Ho ricordi di posti dove non siamo stati, di gesti rimasti sospesi.
Per esempio la collina che si vede dal parcheggio.
Un hotel abbandonato dove ci siamo tenuti
per mano ed è bastato
per ricominciare a sentire la vita.
Ho ricordi di parole
che non ci siamo detti,
ma credo siano sbagliati:
io non so non dire.
Forse il tuo silenzio ha inghiottito interi discorsi e ora li rumina
in altre dimensioni
perché siano digeriti.
Un sabato mattina mi hai
spiegato il male di cui non
puoi farti carico.
Hai mai notato che il sole
splende anche sul melodramma
e sugli addii?
Piccolo equivoco senza importanza.
Eppure l’aria trattiene tutto,
non ha finzione.
Per esempio c’è l’odore del
caffè bruciato mentre ti scrivo
o l’impressione del mio viso
raccolto nel tuo maglione.
Può darsi che nelle leggi del tempo relativo
siamo già stati
quasi ovunque.
Altrimenti non si spiega
questa dolorosa memoria tattile.
Né la scia elettrica degli occhi
che ogni volta cercano.
Certo, molto rimane appeso,
pericolante, pericoloso.
Perchè l’autunno è tornato
più giallo del solito.
Bisogna che muova
la funicolare.
Che salga all’hotel con un
libro da finire.
Per il freddo qualcosa porterò.
Magari ti troverò lì per
sbaglio, e ci chiederemo
dove siamo stati in tutto
questo aspettare.
Forse la pace è un attimo
di corrispondenza nel
reticolato del mondo.
