parlarne la lingua. Mirabilmente, alla fine del discorso con il quale recupera la sua dignità personale e nobilita la storia personale -che poi è anche collettiva- di Oma, il professore si “trasforma” in Charlie Chaplin con il bastone di Oma ed un copricapo da rabbino svelando il riferimento al “Grande Dittatore”. Questo cortometraggio, da vedere assolutamente, è opera di due fratelli, lo sceneggiatore ed attore nel film Emanuel Cohn e la regista Nurith Cohn, figli di un famoso produttore cinematografico,  Arthur Cohn, che ha prodotto, tra gli altri, “Il giardino dei Finzi-Contini”.

 

Related articles, Ruth Colian: Why is a secular woman battling in court for female ultra-Orthodox would-be pols?And why are the female activists for whom Tamar Ben-Porath is challenging the Agudat Yisrael coalition faction waiting in wings rather than leading the fight?

One thought on “UNO SGUARDO SU ISRAELE

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...