Incontro Gipsy Rufina per caso, anzi per meglio dire per uno di quegli strani casi della vita. Sto salendo da Trento a Fai della Paganella e mi arriva la chiamata di Luciano, un amico e musicista. “Mari, mi daresti un passaggio fino a Fai, c’è un mio amico che è appena tornato da un tour in Brasile e stasera suona al El Paso, gli devo portare l’amplificatore”. “Certo che ti accompagno, e sai che facciamo? Lo intervistiamo pure, se gli va.”
Il tempo a disposizione non è moltissimo per entrambi, ma Gispy Rufina è sin dal primo momento in cui veniamo presentati un ragazzo comunicativo, alla mano e disponibile. Lo invito a sederci davanti ad una birra insieme per fare due chiacchiere e raccontarmi di sé e della sua musica.
Gipsy Rufina viene da Rieti, una cittadina montana in provincia di Roma dove gli piace ritirarsi quando non è in giro in touree (“la montagna è tutta Blues”, cit.), ed inizia a suonare da ragazzino con una band hard-core e garage. Ma sono ormai 12 anni che porta avanti il suo personale progetto da solista, girando per tutta l’Europa ed il Sudamerica- dove ha raggiunto un discreto seguito. Sono già 5 i suoi dischi all’attivo, a cui si vanno ad aggiungere vari split e collaborazioni con altri artisti.
Quello che è interessante, oltre alla sua musica naturalmente – un blues folk con una base piuttosto punk dove i testi sono scritti interamente da lui in lingua inglese – è la “filosofia” che sta alle fondamenta del suo percorso umano ed artistico diventando parte integrante della sua musica.
Gispy Rufina si autodefinisce One Man Band con chitarra, banjo e voce. Utilizza anche gli strumenti cigar box guitar e stomp box, che costruisce interamente da sé. Il fine, che è anche il mezzo, è portare in giro per il mondo l’idea del vecchio Hobo, bluesman che gira per le strade del mondo con uno stile di vita improntato alla semplicità, al viaggio, all’avventura, alla ricerca interiore e caratterizzato da un’insofferenza verso la cultura mainstream e da uno spirito ribelle e tardo-romantico. Per intenderci, in letteratura sono gli scrittori Jack London ed il padre della Beat Generation Jack Kerouac che rendono omaggio a questa cultura meglio conosciuta forse come On the Road.
Direi che per Gipsy Rufina si tratta quasi di un’istanza libertaria, viaggiare e portare direttamente la musica alla gente. Suona una media di 350 concerti l’anno, fra date soliste ed altre con amici e musicisti.
Tornato dal Sud del Brasile da due mesi sta portando in questi giorni in giro per il nord Italia alcune date da solista mentre a Gennaio è in uscita il nuovo disco. Si tratta di un progetto work-in-progress che ancora non ha un titolo definitivo. I dischi precedenti spesso sono stati pubblicati da una cordata di etichette (Soace Stalking etichetta Svizzera, Burning Sound e Risonance e l’etichetta italiana Full Tribe) in modo da permettergli di fare uscire il suo lavoro esattamente come lo aveva pensato.
Gli chiedo quali sono le cose che vorrebbe uscissero di lui da questo pezzo, e ve le riporto il più fedelmente possibile: la musica come il frutto che nasce dal viaggio e dalla strada; l’indipendenza portata avanti attraverso il motto do it yourself ; l’essere sempre in evoluzione, in contatto profondo con quello che sei e fai.
Speriamo di risentirlo dal vivo in Trentino a Febbraio, come da lui auspicato. Ora, direi che non vi resta che ascoltare
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